Dylan Dog n.476
That sugarcane that tasted good

La recensione dell'albo "L'imitazione della vita" di Alessandro Russo e Sergio Gerasi

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Il titolo dell’albo, L’imitazione della vita, porta con sé due riferimenti che forse, volendo, questa volta sono centrali e funzionali a quello che l’albo vuole perseguire. Il primo è il film di Douglas Sirk del 1959 — melodramma amaro sulla distanza tra la vita vera e quella che si mostra agli altri e sull’identità come maschera indossata per compiacere o sopravvivere. Il secondo è la canzone dei R.E.M., Imitation Of Life, che a quel film si ispirava, e che costruisce attorno all’immagine della canna da zucchero — sugarcane — la metafora che contrappone ciò che è autentico, ciò che si potrebbe essere, alla finzione di ciò che si recita di essere.

That sugarcane that tasted good
That’s cinnamon, that′s Hollywood
Come on, come on
No one can see you try

Ed è in questa luce che Alessandro Russo immagina come un’emozione possa diventare creatura autonoma, entità che si stacca dal corpo dell’invidioso per incarnarsi e agire. Il veicolo è Stanley Beadle, uomo fallito e disadattato, consumato da un’invidia che non riesce a tenere a bada. Ed ecco che questo suo sentimento diventa un mostro capace di uccidere le persone da lui invidiate.

Russo la lavora con una consapevolezza tematica che rende la storia qualcosa di più di un semplice racconto dell’orrore: il mostro vomitato da Stanley non si limita infatti a uccidere le persone che il suo ospite invidia, ma le imita prima di ucciderle, si impossessa della loro vita per abitarla brevemente, replicandone gesti e relazioni come se la sola vendetta possibile all’insoddisfazione fosse il furto temporaneo di ciò che si desidera o come se ci fosse un desiderio latente di vivere la felicità altrui per dare soddisfazione, senso, logica e comprensione alla propria infelicità e inadeguatezza. Una logica perversa e, in un certo qual modo, perfettamente coerente.

La vita imitata, dunque, mai davvero vissuta, mai goduta appieno.

Ci sono certo aspetti che la sceneggiatura lascia volutamente in ombra — la latenza trentennale del mostro, i possibili precedenti che non vengono esplorati, le finalità del Dott. Arcane — ma sono lacune che non pesano sulla fruizione della storia e che non intaccano il messaggio.

Il racconto non ha intenzione di essere un puzzle da risolvere: vuole opprimere, e ci riesce. L’orrore messo in scena da Russo è carnale, viscerale, radicato nell’umano più banale e profondo — l’invidia dicevamo, certo, ma anche l’arroganza, il dolore, la paura, la solitudine. Turbe comuni, piccole e devastanti, che qui assumono una forma mostruosa e violenta.

Il ritmo non è alto, ma questa è una scelta precisa, in piena sintonia con l’atmosfera che si vuole costruire. Dylan Dog indaga nel modo consueto, si confronta con Bloch, e sia lui che Groucho vengono valorizzati con misura e intelligenza, senza forzature. Funziona tutto, inclusa la caratterizzazione di Stanley, che rimane al centro della storia come figura tragica e in qualche modo pietosa, incapace di liberarsi dal peso di una vita che lo tormenta.

A sostenere il tutto ci sono i disegni di Sergio Gerasi, che si rivela perfetto per questa storia con il suo tratto che contorce i volti e carica ogni vignetta di un’inquietudine visiva che amplifica il morboso senza cedere mai al gratuito. 

È un disegno che trasforma l’orrore in qualcosa di visivamente denso e autentico, in perfetta sintonia con la narrazione.
Un lavoro intelligente e ben strutturato, che sa guardare alle derive dell’animo umano con buona attenzione e che, per farlo, sceglie consapevolmente l’orrore come linguaggio.

Cominciai a correre. Finché i muscoli non mi bruciarono e le vene non pomparono acido da batteria. Poi continuai a correre.

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