Una bistecca alta tre dita con una montagna di patatine fritte. Una frase sentita decine e decine di volte, ma che ha sempre un’eco piacevole alle orecchie dei lettori texiani di vecchia data. Era un tratto distintivo della serie, ben prima che un certo sceneggiatore abusasse indegnamente di questi siparietti tra i quattro pards a tavola, trasformando la loro allegra amicizia virile in mera crapula e totale disinteresse per le sorti altrui. Il personaggio che il pubblico ben conosce non disdegna affatto i momenti di relax in compagnia, ma sa bene che il prezzo da pagare per goderne è la totale dedizione alla sua missione di giustiziere a tutto campo, sia che metta in mostra la sua stelletta da ranger, sia che indossi le insegne del capo Navajo Aquila della Notte.
Incredibile ma vero: per una generazione di appassionati, nata e cresciuta con quella versione di Tex, il fiero sakem dei Navajos, il ranger tutto d’un pezzo, in realtà è un indolente burocrate molto sedentario, molto più abituato alle abbondanti libagioni che all’azione. Non salta subito in sella, preferisce rimuginare a lungo la strategia. Non aggredisce verbalmente gli avversari, prova a mediare. Non ingaggia mai battaglia se non è sicuro della superiorità numerica, vaglia la consistenza degli uomini del nemico. E, complice un sempre disponibile Carson, non riesce a resistere di fronte all’insegna di un ristorante o anche di un ben più modesto pasto quando è ospite in qualche tepee di una tribù amica.
Ovvio che una simile visione del personaggio, pigro e poco sveglio in generale, abbia avuto pesanti ripercussioni nelle storie del periodo indicato, acuendo di molto il rimpianto dei fan per quelle della stagione precedente, quella d’oro, quando il nostro non si faceva scrupoli di buttarsi nell’azione a capofitto, infischiandosene dei potenziali rischi e dimostrandosi, storia per storia, come l’uomo che ogni lettore avrebbe voluto essere. Duro ma scaltro, mosso esclusivamente dalla sete di giustizia e ferocemente sarcastico verso chiunque cercasse di fare il furbo, a scapito suo o di chiunque fosse sotto la sua ala protettiva. Il sapore di quelle avventure, per chi ne ha memoria, è legato indissolubilmente a quello delle bistecche con patate. Quando la lettura degli albi era qualcosa di ruvidamente appagante, la stessa sensazione che si prova al palato quando ci si nutre con le pietanze sopra citate.
I vertici della Sergio Bonelli Editore, una volta deciso di cambiare rotta nella gestione della serie, ne hanno approfittato a suo tempo per correggere il tiro e affidare la scrittura degli episodi ad un altro team di autori, coordinati dall’allora curatore Mauro Boselli, con il preciso incarico di riportare il personaggio alle sue origini, per caratteristiche psicologiche e caratterizzazione. Dopo alcuni esperimenti fallimentari (uno per tutti, il pur quotato Tito Faraci) è emerso dal gruppo, per quantità di storie firmate, il sardo Pasquale Ruju, in forza alla casa editrice sin dal 1995 soprattutto come autore di Dylan Dog. Il suo esordio nella serie regolare del Ranger, nell’estate 2010 con la storia La prova del fuoco (numeri 598-599), è un po’ il bignami del suo modo di approcciarsi al mondo di Aquila della Notte.
Qualcuno lo definirebbe “western psicologico”, altri parlerebbero di contaminazione con altri generi come il noir. In realtà Ruju sembra più influenzato dal cinema del regista hongkonghese John Woo, specie da quando quest’ultimo si è trasferito ad Hollywood per esportare ovunque il suo personale universo popolato di gangster tormentati, dove i drammi personali fanno male al pari delle pallottole. Che risultati possono venir fuori dall’applicazione di una simile ricetta alle storie del Ranger? Esattamente quelli che ritroviamo nella storia di questi ultimi due mesi: un gruppo di rapinatori beffato dal tradimento di uno di loro che ha una relazione segreta con la moglie del capo della banda.
