Con una mostra dedicata e la raccomandazione niente popò di meno che di Leo Ortolani, magister della manifestazione, difficile non dedicare almeno un pensiero a Black Letter, il manga dell’autrice italiana Mojiko arrivato alla pubblicazione in Giappone, evento probabilmente paragonabile a quando atleti giapponesi fecero la loro comparsa nella Serie A italiana o nell’NBA statunitense.
Il problema è che, lo premetto da subito, Black Letter come si suol dire: “non è il mio”.
Il che in realtà non vuol dire niente: semplicemente non sono in sintonia con il suo modo di disegnare e di narrare, capita. Senza volerne fare una frettolosa riduzione, si coglie nel primo numero di Black Letter l’influenza di quel filone che, in mancanza di migliori definizioni, definirò “shonen della disperazione”. Opere caratterizzate da un design dei personaggi estremamente essenziale, tendente in maniera provocatoriamente voluta al rifiuto dell’estetica sgargiante dello shonen, più o meno ecchi, e da trame cupe in cui però la tragedia non è quasi mai un’esplosione di disgrazie bensì un lento accumularsi di situazioni inestricabili che avvolgono gli incolpevoli protagonisti.
Uno dei primi esemplari di questo filone fu quel Narutaru che ancora ricordo con massiva depressione, ma anche Saikano – anche se il disegno era estremamente peggiore – fino ad arrivare a Puella Magi Madoka Magica che inaugura proprio il “Despair Moe”. Ma sto divagando.
Il mio problema con questo stile è che sono opere estremamente “slow burning” e Black Letter non fa eccezione: alla fine del primo volume non solo non si ha alcun indizio su quale sia “la posta in gioco”, ma gli stessi personaggi finora incontrati sono estremamente sfuggenti. Di loro abbiamo individuato forse uno, massimo due, tratti caratteristici.
È un problema? No, semplicemente una questione di gusti. Persone con attitudini e interessi diversi dai miei sicuramente apprezzeranno la maestria di questa giovane autrice nel descrivere un’ambientazione distopica, in cui la razza umana è venuta a patti con il fatto che degli angeli in forma di ragazzini e ragazzine compaiono a consegnare la cosiddetta “Lettera Nera” su cui è segnata la data in cui il destinatario semplicemente si “spegnerà”, pur essendo in perfetta salute e senza alcuna causa esterna. E di cosa comincia a succedere quando per una singola persona (almeno per quello che sì sa) questo non accade.
C’è sicuramente un fascino in questo lento accumularsi che va ben oltre il primo volume ma, semplicemente, non sono io la persona che lo apprezza.
