Capitan America, gli anni 2010.
Parte III

Il ritorno di Steve Rogers/Capitan America

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Captain America Vol. 1 n. 619, l’albo in cui Bucky Barnes era evaso dal gulag sovietico dove era stato rinchiuso (e, di conseguenza, considerato un fuggitivo che non avrebbe più potuto impersonare l’eroe a stelle e strisce), fu anche l’ultimo di questa collana a presentare le storie del Capitano ambientate nel tempo presente. Infatti, la serie proseguì le pubblicazioni per altri 22 albi, mantenendo la medesima numerazione ma cambiando spesso il titolo della testata, presentando avventure ambientate nel passato o slegate dalla normale continuity.

I numeri 620/628, sceneggiati da Ed Brubaker (con il supporto di Mark Andreyko e di James Asmus) e disegnati prima da Chris Samnee e poi dall’italiano Francesco Francavilla, furono dedicati alle avventure di Captain America & Bucky ambientate durante la Seconda Guerra Mondiale.

Negli albi successivi Brubaker passò il testimone a Cullen Bunn che realizzò i numeri 629/632 per i disegni di un altro italiano, Alessandro Vitti (da titolo Captain America & Hawkeye), i numeri 633/635, disegnati da Barry Kitson (intitolati Captain America & Iron Man) e i numeri 636/640 con le avventure di Captain America & Black Widow disegnate ancora da Francesco Francavilla.

Il tutto dal settembre 2011 al febbraio 2013 (poi la serie, presumibilmente per le scarse vendite, venne chiusa).

Quale fu il motivo di questa particolare scelta editoriale? È presto detto.
Al termine degli eventi raccontati nell’articolo precedente, fuggito dal gulag sovietico, Bucky si trovò coinvolto con gli altri eroi Marvel nella saga Il potere della paura (in originale Fear Itself) e, a dispetto del divieto presidenziale di impersonare ancora Capitan America, tornò ad indossare per l’ultima volta il costume a stelle e strisce.

Questa, in breve, la storia.

Sin, la figlia del Teschio Rosso, rimasta sfregiata al termine di Captain America: Reborn e ora potenziata dalla magia asgardiana, ha scatenato sulla Terra le forze del dio Serpente, il fratello malvagio di Odino sovrano di Asgard. Bucky si ritrova ad affrontarla per le strade di Washington ma, dopo un lungo e brutale combattimento, Sin lo uccide! Il mondo, esterrefatto, ha perso nuovamente il suo Capitan America! Stavolta, però, Steve Rogers è pronto a raccogliere lo scudo che era stato suo. Riesce tuttavia a brandirlo per poco tempo, prima che il dio Serpente lo faccia a pezzi sotto i suoi occhi! Nello scontro finale, mentre anche Thor sacrifica la vita per uccidere il malvagio “zio”, Steve – supportato dai Vendicatori e dagli Asgardiani – ripiega su un’altra arma: solleva Mjolnir, il potente martello di Thor che solo chi è degno può brandire, e con esso sconfigge la malefica Sin!

Si era arrivati, dunque, a uno snodo importantissimo delle vicende di James “Bucky” Barnes e Steve Rogers, i due uomini che avevano indossato il costume di Capitan America.

I drammatici eventi di Fear Itself avevano costretto Steve Rogers a impugnare nuovamente lo scudo, lo stesso che aveva affidato a Bucky Barnes, il suo aiutante dei giorni della Seconda Guerra Mondiale, come lui sopravvissuto avventurosamente alle ingiurie del tempo. Affidando a Bucky la missione del Capitano, Steve aveva sperato di proteggere l’amico da un terribile destino che aveva intravisto quando, creduto morto, aveva viaggiato avanti e indietro nel tempo. Non c’era riuscito: James aveva perso la vita per salvare, ancora una volta, il mondo.

Questo evento luttuoso portò anche a quei cambiamenti radicali nella vita editoriale della testata di Captain America che ho descritto all’inizio dell’articolo.

E dato che il testimone era tornato nelle mani di Steve Rogers, il primo e unico super-soldato americano, il Capitan America originale, poteva mancare una nuova testata a lui esclusivamente dedicata? Certamente no.

