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Nolitta & Donatelli: la trilogia dello Zagor “sconfitto”

Tre indimenticabili storie della Golden Age di Zagor

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zagor fratello rossoSettembre 1975: esattamente cinquant’anni fa appariva in edicola l’albo Addio, fratello rosso che concludeva la tragica storia sul capo degli Osages Wakopa e su Billy Boy Kirby. Una delle storie emblematiche della Golden Age zagoriana, in cui gli sforzi di Zagor a favore degli indiani venivano frustrati… ma non era un’eccezione per il creatore del personaggio Sergio Bonelli / Guido Nolitta (di cui ricorre oggi il quattordicesimo anniversario della scomparsa), affiancato ai disegni da Franco Donatelli. Ecco i miei ricordi su tre storie indimenticabili, che mi hanno fatto amare lo Spirito con la Scure molto più di quando sconfiggeva tutti i suoi nemici.

Perché mi piaceva più Zagor di Tex? La risposta era facile facile: in troppe occasioni (diciamo pure, praticamente tutte) il ranger di Gianluigi Bonelli mi sembrava invincibile, a differenza del suo più giovane compagno di scuderia. Certo, entrambi – seppur con sfumature diverse – difendevano spesso gli indiani contro militari guerrafondai, affaristi arroganti o anche semplici “bianchi” che disprezzavano i “pellirosse” o volevano invaderne i territori, ma alla fine Tex la spuntava sempre o quasi: Zagor no. Il suo intervento era spesso provvidenziale (a favore dei Pennacook in Guerra! o di Manetola in Seminoles, oppure contro Mohican Jack e il sacrificio dei suoi indiani), ma nella trilogia di cui parlerò in questo articolo l’aggettivo che mi viene in mente è appunto “sconfitto”, con finali amarissimi che rendevano Zagor un fumetto molto più maturo di quanto molti lettori pensassero, a causa di altre storie puramente avventurose in cui Nolitta si scatenava nel mettere in scena i miti della sua giovinezza… e anche a causa della presenza di Cico e di toni, soprattutto in molti incipit, leggeri e scanzonati.

zg 091Non è un caso che queste tre storie inizino tutte con il panciuto messicano alle prese con il simpatico vagabondo Trampy, per quelle gag iniziali – spesso lunghe qualche decina di pagine – che lo sceneggiatore sapeva imbastire così bene per poi passare alle trame successive, molto più drammatiche. E solo nel primo caso, Libertà o morte, la gag con Trampy era funzionale alla storia, in quanto il “tranello” che tendeva a Cico lo faceva finire in prigione dopo una gigantesca rissa (e Zagor, per pagare la multa, doveva recarsi in banca ecc. ecc.): negli altri due casi, gli incipit “ridanciani” erano completamente slegati dal resto delle storie.

Libertà o morte, dicevamo, con la tragica epopea dei Seminole di Manetola, in fuga da un destino che li avrebbe visti definitivamente sconfitti nelle natie paludi della Florida o massacrati dal cinico e brutale capitano “Hunter” Kubrick. Grazie all’aiuto di Liberty Sam (uno dei comprimari più azzeccati tra tutti quelli creati da Nolitta), la soluzione sembrava essere l’approdo all’isola di Britannia, ma l’illusione sarebbe durata ben poco, distrutta dall’avidità del comandante Seabrook
Come spiegava Stefano Priarone nel fondamentale Zagor Index 1-100, “in questa storia [Zagor] è contemporaneamente eccezionale e impotente. È eccezionale perché riesce a tenere in scacco la guarnigione di Britannia, a prendere in ostaggio il governatore e a liberare i Seminole. Ma è allo stesso tempo impotente di fronte al tragico fato di Manetola e dei suoi”. Non potrà impedire che venga vigliaccamente massacrato, in una scena che mi ha segnato profondamente (avevo sette anni quando l’ho letta per la prima volta), come altrettanto profondamente mi hanno segnato le parole con cui Liberty Sam convinceva Zagor a mettersi in salvo: “la tua presenza qui non potrebbe salvare dalla morte uno solo dei Seminoles… mentre la tua opera può ancora essere utile alla causa della libertà, sia a Darkwood che altrove! […] Ogni volta che tu aiuterai un uomo debole, avrai reso giustizia a Manetola; ogni volta che umilierai un prepotente, avrai reso giustizia a Manetola… a Manetola e a me, perché io resterò qui a morire con i Seminoles!” E anche se Sergio Bonelli si scherniva spesso, nelle sue interviste, affermando che Zagor non era un fumetto “impegnato”, bensì veicolava “tutt’al più uno spicciolo buon senso”, un epilogo del genere – con la scelta di sacrificare due personaggi così indimenticabili – poneva questa storia ben al di sopra di una lettura di semplice svago.

