Il grido d’allarme “Al lupo! Al lupo!” funziona sempre, finché qualcuno continua a crederci. La favola di Esopo, notissima al punto da essere inserita spesso nelle antologie scolastiche sin dalle elementari, è probabilmente la chiave migliore per leggere La caccia del lupo: quando si costruisce un allarme narrativo continuo senza mai consegnare un reale pericolo, il risultato non è suspense, ma assuefazione.
Il dittico di albi (Tex n. 787 – 788) firmato da Pasquale Ruju sembra infatti più interessato a vendere l’idea di un grande avversario che a costruirne uno davvero efficace. El Lobo – nome già di per sé programmatico, con l’ulteriore tocco di “Leonidas” a suggellarne l’aura epica – viene progressivamente rivestito di attributi “importanti”: origini altamente drammatiche, passato da spietato fuorilegge, retaggio misto, riluttanza a servirsi di alleati in azione, abilità superiori alla media.
Il problema non è che tutto questo sia inverosimile nel western di Tex: il problema è che appare dichiaratamente costruito per anticipare una grandezza che, nel racconto, il personaggio in questione non riesce mai a dimostrare davvero. Anche il dettaglio del nome “Leonidas”, con relativa consapevolezza della sua origine storica (ok, crediamo pure che il padre del nostro, colpito dal racconto della vicenda del famoso Re di Sparta, abbia voluto indirizzare il destino del figlio dandogli il suo nome), rientra in questa logica: non un elemento narrativo organico, ma un ulteriore faro luminoso puntato sul lettore per dirgli come deve interpretare il personaggio. Più che costruire la sua fama sulle sue gesta, El Lobo sembra vivere della fama che gli deriva da esse.
Il lungo accumulo di retrospettive e rivelazioni biografiche non costruisce profondità, ma attesa artificiale. E quando finalmente arriva il confronto con Tex Willer, tutto si sgonfia con rapidità quasi didascalica. Il duello non offre sorpresa, non offre incertezza, non offre nemmeno una frazione credibile di dubbio. Segue un copione rigidissimo: disarmo, controllo, chiusura. Non è un problema che Tex vinca, è la regola del gioco. Il problema è che la partita non sembra mai davvero giocata.
Neppure la mossa dell’alleanza o il tentativo di riscatto finale riescono a cambiare la percezione generale: El Lobo, costruito per due albi come figura eccezionale, non trova mai un momento narrativo in cui questa eccezionalità si traduca in reale peso drammatico. Lo schema è quello che il lettore abituale si aspetta: presentazione del comprimario, lenta marcia di avvicinamento a Tex colpendo alcuni suoi amici, incontro / scontro nel prefinale tra i due e poi alleanza operativa contro il vero, comune nemico. Aggiunte previste? Un minimo margine di incertezza nel canonico duello con Aquila della Notte (assente, come abbiamo già visto) e, spesso, un eroico sacrificio finale del comprimario che valga a mo’ di redenzione (e magari eviti che finisca per essere riciclato più volte nel corso della serie).
E quando si passa ad analizzare gli altri comprimari di questa storia, non è che le cose vadano meglio. Del resto, se quello che doveva essere il primattore di questa “compagnia” si rivela poco incisivo, non si può pretendere che il resto della brigata sia capace di prendersi la scena al suo posto. Il difetto di personalità del fuorilegge meticcio si riflette, nella sceneggiatura di Ruju, su tutti gli altri personaggi, alcuni dei quali da lui stesso creati nel Texone del 2015 Tempesta su Galveston, anche in quel caso per i disegni di Rotundo. Originalità ai livelli minimi, presenza nella storia relegata alla mera necessità di far andare avanti il canovaccio, personaggi spesso liquidati senza troppi rimpianti nel giro di qualche vignetta.
E, a proposito del lavoro ai pennelli di Massimo Rotundo (comunque di ottima qualità), c’è da fare innanzitutto un’osservazione. Visto che la sceneggiatura di Ruju insiste sulla natura di sanguemisto di El Lobo sin dalla sua prima apparizione e che questa duplice identità sembra essere una sua caratteristica fondamentale, non era il caso di sottolinearlo in qualche modo anche nella sua rappresentazione grafica? Nessuna critica alla professionalità del maestro romano ma, da come lo disegna, sembra che il fuorilegge sia in tutto e per tutto appartenente alla razza degli uomini di colore. Eppure sua madre è una donna indiana: possibile che l’incrocio tra i due popoli non sia riconoscibile nella sua figura e che non possa essere fatto percepire, con alcuni tratti di matita, al lettore?
Sul resto delle tavole, invece, poco da dire. Rotundo torna con piacere sul luogo del delitto e si vede. Il suo pennello rende con la stessa efficacia sia le eleganti ambientazioni cittadine che le opprimenti atmosfere delle paludi circostanti, quel Bayou intravisto tante volte nelle varie collane bonelliane (oltre al nostro Ranger, anche l’inossidabile Zagor e Dampyr). Il lungo confronto finale della storia (primo round tra Tex ed El Lobo, poi gioco a tre con il recupero di Carson contro il Capitano Woodlord e la sua cricca) è interamente ambientato in questo scenario, ben sapendo di poter contare sulle capacità di Rotundo di coinvolgere il lettore con i suoi virtuosismi nel rappresentare l’atmosfera lugubre e malsana della palude.
Alla fine, chiude il volume la stessa sensazione con cui si ascolta il pastorello della favola: più che paura del lupo, resta solo la stanchezza di averlo sentito annunciare troppe volte.
