Continuiamo il nostro percorso attraverso il mondo di Dampyr con l’analisi dei primi cinque Maxi Dampyr pubblicati, a cadenza annuale, dal 2009 al 2013 (potete trovare i Maxi da 6 a 10 qui).
Attenzione: benché misurati, i commenti che seguono contengono, inevitabilmente, alcuni importanti spoiler.
Buon viaggio.
Maxi Dampyr n.1
Luglio 2009
Il Signore delle Vespe
Diego Cajelli, Maurizio Dotti
La prima storia vede Harlan alle prese con una maledizione proveniente dall’estremo Oriente, in un mix di esoterismo e arti marziali sicuramente godibile, ma di scarso spessore. Le sceneggiature di Diego Cajelli hanno sempre il pregio (tutt’altro che scontato) di non perdere ritmo e di rispecchiare il divertimento dell’autore nello scriverle.
L’intreccio da action movie a base di arti marziali – con un Harlan a tratti duro alla maniera di un Chuck Norris o di uno Steven Seagal – regge bene, ma mal si amalgama all’atmosfera più rarefatta che si respira fino a un certo punto: soprattutto, non sembra di leggere una storia di Dampyr. La sensazione si fa ancora più evidente nel finale, quando Harlan gioca un ruolo da comparsa senza incidere minimamente sugli eventi.
Una storia in definitiva piuttosto debole, salvata in corner dal mestiere dell’autore e dai disegni sempre di ottimo livello di Maurizio Dotti.
Il segreto del bosco
Diego Cajelli, Giuliano Piccininno
Delle tre, è l’unica storia che sarebbe potuta apparire senza problemi nella serie regolare. Non sarebbe certo stata annoverata tra le migliori di sempre ma neanche tra le peggiori, e in più avrebbe avuto il valore aggiunto dell’ambientazione italiana.
L’inquietante parco dei mostri di Bomarzo, con i suoi rimandi alchemici e le interpretazioni esoteriche delle sue sculture è un tema molto “mysterioso”, ma Diego Cajelli prova ad inserire massicce dosi di azione e di sangue. Il risultato è quello di una fiaba horror, anche perché il registro si mantiene sempre su toni piuttosto leggeri, a volte anche a discapito dell’incisività.
Gli inseguimenti in auto fanno un po’ sorridere se sono ambientati nelle stradine del viterbese, e le conseguenze dell’uso del sangue di dampyr nel rito alchemico fanno virare decisamente la storia su toni ironici, sia pure da humour nero.
Gli ingredienti sono però miscelati meglio che nella storia precedente, e l’ambientazione nei giardini di Bomarzo è sicuramente affascinante: anche in questo caso, però, abbiamo una storia ben poco dampyriana sia per temi che per svolgimento. Anzi, alcuni elementi e l’ironia di fondo fanno pensare più a Dylan Dog che ad Harlan Draka.
Ombre nella giungla
Michele Masiero, Oliviero Gramaccioni
Difficile commentare una storia che non solo sembra avere poco o niente a che spartire con Dampyr, ma che addirittura ne sembrerebbe una parodia se non si prendesse troppo sul serio. Michele Masiero e Oliviero Gramaccioni, entrambi all’esordio sulla testata e provenienti da Mister No, ambientano la vicenda in Brasile pensando forse di giocare in casa. Al di là dell’ambientazione, che ha il suo fascino, la storia è ben poca cosa, interamente basata su un’unica idea (la setta di vampiri aspiranti suicidi) che quando si palesa mostra tutta la sua debolezza per non dire assurdità.
Come altro giudicare una setta di vampiri che, per suicidarsi, organizza il rapimento del dampyr per uccidersi con il suo sangue? Ai vampiri non mancano certo i modi per morire, tra cui quello di farsi uccidere da un consenziente Harlan, visto che non era loro intenzione quella di farlo fuori ma solo di uccidersi.
Come se non bastasse, il soggetto è sviluppato in maniera altrettanto deludente, senza suspense né ritmo, e con un inspiegabile finale raccontato a posteriori senza un particolare motivo.
Da rivedere anche i disegni di Gramaccioni, soprattutto per quanto riguarda la resa grafica dei protagonisti. D’altronde il parco disegnatori di Dampyr è di qualità molto alta, così come i termini di paragone.
Maxi Dampyr n.2
Luglio 2010
Spectriana
Alessandro Baggi, Mauro Boselli, Diego Cajelli, Maurizio Colombo
Un libro di origine infernale, emerso dalla Biblioteca del Teatro dei Passi Perduti, che provoca in chi lo sfoglia allucinazioni e pericolose esperienze con i racconti che prendono vita dalle sue pagine: è il pretesto narrativo che tiene insieme sei ministorie firmate da Alessandro Baggi, Mauro Boselli, Diego Cajelli e Maurizio Colombo, con una genesi che si è trascinata per oltre dieci anni.
Il risultato è una storia contenitore che funziona bene nella sua polifonica e ben orchestrata caratterizzazione che, tra sogni, ansie e paure, sfrutta bene le potenzialità dei personaggi principali della serie.
