Billy the Kid, Jesse James, Butch Cassidy… Questi sono solo alcuni dei nomi dei pistoleri più celebri del Vecchio West, criminali e rapinatori che – attraverso le loro gesta – sono diventati vere e proprie leggende. Si potrebbe ipotizzare che la fascinazione per figure come queste nasca proprio da quella componente anti-istituzionale che li spinge a sfidare la morte per la gloria e il denaro, cristallizzando le loro sagome in storie che spesso hanno più a che vedere con la fantasia che con la realtà (perfetto esempio di questa tendenza è la questline “Noblest of Men, and a Woman” in Red Dead Redemption 2).
Con Belmiele, presentato in anteprima al Napoli Comicon 2026 e disponibile in libreria e fumetteria dal 12 maggio, Simone Pace costruisce la storia (o forse sarebbe più adatto utilizzare il termine mito) di una fuorilegge che nulla avrebbe da invidiare ai colleghi citati poco fa.
Aprendo il volume veniamo infatti a conoscenza delle sue gesta per vie “secondarie”, attraverso le parole di alcuni testimoni e altrettante vittime delle sue rapine. Il ritratto che ne riceve il lettore è frammentario, contraddittorio, in bilico fra una spietata assassina e un’angelica ribelle. Eppure, nella pistolera ideata da Pace, c’è qualcosa di diverso: a spingerla all’azione non è la gloria né tanto meno la cupidigia, ma qualcosa di più profondo: un desiderio, un istinto che neanche lei sa spiegare né dargli forma. Belmiele è la pars destruens di cui ogni rivoluzione ha bisogno.
Ci si potrebbe allora aspettare che il passato della fuorilegge dalla chioma dorata nasconda una ferita che ha trovato nella violenza una valvola di sfogo. Eppure non è così, o meglio non interamente. Il lettore, infatti, già nelle prime battute della storia viene a conoscenza del fatto che Belmiele appartiene in realtà ad una famiglia benestante, originaria della Faglia d’Oro.
Tuttavia, a seguito di un incendio causato dalla salamandra che Belmiele, ancora bambina, riceve da una signora aiutata mentre torna da scuola, si ritrova sola e costretta ad abbandonare la propria casa. La ragazza arriva così a Penombra, un insediamento ai confini della Faglia d’Oro, dove il privilegio non può più proteggerla dalla crudeltà della realtà. Scacciata dalla sua torre d’avorio, circondata da profughi e disertori, Belmiele vede con i suoi occhi gli orrori della guerra: una guerra che, fino a quel momento, aveva conosciuto solo attraverso volantini propagandistici e libri di storia.
Le peripezie della protagonista si svolgono quindi sullo sfondo dei bombardamenti fra Beeria e Angrovia, l’unica fonte di luce a dissipare l’oscurità da Penombra, al cui epicentro si trova proprio la Faglia d’Oro: una piccola striscia di terreno che, forte delle sue banche, si arricchisce all’ombra del conflitto grazie alla concessione di prestiti di guerra. Il conflitto però non resta una minaccia sullo sfondo degli eventi, ma diventa un pericolo effettivo con l’introduzione del sergente scelto Alano dell’esercito di Beeria.
Il militare non è solo un semplice antagonista, bensì l’incarnazione di un sistema di cui lui stesso è vittima, che trova nella guerra uno strumento per la tutela e la protezione dello status quo da parte delle élite.
Il mondo che Simone Pace costruisce per Belmiele – scisso tra privilegio e povertà, sicurezza e guerra, prosperità e morte – acquisisce, nella sua brutale spietatezza, non solo una profondità e una caratterizzazione di notevole spessore, ma anche una risonanza tristemente attuale. Il tutto viene poi ulteriormente amplificato grazie ad un’attenta modulazione del tratto, il cui dinamismo contorce all’occorrenza le sagome dei personaggi al fine di amplificare ulteriormente la rapidissima irruenza dei combattimenti.
Allo stesso modo, anche l’uso di toni cromatici che oscillano dalle note più impetuose del rosso a quelle più languide del blu e del viola contribuisce, insieme alla variazione del tratto, a delineare connotativamente le scene e a catturare le sfumature caratteriali dei personaggi, dalla ferocia di Belmiele alla fredda efficienza del militare che la sta braccando. Va infine sottolineato che l’uso, la commistione e la rimodulazione di elementi e stilemi provenienti dal fantasy e dal western fino ad arrivare allo steampunk (senza però che nessuno sovrasti l’altro) contribuiscono a conferire all’ambientazione del volume una singolarissima personalità, che oscilla così tra l’assurdo immaginario di pellicole come Wild Wild West e suggestioni più tetre, come quelle dell’insediamento di non morti di Dark Souls 3
Se è vero che non c’è due senza tre, allora possiamo affermare in tutta serenità che, attraverso Belmiele (nonostante un ritmo a tratti troppo rapido, in cui l’azione toglie spazio all’introspezione dei personaggi), Simone Pace si riafferma come una delle voci più interessanti del panorama contemporaneo del fumetto italiano, tanto dal punto di vista grafico quanto da quello narrativo, capace di unire una storia estremamente intima e riflessiva – senza per questo eccedere nella retorica o sacrificarne la tenuta narrativa – ad un dinamismo delle linee racchiuso in una costruzione della pagina estremamente certosina.
