Dampyr n.315
“Il frutto della peste”

Mirko Perniola e Vito Rallo portano Harlan in Ossezia del nord

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Valutazione 5.5 su 10

Mirko Perniola torna sulle pagine di Dampyr dopo il n.253 (I figli di Pontemorto), costruendo un’avventura classica, capace di legare efficacemente Harlan a un luogo remoto e carico di fascino come la necropoli di Dargavs, la cosiddetta “città dei 10.000 morti”.

Un’ambientazione che possiede una forza evocativa naturale e che l’autore sfrutta con misura, evitando inutili derive erudite e lasciando che sia il mistero del luogo a sostenere gran parte dell’interesse della lettura.

Il racconto lavora soprattutto sul dolore e sulla morte, costruendo una vicenda con una dimensione emotiva dichiarata, sostenuta da flashback e richiami a un passato segnato dalla tragedia. Harlan occupa un ruolo centrale e partecipa attivamente agli eventi, mentre la minaccia che emerge dalle profondità della necropoli acquista gradualmente consistenza.

A valorizzare ulteriormente il tutto contribuisce l’esordio di Vito Rallo sulla serie.

Il disegnatore restituisce con efficacia il fascino oscuro dell’ambientazione ed è particolarmente a suo agio nelle sequenze d’azione, soprattutto nei combattimenti corpo a corpo che trasmettono una fisicità ruvida e convincente. Il suo tratto si dimostra inoltre capace di lavorare sulle espressioni, caricando i personaggi di una partecipazione visiva che accompagna bene il tono del racconto.

Perniola mette in campo diversi elementi interessanti ma finisce per svilupparli con una rapidità eccessiva. La componente emotiva legata al villaggio, alla creatura e alle sue motivazioni è il punto più riuscito della storia — i tentativi di costruire pathos sono evidenti e spesso raggiungono il loro obiettivo — ma resta inevitabilmente compressa da una struttura che corre troppo verso la conclusione, senza trasformarsi in un coinvolgimento davvero profondo.

Ne viene fuori una lettura piacevole e ben confezionata, capace di sfruttare una suggestiva ambientazione e alcuni buoni spunti narrativi, ma che manca di quel respiro necessario per lasciare un segno particolarmente duraturo.

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