Capita spesso che i luoghi diventino, loro malgrado, depositari inconsapevoli di ricordi, immagini e sogni. Altrettanto spesso può accadere che – per quanto questi spazi tendano a cambiare – qualcosa nella loro profondità resti immutato, stabile, cristallizzato nel tempo.
Napoli è proprio uno di questi luoghi che cambia per restare sempre uguale, nel bene e nel male, fossilizzato fra i suoi miti e le sue leggende. È forse proprio questa sua particolarità che rende i suoi vicoli e i suoi palazzi custodi di un codice identitario dal quale difficilmente è possibile separarsi. Cosa succede allora quando sentiamo il bisogno di cambiare, di allontanarci? Quando quello che ci circonda ci appare opprimente ed estenuante?
In Fujakkà di Vaga (pseudonimo di Valentina Galluccio), la risposta è nel titolo. Nel volume presentato in anteprima per Edizioni BD al Comicon 2026, l’autrice partenopea costruisce il racconto di una relazione autodistruttiva all’interno della quale i due protagonisti, Carla e Alfredo, sono contemporaneamente prigionieri e carcerieri. Sospesa fra realtà e allucinazione, la narrazione segue un ritmo frenetico che balza sapientemente fra passato e presente, aggiungendo con calibrata parsimonia i dettagli della dinamica fra i due in modo da mantenere costante la tensione narrativa.
Devo poi ammettere che durante la lettura del volume le sue pagine mi hanno riportato alla memoria una tra le opere contemporaneamente più dolci e provocatorie dedicate alla città: Il mare non bagna Napoli, di Anna Maria Ortese.
C’è un passaggio in particolare che ritengo si avvicini molto, tematicamente parlando, all’opera di Vaga. In uno dei racconti di cui si compone il volume di Ortese, l’autrice descrive gli ambienti interni del palazzo dei Granili, mastodontica costruzione che fino al 1953 era situata in via Reggia di Portici:
“In altre stanze tutto era fermo, come se la vita si fosse pietrificata […] Non si aspettava nulla, e nessuno.”
Ecco, l’immobilità intrinseca nel ricordo unita ai toni drammatici con i quali viene delineato il sottilissimo confine tra il vivere e il sopravvivere riecheggia appieno nelle tavole di Vaga che, con tratto graffiante, dipingono panorami urbani carichi di malinconia.
La città non resta quindi relegata a semplice sfondo sul quale far trasparire le vicende dei due protagonisti, bensì diventa creatura vivente e mutevole, capace di passare da trafficata metropoli a distopico paesaggio nel giro di poche tavole . Allo stesso modo, anche la distopia non si limita ad essere semplice espediente stilistico, ma diviene meccanismo introspettivo attraverso il quale strutturare la caratterizzazione dei personaggi al contempo prigionieri e carcerieri in un vortice autodistruttivo.
Con un tratto che porta alla memoria i labirintici paesaggi di Tekkonkinkreet di Taiyō Matsumoto e una narrazione pregna di malinconica disillusione, Fujakkà (parola del dialetto napoletano che vuol dire “fuggire, andare via”) restituisce al lettore una storia che si interroga non solo sulla difficoltà di sottrarsi da un ambiente divenuto ormai irriconoscibile e tossico, ma anche sulle dinamiche relazionali che si instaurano tra chi riesce a fuggire e chi invece resta intrappolato.
Il risultato è un racconto ruvido e struggente che non vuole fare del vissuto autobiografico un exemplum ma, semplicemente, raccontare una tra le tante storie i cui protagonisti incrociamo per strada ogni giorno.
