C’è un momento, nella vita di chiunque abbia provato a inseguire un sogno, in cui la paura di fallire (o di soffrire ancora) spinge a nascondere tutto in un vecchio hard disk della coscienza: si chiude a chiave, si mette la testa sotto la sabbia e si spera che il tempo faccia il resto. La creatività però è come un seme: germoglia anche sotto il cemento, e prima o poi torna a bussare. Per Fiamma Ficcadenti – fumettista in erba, poi architetta, quindi ricercatrice e ora (again) fumettista – quel momento è arrivato nel 2021, durante il silenzio forzato del secondo italico lockdown.
Nodi, il suo esordio targato Bao Publishing, non è solo una graphic novel: è un’autoanalisi che non concede sconti e messa su carta con un bianco e nero che pulsa, ma forse proprio per questo delicatamente catartica.
Quella di Fiamma è la storia di una ripartenza, che procede ondivaga tra Roma Nord (di zerocalcarea memoria) e la selva oscura (di dantesca memoria). Fiamma torna a impugnare la matita dopo vent’anni di “sciopero” emotivo, causato da un trauma che l’aveva spinta a spegnere la propria luce interiore. Lo fa raccontandosi in prima persona, con un’onestà che ricorda appunto da vicino la scuola di Zerocalcare – non solo per la parlata romanesca o l’ambientazione, ma per quella capacità tutta millennial di mescolare il dramma esistenziale a un’ironia fulminante.
Il viaggio di Fiamma nella propria memoria è un chiaro rimando ad Alice nel Paese delle Meraviglie servito in salsa capitolina, dove al posto del Bianconiglio troviamo due guide d’eccezione: Vanda, una gatta parlante che è il simulacro dell’ansia (declassata da tigre a pollo dopo anni di terapia, e diretto riferimento all’armadillo dell’autore di Rebibbia), e Brigitta, un groviglio senziente di capelli che ontologicamente incarna la depressione e i blocchi emotivi – anche qui, ascrivibile all’harem di entità che popolano l’immaginario di Zerocalcare.
Il world building dell’autrice è profondamente influenzato dalla sua professione/missione di architetta. Lo spazio, in Nodi, non è solo uno sfondo quanto più un elemento politico e psicologico. Fiamma rompe la gabbia tradizionale della tavola: niente spazi bianchi canonici tra le vignette, ma illustrazioni a tutta pagina che inglobano l’azione, costringendo l’occhio del lettore a perdersi (e poi ritrovarsi) in un groviglio che riflette il caos interiore della protagonista.
È una lettura densa, a tratti frammentaria come un flusso di coscienza rutilante, che non ha paura di citare (tra gli altri): Povere Creature!, Il Signore degli Anelli, Boris come pure Ti voglio bene, Denver e I guardiani della galassia per spiegare l’inspiegabile. Ancora, è una lettura il cui cuore sta tutto in un anagramma: i nodi del titolo sono, in realtà, i nostri doni.
Fiamma ci insegna che il dolore non sparisce mai del tutto, ma può essere trasformato in linfa nuova. Accompagnata da un cast di comprimari solidissimi – come la zia Mariapia, una “saggia del villaggio” che sembra modellata paro paro sulla Edna Mode de Gli Incredibili – la protagonista scava fino alla radice del suo caos per scoprire che i pezzi del puzzle, anche se ammaccati, possono ancora incastrarsi in un disegno splendente.
Un esordio coraggioso che ci ricorda come, a volte, per andare avanti bisogna avere il coraggio di tornare indietro a riaprire quella cartella dimenticata della memoria.
P.S.: se i richiami a Zerocalcare sono evidenti sin dalla prima pagina, l’ultimo ringraziamento che Fiamma fa alla fine dell’opera è proprio a Michele Rech.