Tra i sei racconti, Una cosa rossa di Baggi è forse il più straniante e angosciante. Io sono l’isola, sempre di Baggi, anche se meno accattivante risulta ugualmente godibile. La ricorrenza di Colombo è un racconto manierista, pieno di pose e situazioni classiche del genere, che tiene ritmo e pathos ma non riesce, in fin dei conti, a coinvolgere quanto vorrebbe. Le rose di Caino di Cajelli sfrutta bene la foliazione ridotta per accentuare intensità e ritmo. La stagione dimenticata di Boselli, il più poetico della serie, ha al centro una Tesla bambina e funziona e conquista pur senza raggiungere picchi particolari. Chiude La Rosa di Parigi, sempre di Boselli, che riprende le ambientazioni dello Speciale n.4 con una trama lineare ma a tratti affascinante.
I disegni di Baggi sono eccellenti, perfettamente in linea con il mood dei racconti. Magnifico nelle ambientazioni e negli elementi visionari, ma meno efficace su alcuni volti e nelle scene più action. Il tutto si tiene comunque ottimamente, grazie a quella capacità del suo tratto di dare un’aria sognante e misteriosa anche alle parti meno orrorifiche, conservando tensione per tutta la durata del racconto.
Gargoyle
Diego Cajelli, Alessandro Baggi
Un cuore di pietra che batte da cent’anni per la vendetta. Una famiglia oppressa da una maledizione di sangue. Un castello nel cuore della Baviera.
Diego Cajelli imbastisce una storia normale e a tratti prevedibile ben valorizzata dal lavoro di Alessandro Baggi. Qualche monologo poetico teso a ricreare un’atmosfera vagamente fiabesca – che la Baviera dei castelli di Ludwig ospita naturalmente – permette al clima malato e decadente del racconto di esaltare i momenti horror. La storia, pur solida, nel suo evolversi diventa prevedibile e regge fino alla fine proprio grazie alla buona tensione e atmosfera sapientemente costruita da Cajelli nella prima parte.
Maxi Dampyr n.3
Luglio 2011
Magia africana
Diego Cajelli, Fabrizio Russo
Diego Cajelli strizza l’occhio alle prime avventure africane di Harlan ma senza riuscire a introdurvi elementi nuovi o significativi. Lo scenario è immutabile: governo assente, poliziotto buono, due fazioni militari a contendersi il territorio con le corporazioni straniere sullo sfondo e la magia rituale come strumento di vendetta per le angherie subite dalla popolazione. La black ‘mbandwa — la magia nera capace di animare feticci assassini — è un’idea che promette bene ma viene soffocata da dialoghi piatti che raccontano situazioni già viste e spiegano quello che accade invece di lasciarlo accadere.
Di conseguenza, per una storia che vorrebbe essere d’azione, l’azione scarseggia e, soprattutto, manca un villain minimamente interessante, manca una componente emotiva, manca un approfondimento sociale che giustifichi la scelta dell’ambientazione. Di conseguenza Harlan, Kurjak, Tesla, Arno e il Medical Team rimangono puro sfondo. Fortunatamente Fabrizio Russo fa un lavoro eccellente, che però non basta a salvare una storia che scorre con troppa noia e quasi nessun sussulto.
La notte della taranta
Alessandro Crippa, Arturo Lozzi
Ambiziosa la scelta di esplorare il Salento affrontando il tema mafioso della Sacra Corona Unita, con la taranta come cuore etnografico e sonoro del racconto. Ed è proprio la componente musicale quella meglio riuscita: curata, integrata nella narrazione, capace di diventare vera anima della storia. Il problema è il contorno. Alessandro Crippa e Arturo Lozzi fotografano il Sud pugliese come se fossimo a metà degli anni Ottanta — Panda vecchie, strade polverose, coppole, paesaggi desolati che evocano più Ammaniti che il Sud contemporaneo — e il risultato è un immaginario che vive di troppi cliché, per quanto non privo di fascino. Inoltre il racconto di vendetta e dolore che fa da scheletro alla storia fatica a prendere peso non riuscendo a conquistare fino in fondo.
Il lavoro di Arturo Lozzi è ottimo su paesaggi, volti ed espressioni ma meno convincente nelle scene action, ingessate e talvolta poco credibili.
Marea rossa
Andrea Artusi, Ivo Lombardo, Luca Raimondo
Il racconto di Andrea Artusi e Ivo Lombardo, uno scienziato pazzo che anima i morti con il veleno del fugu nelle acque delle Filippine, è un ibrido sopra le righe — horror, thriller scientifico e action con una sfumatura ecologista — che cerca di costruire una sua logica interna (e in parte ci riesce), ma lascia dietro di sé molti punti interrogativi e qualche “beh”. Funziona un po’ come un film di serie B: non propriamente riuscito ma capace comunque di divertire, nonostante tutto.
Luca Raimondo fa un lavoro molto buono, valorizza bene le scene concitate, dà dinamismo al racconto senza rinunciare a volti solidi e scenografie convincenti.