Non è una novità, la variante dello chef Ruju ai piatti che elargisce regolarmente ai suoi avventori texiani è sempre la solita. Situazioni tipicamente western (i banditi a caccia di denaro, il colpo progettato nei dettagli, la fuga in attesa di tempi più tranquilli) vengono mischiate, nel tentativo di complicarle, ad elementi melodrammatici. In questo caso il classico triangolo (lui, lei e l’altro) è la variabile che dovrebbe cambiare il gusto del piatto e indirizzare il corso degli eventi. Stesso discorso per il ruolo di co-leader riservato a Kaya, la sorella del sakem dei Piutes Tateh. Dimentichiamoci delle tradizionali indianine umili e sottomesse cui eravamo abituati. Qui abbiamo una donna che è la più influente consigliera del fratello, la cui opinione ha un certo peso e che prende anche decisioni in autonomia, senza che gli uomini della tribù battano ciglio.
Il motivo di una cosi marcata caratterizzazione e di tanto spazio concesso ad un personaggio solitamente di contorno nelle storie del Ranger risponde alla perfezione ai parametri in voga nel filone di cui abbiamo parlato prima. Senza gli intermezzi romantici di cui sopra la storia in questione, già esile di suo, si esaurirebbe nel giro della metà delle pagine invece utilizzate. È più facile giustificare la faciloneria del bandito infingardo e traditore (che, infatti, fa ben presto una brutta fine) se lo si presenta come pazzo d’amore per la sua bella. Talmente pazzo da sfidare la ben nota ferocia del suo capo, sfilandogli non solo il bottino ma anche la donna. E talmente maldestro da non avere neanche un valido piano di fuga, finendo per mettere in pericolo di vita non solo la sua neo-compagna ma anche l’adolescente figlia di lei.
Ma la buona sorte aiuta non solo gli audaci: riserva uno sguardo benigno anche a chi non è particolarmente acuto. Vivien, la donna lasciata al suo destino dall’imperizia del suo uomo, viene trovata e soccorsa proprio dai Piutes. Una volta condotta al loro campo assieme alla figlia Sue è affidata, ovviamente, alle cure dell’iperattiva Kaya, ben pronta a onorare i doveri della sacra ospitalità al posto del fratello e più accorta di lui nel valutare dubbiosamente la sincerità della loro ospite. Nel frattempo i quattro pards (parecchio in secondo piano fino a quel momento) si muovono separatamente sulle tracce dei rapinatori, ricostruendone il percorso e finendo per imbattersi in un traffico d’armi in cui è coinvolta, naturalmente, parte della tribù Piutes.
Conclusione scontata, con l’arrivo della banda al campo indiano e scontro che si risolve a favore dei Piutes grazie al provvidenziale arrivo all’ultimo minuto del nostro quartetto preferito. Inutile nominare i Comancheros alleati dei banditi: il loro apporto alla trama è ininfluente, cosi come la pericolosità del loro capo, liquidato da Tex nel giro di poche vignette. Quello che interessa all’autore (e assai meno al lettore, almeno a quelli che la pensano al pari di chi scrive) è mettere in risalto il decisionismo di Kaya (sempre un passo avanti al fratello) nelle scene d’assalto al campo. Il suo piglio deciso (anche nel rimproverare la fedifraga Vivien) è speculare alla sua generosità nell’omaggiare l’innocente figlia di lei, come si vede nell’ultima scena. Tutti compiti che nel Tex di una volta sarebbero toccati al sakem della tribù o, in alternativa, ad Aquila della Notte stesso.
Infine, una storia cosi incentrata sui dilemmi emotivi dei personaggi – specie quelli femminili – avrebbe richiesto, per essere illustrata a dovere, l’opera di una matita diversa da quella, pur pregevole, di Alfonso Font. Il maestro catalano, ormai ottantenne, non ha mai incentrato la sua arte sulla raffigurazione minuziosa dei volti e delle espressioni facciali, preferendo un tratto molto più essenziale, ai limiti della sintesi grafica. L’avanzare dell’età ha ulteriormente accentuato queste sue caratteristiche, al punto che molte delle posture da lui scelte risultano sgraziate. Non parliamo poi della “recitazione” dei personaggi, convincente al pari di un b-movie dal basso budget. Una storia nella norma, che si lascia leggere ma non regala emozioni genuine. Che è quello di cui più si avverte la mancanza.