PS: all’eventuale saputello che definisse errata la mia affermazione “sacrificare due personaggi”, rispondo che sì, in séguito avremmo scoperto che Liberty Sam si era salvato… ma l’avremmo scoperto più di vent’anni dopo. Per tutti noi, l’ex-schiavo era stato ucciso dopo aver lottato strenuamente a fianco degli ultimi Seminole e avevamo fatto nostre le accorate parole di Zagor: “siano maledetti coloro che privano l’umanità di un simile uomo”. Non nascondo che il recupero di Sam, in una – comunque bella – storia di Moreno Burattini (e anche Ade Capone ci aveva provato, in una storia rimasta inedita), mi ha sempre lasciato perplesso e avrei preferito che il titanico personaggio nolittiano restasse uno di quelli che avevano marchiato a fuoco il nostro immaginario con un’unica apparizione.

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Quando poi, cinquant’anni fa, apparve in edicola La rabbia degli Osages, rimasi forse ancora più sorpreso ed estasiato: se era stato “facile”, per Nolitta, creare una storia epica con il dramma collettivo di un intero popolo, il dramma personale di Wakopa – scatenato dall’ubriaco Billy Boy – era ancora più emblematico, con l’omertà dei cittadini di Stoneville che colpiva come un pugno nello stomaco. Billy Boy era il figlio del boss della cittadina, Alan Kirby, e nessuno era disposto a testimoniare contro il suo rampollo (tranne l’ubriacone Benny) per paura delle possibili conseguenze. Ma la cosa ancora più grave era che anche lo sceriffo, l’infido Connor, non esitava a schierarsi dalla parte dei soldi e della prepotenza di chi considerava i pellirosse inferiori ai bianchi: e la tavola in cui Zagor malmenava un anonimo cittadino, emblema di questa visione aberrante (“la violenza contro il prossimo non è esclusivamente quella esercitata con l’uso delle armi… violenza è negargli i nostri stessi diritti […] è l’imposizione della nostra religione, del nostro modo di vivere, della nostra mentalità… violenza è chiamarlo con disprezzo ‘muso rosso’…” ), era molto più efficace di un intero trattato sui rapporti tra due civiltà così diverse, altro che “spicciolo buon senso”!

Qualcuno potrebbe obiettare: “anche Tex si è trovato spesso di fronte a situazioni simili, con ricconi arroganti e intrallazzatori”… Sì, certo: ma la reazione del ranger era sempre molto più drastica e sbrigativa, chiudendo un occhio – e talvolta entrambi – sul modo in cui la “giustizia” veniva ristabilita. Qui Zagor, invece, si trovava una volta di più a dover fare da tramite tra due mondi inconciliabili, forse con un’eccessiva dose iniziale di ingenuità che però lasciava ben presto il passo ad una resistenza feroce ed epica nella sua marcia di ritorno a Stoneville per consegnare Billy Boy ad un giusto processo. E nel frattempo Nolitta aveva trovato il modo, una volta di più, di creare uno di quei personaggi sfaccettati che tanto lo caratterizzavano, il tirapiedi Paco che, stanco dei soprusi e degli eccessi della famiglia Kirby, salvava involontariamente la vita allo Spirito con la Scure temporeggiando dopo averlo catturato.