Maxi Dampyr n.4
Luglio 2012
Operazione Viper
Diego Cajelli, Marco Santucci
Diego Cajelli imposta un doppio binario piuttosto classico – la nave cargo con i nostri eroi e l’isola teatro degli esperimenti di Temsek – e lo tiene insieme senza forzature. L’impianto è quello classico dell’avventura, tra suggestioni televisive (Lost) e cinema di genere, con un ritmo sufficiente a leggere con interesse il tutto che scorre senza troppi scossoni. Anche i meccanismi narrativi – complotto, esperimento fallito, contenimento dell’emergenza – si configurano in coordinate prevedibili, con il finale che spinge un po’ oltre il necessario, cercando una svolta da spy story che fa storcere un po’ il naso. Marco Santucci accompagna molto bene il racconto con un lavoro pulito, leggibile ed efficace.
Urla dal profondo
Diego Cajelli, Giuliano Piccininno
Un racconto che scorre senza trovare mai un punto di reale tensione, come se restasse costantemente in superficie. L’elemento soprannaturale non incide, non terrorizza e non convince e la presenza di Dampyr finisce per essere accessoria.
Diego Cajelli sembra puntare su un tono più leggero, ma il risultato è uno scivolamento verso il farsesco che depotenzia tutto, dalle scene d’azione alle caratterizzazioni. Anche il tentativo di costruire un immaginario legato al passato puritano rimane abbozzato, senza stratificazione. Giuliano Piccininno accentua questa sensazione con tavole molto cariche, dove l’espressività spesso supera il necessario, rendendo difficile trovare un registro coerente che possa conquistare il lettore.
L’essenza della follia
Diego Cajelli, Alessandro Baggi
Ultima storia che si muove su coordinate più riconoscibili e, proprio per questo, più solide. Il tema del “mad doctor” riletto attraverso l’Altra Parte funziona a livello di atmosfera pur restando nei limiti di una variazione senza particolari ambizioni. Diego Cajelli costruisce un impianto lineare, concentrato più sull’idea che sui personaggi, che infatti rimangono appena accennati. È una storia che si lascia leggere senza attriti, ma che difficilmente lascia traccia se non per il personaggio del Generale Zafon.
Il contributo di Alessandro Baggi è probabilmente l’elemento più riuscito. Il disegnatore è perfettamente a suo agio con l’ambientazione onirica e allucinata che prende forma attraverso un uso attento delle luci, delle deformazioni e delle inquadrature, restituendo una dimensione sospesa che sostiene la semplicità del racconto.
Maxi Dampyr n.5
Luglio 2013
Il collezionista
Giovanni Di Gregorio, Corrado Roi
Tra le brume delle Highlands scozzesi, Harlan, Kurjak e Tesla affrontano quella che all’apparenza sembra essere un’avventura di routine contro una banda di non-morti che infesta un vecchio castello. Ma, come anticipato dal prologo, i nostri eroi sono in realtà precipitati nel gioco di Alel, il Collezionista, un semidio immortale e invulnerabile che possiede e gestisce un universo privato dove colleziona oggetti ed esseri per il puro gusto di possederli.
Giovanni Di Gregorio imbastisce una storia appassionata, colma di rimandi, che parte da premesse ben dichiarate — rinunciando quindi all’effetto sorpresa sullo svelamento dell’ennesimo piano di Nergal — per concentrarsi sull’avventura pura, mettendo in campo un intreccio che costruisce una solida stratificazione di suggestioni e ambientazioni.
Un contesto che si deforma progressivamente, accumulando elementi apparentemente scollegati – bambole vudu, enigmi, mondi paralleli, bestiari assortiti – fino a rivelare una logica interna che trova in Alel un fulcro coerente.
Non c’è reale sorpresa nello svelamento, quanto piuttosto un accompagnamento graduale, per una storia che gioca abilmente con le contaminazioni e con un immaginario che pesca apertamente da modelli riconoscibili, rielaborandoli con onestà. Il riferimento al Collector marveliano, così come le dinamiche che richiamano i classici racconti d’avventura e insurrezione, dal Ciclo di Barsoom in poi, sono evidenti e diventano il punto di partenza per costruire un antagonista interessante e un impianto affascinante. Il tutto valorizza bene i topoi dampyriani esaltando i personaggi e gli stilemi della serie.
Meno efficace, invece, la gestione del ritmo. Alcuni passaggi risultano eccessivamente spiegati, con dialoghi che finiscono per appesantire una struttura che avrebbe beneficiato di maggiore sintesi. Il risultato è un andamento a tratti spezzato, che limita l’impatto di un impianto comunque solido, ma che manca di farsi davvero epico e di costruire un climax capace di valorizzare pienamente quanto messo in campo.
Corrado Roi, dal canto suo, conferma la propria capacità nel costruire atmosfere dense e suggestive. Il suo tratto accompagna con precisione il tono della storia, senza mai sovrastarla, ma forse rinunciando a osare qualcosa in più proprio dove la sceneggiatura glielo avrebbe consentito.
