Durante l’edizione 2004 di Lucca Comics & Games venni chiamato a far parte della giuria incaricata di attribuire i prestigiosi premi Gran Guinigi. Il presidente della commissione era Michele Ginevra, e con me componevano il gruppo di giurati Alessandro Barbucci, Barbara Canepa e Giovanni Russo. Senza troppe discussioni, anzi trovandoci facilmente d’accordo, indicammo come miglior sceneggiatore Tito Faraci. Venni incaricato di stendere l’abbozzo della motivazione, che alla fine – con il contributo di tutti – risultò così formulata: «Per avere, nel corso di una veloce e brillante carriera, attraversato tutti i generi, dal giallo all’horror, dall’umorismo alla fantascienza, dalla satira all’avventura, dal nero allo storico, dalla strip al romanzo a fumetti, e spaziato con singolare disinvoltura negli universi e nei microcosmi dei più famosi e diversi personaggi del fumetto italiano e internazionale, ottenendo sempre straordinari risultati per quantità e qualità delle sceneggiature realizzate.»
A distanza di oltre vent’anni, mi pare che le ragioni di quel riconoscimento possano dirsi sostanzialmente confermate. Pochi autori di fumetto possono vantare un curriculum ricco come quello di Luca “Tito” Faraci, sceneggiatore non soltanto di storie a fumetti di eroi di propria ideazione, ma anche brillante e originale interprete di storici personaggi italiani (Diabolik, Lupo Alberto, eroi Bonelli) e internazionali, tant’è vero che è stato uno dei primi scrittori europei a essersi cimentato con characters Marvel, quali Capitan America, Devil e l’Uomo Ragno. Fu lui a inaugurare il filone delle miniserie bonelliane con Brad Barron (2005): un eroe fantascientifico che però vive le sue avventure in un passato alternativo fermo agli anni Cinquanta. Per la Casa editrice di Via Buonarroti, Faraci ha scritto storie per Dylan Dog, Nick Raider, Martin Mystère, Magico Vento, Tex e Zagor. Nella sua bibliografia figurano graphic novel di cui sarebbe lungo stilare un elenco e non va dimenticata l’opera di Faraci come talent scout, organizzatore di eventi, curatore di collane e anche scrittore di saggi, racconti e romanzi. Volendo, potremmo affrontare il discorso sulla sua attività di critico musicale, autore di canzoni, cantante (ma non vogliamo, almeno per il momento).
«Ho scritto tante cose molto diverse fra loro per non annoiarmi, e non annoiare», ha dichiarato in un’intervista a uBC. Però il Tito che preferisco è quello che scrive cose umoristiche e, se dovessi indicare l’ambito editoriale in cui più si è distinto, dove maggiormente è riuscito a manifestare il proprio talento, non avrei dubbi: quello disneyano. La prima storia che firma, Ciccio e la penna indigesta, è del 1996. A partire dal 1998 Faraci inizia a sceneggiare una serie di storie “gialle” ambientate a Topolinia, caratterizzate da un taglio moderno e maturo sia nei contenuti che nello stile. Nel 2000 questi racconti vengono raccolti dalla Einaudi in un volume dal titolo Topolino Noir, destinato a dare molta notorietà all’autore anche al di fuori del tradizionale circuito degli appassionati. Faraci dà un’impronta molto personale alle sue storie di Mickey Mouse e dimostra, oltre che un grande talento comico (le sue gag sono sempre molto divertenti), anche una capacità di raccontare trame originali in cui elementi drammatici e avventurosi si sposano con l’umorismo in un gradevole mix. Nel 2008 Faraci firma la versione disneyana del Novecento di Alessandro Baricco, con Pippo quale protagonista. Centinaia, ormai, gli episodi disneyani a lui riconducibili.