Gli eroici sforzi di Zagor erano però destinati al fallimento: il processo si rivelava una farsa e il potere dei soldi sembrava aver di nuovo la meglio, fino al tragico epilogo in cui Wakopa si vendicava con le sue mani, finendo trucidato come Manetola. Solo un ravvedimento tardivo di papà Kirby (a parer mio, un po’ troppo repentino – anche se inevitabile) salvava la vita a Zagor in modo da poter concludere la storia. E l’ultima, meravigliosa tavola muta valeva da sola il prezzo dell’albo, mostrando i protagonisti principali – tutti, a loro modo, sconfitti.
Donatelli sfornava anche in questa occasione una prova eccellente. Se, in molti dei miei articoli su Zagor, ho fatto rimarcare che il mio disegnatore preferito era di gran lunga il suo creatore grafico, Gallieno Ferri, non posso fare a meno di ammettere che il tratto rigoroso ed essenziale di Donatelli era perfetto per queste storie così “impegnate” – e non posso fare a meno di pensare che la scelta di Nolitta fosse accuratamente ponderata in tal senso.

zagor 133È proprio il caso di dire non c’è due senza tre. Verso la fine della Golden Age, Nolitta & Donatelli sfornarono, con Sandy River, un nuovo potente atto d’accusa contro la violenza dei bianchi conquistatori, in questo caso basandosi sul classico tema dell’esercito deciso a “riportare alla civiltà” una donna rapita dagli indiani. E se, per le due storie precedenti, i richiami letterari o cinematografici cui aveva potuto attingere Nolitta erano vaghi o praticamente sconosciuti (forse Il giorno della vendetta di John Sturgess per la vicenda di Wakopa, visto anche il titolo del n.121 Il giorno della giustizia), in questo caso il lettore non poteva fare a meno di pensare ad un classico cinematografico che aveva fatto scalpore all’inizio degli anni Settanta: Soldato blu, di Ralph Nelson. Anche altri fumettisti, naturalmente, avevano o avrebbero affrontato in séguito temi simili che rimandavano al famigerato massacro dei Cheyenne sulle rive del Sand Creek: in àmbito bonelliano, basterà ricordare Gino D’Antonio nella sua Storia del West e Giancarlo Berardi nel n.5 di Ken Parker, Chemako (senza dimenticare lo struggente tributo musicale di Fabrizio De André, pochi anni dopo).

La bravura di Nolitta, in questo caso, fu quella di calare nuovamente Zagor – in modo credibile – in una missione impossibile da portare a termine: neanche stavolta, infatti, c’era alcuna speranza che il suo sforzo di mediazione potesse aver successo, visto che il recupero di Cinzia Bradmayer presso i Sauk del capo Wanattah si sarebbe rivelato solo un pretesto per la fame di gloria del maggiore Raskin, deciso a sterminare gli indiani come un qualunque generale Sheridan (cui fu a lungo attribuita la famosa frase “Il solo indiano buono che conosco è l’indiano morto” – e dà da pensare che la frase fu invece pronunciata in una seduta del Congresso da un deputato, James M. Cavanaugh…). Era memorabile la scena in cui Cinzia spiegava al sergente Bob Hackman, legato al palo della tortura insieme a Zagor, ciò che il lettore smaliziato aveva già capito: ed era emblematico che lo Spirito con la Scure rimanesse in silenzio per l’intera sequenza, dandole implicitamente ragione.

A quel punto la storia non poteva che concludersi tragicamente, con l’inevitabile vendetta di Cinzia contro Raskin, incomprensibile per i militari e le autorità ma non per Zagor e Hackman, che si sarebbero battuti per difenderla nel memorabile epilogo dell’episodio. Davvero un (piccolo) peccato che, nelle ristampe successive, all’ultima striscia siano stati aggiunti due balloons onestamente superflui, sembra da Bonelli/Nolitta stesso: peccato in quanto, come sottolineava giustamente Priarone nello Zagor Index 101-200, tale intervento toglieva “solennità alla striscia muta finale”.

Tre avventure memorabili, tre capi indiani ingiustamente uccisi, tre storie senza lieto fine. Prima di abbandonare il suo personaggio con il n.182, Nolitta avrebbe poi scritto – sempre per i disegni di Donatelli – un’altra storia (Tropical Corp) con gli indiani alla mercé dei soldati che li usavano addirittura come cavie per i loro esperimenti scientifici sulla febbre gialla, ma in quel caso con un finale che puniva i colpevoli e salvava i malati, Zagor compreso. Una bella storia, ma non ai livelli di questa trilogia indimenticabile in cui l’eroe veniva amaramente sconfitto, rendendolo ancora più umano e credibile e, proprio per questo, ancora più facile da amare.

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