Cosa rende una storia immortale? Si potrebbe ipotizzare che sia il carisma del protagonista a fare presa sul lettore, oppure l’iconicità di situazioni scolpite indelebilmente nell’immaginario comune o, ancora, la creazione di un universo narrativo tanto strabiliante da oltrepassare i confini temporali, diventando fonte d’ispirazione per autori e autrici a distanza di secoli. La verità è che non esiste un unico elemento capace di rendere una storia un classico: è solo attraverso la sapiente combinazione di tutte le caratteristiche elencate che un’opera riesce ad adattarsi non soltanto al passare degli anni, quanto soprattutto alle differenti tipologie di lettore.
Prendiamo per esempio due pilastri della letteratura italiana: L’Orlando Furioso e La Divina Commedia. A un primo sguardo, complice sicuramente il fatto che il primo approccio con queste due opere avviene all’interno delle mura scolastiche, possono apparire come narrazioni viste e riviste che, ad oggi, non hanno poi tanto da dire (affermazione che farebbe rabbrividire qualsiasi professore di Italiano): eppure mai affermazione potrebbe essere più lontana dalla realtà. In effetti, sradicate dall’àmbito scolastico, ci si accorge da subito che nelle opere di Ariosto e Dante sono racchiuse suggestioni e immaginari capaci di far invidia a gran parte della narrativa fantasy. Un esempio pratico? Nel 2016, in occasione dei 500 anni dalla prima stesura dell’opera di Ariosto, venne allestita una mostra intitolata “Orlando Curioso”, al cui interno i personaggi e i luoghi del poema vennero riletti attraverso le opere di alcuni degli illustratori più celebri del genere.
Va poi sottolineato come il fumetto, unitamente ai giochi di ruolo da tavolo, sia stato fra i linguaggi che hanno saputo accogliere le suggestioni contenute in queste due opere in modo egregio.
Le direzioni in cui la reinterpretazione di questi testi si è mossa sono principalmente due: da una parte possiamo trovare una rilettura che, seguendo le vicende di un party che tanto ricorda quello che i giocatori compongono in una campagna di d&d, costruisce un filo narrativo travolgente che vede i protagonisti opporsi all’invasione delle schiere infernali, come avviene in La divina Congrega; dall’altra parte, invece, è possibile trovarsi di fronte a character studies capaci di ricontestualizzare e ammodernare alcuni personaggi, come nel caso di La leonessa di Dordona.
Nonostante quanto detto finora, fra tutti è uno il ciclo che detiene il primato per rielaborazioni e riletture: quello arturiano.
Dai viaggi temporali psichedelici di cui Merlino è protagonista in Starhenge di Liam Sharp agli adrenalinici combattimenti che uniscono l’immaginario dei Power Rangers ai Cavalieri della Tavola Rotonda in Una nuova Camelot di Michele Monteleone, Fiore Manni e Marco Del Forno, le gesta di Re Artù e della sua corte continuano ancora oggi ad ispirare i fumettisti di tutto il mondo. E proprio da questo immaginario prende le mosse il nuovo volume presentato da Saldapress in occasione del Comicon di Napoli 2026 e in vendita da ieri.
La leggenda dimenticata di Parsifal, scritto da Frédéric Brrémaud per i disegni di Federico Bertolucci, si propone quindi di rivisitare le origini di uno dei cavalieri fedeli ad Artù, il prode Parsifal. All’oscuro delle sue vere origini, il ragazzino vive nei boschi insieme alla madre, Linith, passando i suoi giorni inseguendo immaginari nemici della corte di Camelot e sognando di entrare a far parte dell’esercito di Re Artù. L’idillio viene ben presto interrotto dall’arrivo dell’esercito sassone: i nemici di Camelot danno il via all’avventura del giovane che, in séguito all’incontro con Galahad e Bors, viene a conoscenza del suo retaggio.
Dopo aver scoperto di essere figlio di Pellinore, cavaliere fedele ad Artù morto in battaglia anni prima, decide di partire alla ricerca del Sacro Graal per entrare alla corte del re. Alla quête dell’improvvisato cavaliere si unisce anche Nocciolina, fata dei boschi incaricata dalle sagge del suo villaggio di rintracciare un messaggero proveniente dalle terre del Nord, che portava con sé alcune boccette contenenti magia, unica speranza per la loro morente comunità.
Dopo il successo di Brindille, di cui questo Parsifal potrebbe per certi versi costituire, un prequel, Brrémaud e Bertolucci danno nuovamente prova del fatto che la loro è una squadra vincente.
A colpire è innanzitutto l’eccezionale maestria con la quale sceneggiatura e disegno interagiscono tra loro. Forti di esperienze precedenti (come la serie di Love e il volume Le vacanze di Donald), i due autori riescono a costruire scene in cui le parole sono superflue, lasciando il lettore in balia di un “silenzio” assordante, all’interno del quale le emozioni dei personaggi possono manifestarsi in tutta la loro intensità.
Va poi aggiunto che l’abilità con la quale Bertolucci riesce a modulare l’espressività del suo tratto – in base alla situazione che deve rappresentare – risulta sbalorditiva. Oscillando da scene bucoliche sullo sfondo del sottobosco soleggiato a città in fiamme cadute ai piedi dell’esercito sassone, il tratto dell’autore riesce perfettamente a catturare le due dimensioni del racconto, rompendo quando serve l’incanto della ricerca eroica per mettere su pagina non solo la crudeltà dei campi di battaglia, ma anche (utilizzando Nocciolina come veicolo per lo sguardo del lettore) la ferocia della natura. Al tutto viene poi dato ulteriore spessore attraverso un uso sapiente della colorazione, che oscilla dai toni tenui del verde e del giallo a quelli più macabri del blu scuro e del rosso.
Nonostante ciò, non posso però fare a meno di ammettere che la narrazione mi è parsa a tratti eccessivamente frettolosa, il che ha lasciato inevitabilmente poco spazio alla caratterizzazione dei personaggi, che potrebbero risultare ridotti a semplici stand-in per profili stereotipati del genere (un esempio è proprio il protagonista, un ragazzino lontano dalla corte che sogna di diventare cavaliere e che casualmente scopre di avere origini nobili); inoltre – e soprattutto – sono state presto accantonate alcune sottotrame, come quella che vede Linith partire alla ricerca del figlio.
Al netto di queste considerazioni, La leggenda dimenticata di Parsifal risulta comunque una lettura gradevole e interessante, che non ha certo l’ambizione di reinventare il mito arturiano scuotendolo nelle sue fondamenta o elaborarne l’interpretazione definitiva, ma vuole presentare una rilettura adatta ad ogni tipo di lettore.
