La quintupla di Bepi Vigna (Nathan Never mensile 415-419) non risolve nessuno degli spunti citati, al contrario getta ancora altra carne al fuoco, in uno scenario che sta diventando faticoso da seguire perché, come in un qualunque Lost che si rispetti, ad una risposta devono sempre corrispondere almeno tre nuove domande – e tutti sappiamo come sono andate a finire ogni volta le cose.
L’impianto in sé è costruito con logica certosina, e non potrebbe essere altrimenti data la portata letteralmente planetaria dello scacchiere geopolitico. In questo, l’approccio “alla Risiko” adottato da Vigna si dimostra se possibile ancora più avanzato rispetto a quello di Vietti; la cosa è però comprensibile, data la mole aumentata di tasselli da gestire rispetto ad una ventina di anni fa. Come si accennava già nel prodromo, è una dinamica che avanza lentamente, e si sviluppa su molteplici ramificazioni – alcune provenienti da un passato che l’autore aveva già curato, altre provenienti dal lavoro svolto da altri, e che quindi si sono dovute amalgamare secondo regole diverse da prima, assieme ad altre ancora di più recente introduzione – le quali, pur alternandosi con una certa frequenza alle avventure standalone, rendono arduo per il lettore mantenere una visione coerente. Per questo motivo si plaude sempre ad Antonio Serra che, anche adottando una prospettiva da “curatore” di serie mensili a fumetti, in un paio di casi ha volutamente fornito ai lettori dei vademecum per aiutarli a recuperare quantomeno gli elementi salienti da cui la nuova saga di turno sarebbe partita.
Ciò detto, assistiamo ora ad uno scenario in cui la stringa di energia comparsa al largo di Saturno da circa un quarto di secolo (inteso come tempo di noi lettori) è ormai trampolino di lancio verso una porzione di universo completamente sconosciuta: Terra e Marte lavorano adesso fianco a fianco per mappare questo nuovo crocevia tra le stelle, mentre il progetto segreto di colonizzazione in massa dello spazio mediante gigantesche navi-arca viene svelato da un gruppo di giovanissimi hacker guidati da Kora, capace di interfacciarsi con qualsiasi tecnologia informatica, tanto da riuscire ad eludere i sistemi di difesa progettati dallo stesso Sigmund Baginov. Nello specifico, Kora appare come una nuova riproposizione del concetto di tecnopati, che già a loro volta riprendevano in misura più strutturata la figura del giovane ESPer capace di dialogare con le macchine senza l’ausilio di strumenti di supporto. La sotto-trama legata ai quattro ragazzi tradisce più di una eco spielberghiana, e non c’è rischio di fare spoiler nel dire che avrà un ruolo à la deus-ex-machina nella parte finale della run.
Su una scala più ampia, invece, Vigna mette in campo una nuova minaccia aliena, costituita anche in questo caso da esseri insettoidi dalla natura tecnodroide, capaci di muoversi agilmente nello spazio, di diventare praticamente invisibili a qualsiasi strumento di lettura e, come se non bastasse, caratterizzati da una biologia tecno-organica che li rende in grado di emettere potenti scariche fotoniche. Questa nuova razza di alieni, in silente attesa al di là del ponte spazio-temporale creato dalla stringa di energia, è ovviamente sul punto di avanzare in maniera ostile nella nostra porzione di universo, potendo contare su un dispiegamento di forze apparentemente imbattibile. È a questo climax che, come spesso accade, l’autore tende ad arrivare per puntare sul vero obiettivo della narrazione, vale a dire mostrare la natura ancillare dell’uomo di fronte alle tragedie. In questi momenti la nostra razza è in grado di mostrare tanto il meglio quanto il peggio di sé, per cui se da un lato la sarabanda delle macchinazioni politiche ci mostra l’irriducibile, irrinunciabile, e mai troppo retorica giostra della corsa al potere, dall’altro il faro della scienza si erge come reale ponte d’avorio tra le civiltà per ampliare i mutui orizzonti di conoscenza – e, in questo caso, anche di sopravvivenza. Attorno a questi due pilastri si accalcano i classici stereotipi dei militari arrivisti e degli eroi senza nome caduti sul fronte – che però la Storia ci insegna essere modelli molto più ricorsivi di quanto si pensi, o si voglia.
Come già si anticipava, di fronte ad una situazione senza uscita, la riproposizione dei classici viene ancora una volta in aiuto; la minaccia viene quindi (è d’obbligo dire “apparentemente”) debellata, e ora è il momento di fare i conti con le mutate condizioni politiche – i veri disastri sono sempre a questo livello, prima che in altri àmbiti.
A tale proposito, la logica certosina di cui si diceva, se ben condotta diviene motivo di attrazione ancora superiore rispetto allo scenario bellico di per sé: in questo, la testata ha sin dall’inizio avuto uno sguardo attento su continuity e world building, tanto all’interno quanto all’esterno dell’Agenzia Alfa. In quest’ultimo caso, la memoria risale alle lotte politiche per ascendere alla carica di sindaco della Città Est, con la figura ricorrente di Franz Hoenzoller (cfr. ad esempio qui e qui), ma soprattutto alla lotta di classe da parte dei mutati per il loro affrancamento dallo status di “esseri creati in laboratorio”. La penna di Medda fu all’epoca quella che, tra i tre sardi, maggiormente si concentrò su tali aspetti; anche qui, la discesa (o salita) in campo di Vietti allargò gli orizzonti all’inverosimile, introducendo tra gli altri la Federazione terrestre – assieme alla sua danza dei Presidenti (tra i quali una certa Elania Elmore) – e oscurando le tematiche politiche “cittadine” che avevano tenuto banco fino ad allora.