È con legittimo interesse, dunque, che un lettore curioso (non necessariamente di fumetti) può sfogliare, divertendosi, il breve e insolito saggio pubblicato da Add Editore intitolato Mickey. Uomini e Topo il cui titolo rimanda evidentemente a Steinbeck. Non è uno studio su Topolino, come il titolo potrebbe lasciar pensare (anche se in realtà non c’è trucco e non c’è inganno). Di Mickey Mouse si parla dall’inizio alla fine, in effetti, e si accenna a Walt Disney, a Floyd Gottfredson, a Romano Scarpa e ad altri autori del Topo più famoso del mondo, fornendo coordinate spazio-temporali precise e suggerendo letture indispensabili per chi voglia approfondire. Non si traccia però una storia strutturata dell’evoluzione dell’icona disneyana, né si avvia una disamina articolata delle implicazioni ideologiche o filosofiche del personaggio (benché se ne accenni con discrezione): Faraci sceglie piuttosto di raccontare il proprio amore verso Mickey Mouse e il rapporto quotidiano con lui, un legame talmente stretto da finire per crederlo un amico reale da cui attendersi, un giorno o l’altro, una telefonata da Topolinia. È un testo leggero, scorrevole e coinvolgente, scritto in prima persona con uno stile sognante e autoironico. Non è un saggio enciclopedico sul personaggio, ma un punto di vista molto personale e autorevole di chi ci lavora da decenni. Faraci lo definisce anche un modo per «fare giustizia» e raccontare «tutta la verità su Topolino: reale e inventata».
Attraverso aneddoti vivi, ricordi personali, svelamenti di retroscena redazionali, sprazzi autobiografici e una paziente «puntinatura delle i», Tito smonta con garbo alcuni luoghi comuni duri a morire. Spiega, ad esempio, perché Topolino non sia affatto meno ribelle e più borghese di Paperino: dietro l’apparente perfezione del personaggio si celano contraddizioni, umanità e una capacità di trasgressione che molti lettori frettolosi tendono a sottovalutare. «Per scrivere storie di Topolino, bisogna sentirsi un po’ Topolino», scrive Faraci, che poi convintamente spezza una lancia in favore della produzione disneyana realizzata in Italia anche ai giorni nostri, sostenendo che non sia qualitativamente inferiore a quella del passato e che, anzi, continui a dimostrare vitalità e inventiva. Parla con affetto e lucidità di alcuni suoi colleghi sceneggiatori e disegnatori, descrive la vita in redazione con i suoi ritmi, le sue tensioni e le sue complicità, e non esita a tirare le orecchie sia agli aspiranti autori che pretendono di scrivere storie del Topo senza conoscerlo abbastanza, sia ai leoni da tastiera che si piccano di esprimere giudizi taglienti dimostrando di non aver letto (o di non aver compreso) ciò che intendono criticare.
Il tutto avviene senza mai eccedere nei toni: Faraci resta sempre accattivante e gradevole, anche nei momenti di garbata polemica. Ne risulta un libro molto personale, autobiografico, divertente e commovente come molte delle storie disneyane che lo stesso Faraci ha firmato nel corso degli anni. Leggere Mickey. Uomini e topo finisce per essere quasi come immergersi in una di quelle belle e lunghe avventure in due puntate pubblicate su Topolino: si ha la sensazione di camminare a fianco dell’autore, di ascoltarlo mentre racconta, di condividere con lui il piacere e la responsabilità di tenere in vita un personaggio che, dopo quasi un secolo, continua a sorprendere.
Nel 2022 Tito Faraci ha dato alle stampe L’uomo con la faccia in ombra. Manuale autobiografico di sceneggiatura per fumetti (Feltrinelli), un saggio che intreccia autobiografia e indicazioni pratiche su come costruire storie a fumetti. Qui Tito delinea un percorso personale che parte dall’innamoramento per il fumetto negli anni della nostra (e della sua) infanzia e arriva fino alla scelta professionale di diventare sceneggiatore.
I due libri dialogano naturalmente: entrambi sono confessioni di un autore che mette al centro non solo i personaggi a fumetti, ma anche il mestiere stesso dello sceneggiatore e il legame affettivo e quotidiano che lo lega a essi. In Mickey. Uomini e topo Faraci parla a Topolino come a un amico; in L’uomo con la faccia in ombra spiega come si costruisce, con metodo e passione, quel dialogo narrativo.

Tito Faraci
MICKEY. UOMINI E TOPO
Add Editore
2016, brossurato
140 pagine, 12 euro
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