Infatti, nel settembre 2011 (proprio quando la serie Captain America Vol. 1 proseguì la sua numerazione cominciando a presentare le mini-saghe sopra indicate) esordì la collana Captain America Vol. 6 che ripartì da un fiammante, nuovo numero 1.

Ma prima di andarne a esaminare i contenuti, occorre fare due importanti precisazioni.

La prima è che lo scudo di Cap, andato in frantumi nella battaglia con il dio Serpente, venne riparato da Tony Stark e potenziato con l’Uru, il metallo magico di Asgard. Come poteva Steve Rogers tornare ad essere Capitan America senza la sua iconica arma?

La seconda riguarda Bucky. Mentre Steve si stava preparando per la cerimonia funebre dell’amico, gli si presentò Nick Fury raccontandogli di essere stato lui, insieme alla Vedova Nera, a recuperare il corpo privo di vita di Bucky al termine della battaglia contro Sin. Quando ormai sembrava tutto finito, il cuore del giovane era tornato a battere debolmente e, con l’assenso della Vedova, Nick aveva deciso di iniettargli una dose della Formula dell’Infinito (lo stesso siero che aveva mantenuto Nick longevo e in forma dai tempi della Guerra), salvandogli così la vita. Avevano poi pensato di sostituire il suo corpo con un L.M.D. (Life Model Decoy, un androide progettato per duplicare tutti gli aspetti esteriori di una persona) inscenando la sua morte per poter dare a Bucky una possibilità di “fuga” dopo i drammi in cui era stato coinvolto nell’ultimo periodo (il processo, il gulag) e soprattutto per convincere Steve Rogers a tornare a essere Capitan America e guidare gli eroi nella battaglia finale contro il dio Serpente.

Furioso per non essere stato messo al corrente della cosa, Steve si scagliò contro Fury ma venne fermato dallo stesso Bucky che convinse l’amico a riprendere definitivamente il ruolo di Capitan America, mentre lui sarebbe tornato ad agire in segreto e nell’ombra. Steve, insieme ad altri eroi, partecipò così alla cerimonia funebre del compagno caduto senza dire nulla agli altri, mentre Bucky ripartì da solo lungo la strada per la redenzione, cercando di fare i conti con i fantasmi del suo passato…

Insomma, come si dice… tutto è bene quel che finisce bene!

Libero dal peso morale di aver nuovamente perso l’amico di sempre, Steve Rogers poteva adesso con serenità tornare a vestire l’uniforme di Capitan America nella sua nuova serie. Ad accompagnare il sempre presente Ed Brubaker, questa volta, ci sarebbero stati i disegni di Steve McNiven (già visto su Civil War), seguìto poi dal veterano Alan Davis (“l’inglese alla corte di Zio Stan” per antonomasia, che può essere considerato uno dei padri nobili del fumetto supereroico moderno con Perez, Simonson e Byrne), da Patrick Zircher e dal britannico Scot Eaton.

I primi 18 numeri di questa serie costituiscono una sorta di unica storyline, seppur divisa in quattro “capitoli” con titoli diversi. Nel primo, American dreamers (Captain America Vol. 6 nn. 1/5, settembre 2011/gennaio 2012), disegnato da McNiven, Steve Rogers si trova a Parigi insieme a Sharon Carter per il funerale di Peggy Carter, zia di Sharon e vecchio amore di Steve ai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Alla cerimonia sono presenti anche Nick Fury e Dum Dum Dugan dello S.H.I.E.L.D., per commemorare la loro vecchia amica.

Improvvisamente i quattro subiscono un’imboscata da parte di un cecchino che si rivela essere un super-agente loro alleato scomparso dal 1944, conosciuto come “Nome in codice: Bravo”.

Bravo faceva parte di una squadra creata da Nick Fury insieme a Capitan America, Peggy Carter, Dum-Dum Dugan e Jimmy Jankovicz. Quest’ultimo aveva il potere di accedere a una dimensione alternativa chiamata la “Terra del Nulla” e controllarne la realtà a suo piacimento. La squadra intendeva usare i suoi poteri per penetrare nella fortezza del Barone Zemo originale, alleato con l’Hydra. Quando Jimmy aveva usato i suoi poteri per aprire il portale, era stato colpito alla testa, finendo in coma e intrappolando Bravo insieme ad altri agenti dell’Hydra nella “Terra del Nulla”.