Quella tendenza non si è più arrestata, anche quando sono state tirate in ballo le nuove peripezie della famiglia Skotos, e per certi versi ciò ha fatto anche in parte perdere l’angolazione più “urbana” delle avventure di Nathan e soci – un aspetto che a volte emerge persino nelle loro stesse riflessioni. Ciò si collega alla citata prospettiva “interna” della questione: la testata intitolata all’agente speciale Alfa fu pensata (tra le altre cose) per avere un respiro corale. Non un solo protagonista, ma appunto un’agenzia di sicurezza e vigilanza, dove era del tutto verosimile che lavorassero almeno un paio di agenti. Anche qui, le dinamiche di incremento e variazione delle fila di agenti speciali hanno tenuto banco in maniera stabile solo nella prima decade di vita della serie (cfr. ad esempio qui e qui), dopodiché è divenuto un fenomeno molto più raro (cfr. qui), se non quasi inesistente.
Al momento, l’impressione che se ne ricava è che l’Alfa consti solo del trio di agenti/direttori (Nathan, Legs, Sigmund) e del capo meccanico Mendoza. Tutti gli altri nomi che nel tempo pure sono rimasti – uno tra tutti: Link – e hanno avuto i loro momenti di gloria, ora sono del tutto scomparsi dai radar. Questo ha minato di molto i fondamenti di verosimiglianza della serie, pur nel suo essere un’opera di fantasia, e da cui a suo tempo nacque la testata “Agenzia Alfa“, il cui scopo dichiarato era proprio dare spazio alle molteplici figure che ruotavano attorno a Nathan. A tale proposito, come già detto fu lo stesso Vigna a mettere in scena all’epoca una complessa space opera che si concluse con la sparizione degli agenti speciali April Frayn e Jack ‘O Ryan, assieme agli altri membri della base spaziale Alfa, attraverso quello stesso strappo spazio-temporale che avrebbe poi preso il nome di stringa: le avventure dell’Asteroide Argo hanno goduto poi di una certa qual longevità nello spin-off dedicato, ambientato nella remota Lega dei Pianeti, dall’espresso sapore trekkiano, purtuttavia senza ricevere un finale preciso.
È per questo motivo che i lettori di più vecchia data davano – o meglio: volevano dare – per scontato che, una volta che anche nella serie regolare lo sviluppo tecnologico avesse permesso di attraversare la singolarità in questione in relativa sicurezza, i due filoni avrebbero finalmente ricomposto una cesura che dura da almeno un paio di decadi. Come se non bastasse, le prime immagini della nuova razza di alieni rimandavano nemmeno troppo da lontano alle fisionomie dei Baikuu o dei Triekuu, archetipici villains nella citata galassia lontana lontana. E invece nulla di questo sembra essere accaduto.
Al di là quindi delle fan theories, la lunga cavalcata nel quadrante sconosciuto ha allargato ulteriormente la già complessa scacchiera di cui si parlava all’inizio. Per quanto sia ammirevole lo sforzo di ispirazione che ha portato a creare un universo dalla complessa stratificazione, sarebbe stato a questo punto narrativamente concedibile “andare a meta” da qualche parte.
Sul versante grafico c’è davvero poco da dire che non rimandi a precedenti valutazioni, sia per quanto riguarda l’opera di Giardo, attuale copertinista e quindi “benchmark” deputato (cfr. qui), sia per quanto concerne Bertolini, la cui produzione è aumentata in maniera esponenziale negli ultimi anni (cfr. qui). Una nota sulle cover, che Giardo ha impostato in maniera molto “fotoromanzata”, con un eccesso di over-acting che la prospettiva ad oblò esalta se possibile ancora di più: ne segue tra l’altro una generale mancanza di respiro, che spezza (non necessariamente in positivo) con il generale standard cui l’autore torinese ci ha abituati in questi ultimi anni.
Ci si conceda un’ultima battuta: per coloro che lo hanno vissuto “in diretta”, ma anche per coloro che lo hanno recuperato in seguito, il fenomeno Lost si associa alla parabola di Damon Lindelof, principale showrunner della serie assieme a Carlton Cuse: la storia – ormai arcinota – di come il gioco di alzare continuamente il tiro sia sfuggito bellamente di mano, portando ad uno sforzo immane (e, ovviamente, non del tutto riuscito) per rattoppare un finale che mettesse un punto, ma che rimanesse relativamente aperto ad un tempo. Le infinite teorie sbocciate in rete anche a distanza di anni per fornire una spiegazione a posteriori sono la cartina al tornasole del suggestivo fallimento dell’impresa, e quella serie fornisce il decalogo perfetto di cosa NON fare per evitare di trovarsi in un dominio di ammissibilità azzerato (spoiler: con le sue produzioni successive, Lindelof sembra aver imparato la lezione).
Vigna ha già spuntato alcune voci di questo decalogo; chi scrive non sa se essere più curioso o preoccupato nel chiedersi se e come spunterà le altre.
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