Ora Bravo e gli agenti dell’Hydra sono tornati nella nostra realtà, agli ordini di una Regina Hydra che è in combutta con il nuovo Barone Zemo. Bravo è intenzionato a distruggere Capitan America (che incolpa della sua prigionia accidentale) e riesce a intrappolarlo nella “Terra del Nulla”. 

Fortunatamente, Sharon Carter, Nick Fury e Falcon riescono a salvare Cap con l’aiuto del morente Jimmy Jankovicz: con le sue ultime forze egli apre un portale, riportando indietro l’eroe. Bravo viene incarcerato, mentre la Regina Hydra e il Barone Zemo fuggono.

Nel secondo capitolo, Senza poteri (Captain America Vol. 6 nn. 6/10, febbraio/giugno 2012), disegnato da Davis, Capitan America scopre di avere improvvisi momenti di debolezza, sino ad arrivare a perdere la sua prestanza fisica divenendo debole e gracile, salvo poi tornare perfettamente normale. Nel frattempo, sotto gli ordini della Regina Hydra, il Barone Zemo libera Bravo dalla prigione e insieme scatenano delle Bombe della Follia (già viste in passato in una saga di Jack Kirby del 1975) sul suolo americano, seminando caos e disordini ovunque. Nel corso della storia si scopre che la perdita dei poteri di Steve è da attribuirsi a un “nano-virus” creato da Machinesmith, un vecchio nemico di Cap. Il criminale cibernetico aveva fornito l’arma a Bravo che l’aveva usata sull’eroe per depotenziarlo quando si trovava nella “Terra del Nulla”. Utilizzando queste informazioni, Tony Stark è in grado di distruggere il virus e riportare Capitan America al suo stato originale.

Nel terzo capitolo, Shock al sistema (Captain America Vol. 6 nn. 11/14, luglio/settembre 2012), disegnato da Zircher, torna alla ribalta il Flagello, il noto serial killer di super-criminali ucciso in passato. Nel corso delle indagini, Capitan America scopre che dietro la maschera dell’attuale Flagello si cela Dennis Dunphy, già collaboratore di Capitan America con il nome di battaglia di D-Man, vittima di un lavaggio del cervello compiuto dalla Regina Hydra e il Barone Zemo. Steve cerca di far ragionare Dunphy che però, controllato mentalmente, lo attacca. 

Quando Dunphy afferra lo scudo di Cap e con esso si appresta a colpirlo, Sharon Carter si vede costretta a sparargli alle spalle. Dennis muore e Sharon, in lacrime, si scusa con Cap per quanto è stata costretta a fare. Steve ammette a Sharon che, con la morte del suo vecchio amico D-Man, non avevano vinto i buoni bensì Bravo, Zemo e la Regina Hydra.

Nel quarto e ultimo capitolo di questa storyline, Nuovi ordini mondiali (Captain America Vol. 6 nn. 15/18, settembre/dicembre 2012), disegnato da Eaton, Capitan America e i suoi alleati portano l’attacco finale alla Regina Hydra, il Barone Zemo e Bravo. I criminali sono riusciti a manipolare l’intera popolazione americana attraverso un network televisivo che utilizza frequenze capaci di propagare gli effetti di alcune Bombe della Follia, tramite un satellite che trasmette messaggi subliminali di paura. Sharon Carter e Dum Dum Dugan catturano Zemo e fanno esplodere il satellite, disattivando così le Bombe. Capitan America, invece, riesce a penetrare nella base dell’Hydra ritrovandosi di fronte Bravo e la Regina Hydra: quando quest’ultima spara a Cap, involontariamente due dei proiettili colpiscono Bravo uccidendolo, mentre la Regina Hydra finisce in coma colpita dallo scudo di Cap. La crisi è finita: ancora una volta l’America è salva!

Captain America Vol. 6  n. 19 (dicembre 2012) fu l’ultimo numero della sesta serie di Capitan America, nonché l’ultimo scritto da Ed Brubaker.

L’albo, che in copertina riportava la scritta L’ultimo numero di Capitan America, venne disegnato da Steve Epting che per l’occasione tornò a illustrare le gesta del Capitano dopo tre anni dal suo abbandono. La storia, come ci si aspetta da un “ultimo numero”, è molto bella ed essenzialmente celebrativa.

Steve Rogers si reca in un ospedale segreto dello S.H.I.E.L.D. a far visita a William Burnside, il Capitan America degli anni ’50, che alcune settimane prima era ricomparso (dopo essere stato creduto morto ad opera di Bucky) e, tornato a indossare il costume a stelle e strisce, nel fermare dei rapinatori stava per picchiare a morte uno di essi. Steve era intervenuto per impedirglielo e Burnside, disorientato, si era dato alla fuga ma era stato investito da un camion. 

Solo ora ha ripreso conoscenza, sebbene faccia fatica a parlare. Steve si siede al suo fianco e gli racconta la sua storia: da bambino era di fragile costituzione e veniva sempre malmenato dai bulli del quartiere. La sua paura più grande era quella di perdere anche sua madre.

Desiderava essere più forte per servire il proprio paese, e così, quando gli era capitata l’occasione, si era offerto volontario per diventare il primo di quello che avrebbe dovuto essere un esercito di super-soldati americani.

In breve tempo si era ritrovato ad essere un simbolo, a rappresentare un ideale, e tutto questo lo aveva spaventato, perché aveva paura di deludere coloro che riponevano in lui una speranza. Durante la sua assenza, congelato in un blocco di ghiaccio, era stato rimpiazzato prima da William Nasland, poi da Jeff Mace e in séguito proprio da Burnside; a metà degli anni ’70, quando in un momento di crisi aveva abbandonato il costume, il giovane Roscoe che aveva preso il suo posto era stato ucciso dal Teschio Rosso. Negli anni, aveva capito che ci sarebbe sempre stato qualcuno che avrebbe indossato i colori della bandiera americana ed era per quello che aveva deciso di continuare a onorare il costume proseguendo nella sua missione. Per Burnside, invece, era tempo di ritirarsi e rifarsi una nuova vita. La settimana precedente era stato celebrato il suo “funerale” con tutti gli onori, e ora Steve lo saluta dicendogli che è giunto il momento per lui di riposare. L’indomani sarebbe stato trasferito in un altro ospedale in modo che potesse guarire, soprattutto mentalmente, mentre Steve avrebbe proseguito a portare quel fardello, almeno fino a quando il paese avrebbe avuto bisogno di un eroe come Capitan America.

Come ho già accennato, la sesta serie di Capitan America, durata solo 19 numeri, rappresentò l’addio di Ed Brubaker al personaggio che aveva reinventato e definito per il XXI secolo. Pur progettando inizialmente di gestirne le avventure per due o tre anni, Brubaker aveva invece associato il suo nome a Capitan America per otto: un periodo insolitamente lungo per uno sceneggiatore così famoso, scrivendone (tra serie regolari, miniserie e speciali) ben 102 albi.

Appassionato di letteratura gialla, diede a Cap un taglio noir e spionistico trascurato dagli sceneggiatori precedenti (bisogna risalire al periodo di Steranko per trovarne qualche traccia).

Fra le cose notevoli di Brubaker possiamo ricordare la risurrezione di Bucky nei panni del fascinoso Soldato d’Inverno; la morte di Capitan America (il più importante assassinio politico mai perpetrato nell’Universo Marvel); il nuovo Capitan America, ovvero Bucky; e infine Reborn, forse la più grande saga di Cap dell’era moderna.

Ma il contratto con la Marvel era ormai scaduto e Brubaker decise di dedicarsi a opere che gli avrebbero garantito una piena libertà creativa, incentrate sui generi crime e noir da lui prediletti, andando a produrre fumetti per il mercato indipendente.

Poco dopo l’abbandono della serie, Brubaker dichiarò in un’intervista: “Gli eroi Marvel, per certi versi, sono sempre eroi tragici e Steve lo era senz’altro. Perduto nel tempo, tormentato dalla perdita dell’amico, insicuro del suo ruolo nel mondo moderno. Eppure, sempre capace di riconoscere la cosa giusta da fare”.

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