“Il tenue colore della fine” #1 di Haruo Iwamune

Mission in the Apocalypse Vol.1

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Valutazione 7 su 10

Straniante il contrasto tra i toni scuri e dettagliati delle scenografie post-apocalittiche (paesaggi desolati e minuziosi) e la figura esile e quasi bidimensionale della protagonista, che acquista nuove sfumature soltanto quando si veste della sua uniforme. Straniante il ghigno che diventa la ferita sul volto, unico vezzo che sembra un sorriso quasi a far trapelare un’espressione su quel viso altrimenti ieratico e impassibile.

Nelle prime pagine del primo volume di Il tenue colore della fine Haruo Iwamune, oltre all’accenno all’immenso cataclisma che ha probabilmente sterminato la razza umana, alimenta un senso enorme di solitudine, di malinconia e di nostalgia. E, fortissima, l’idea di fragilità — non solo della vita umana ma della sua memoria e del nostro mondo intero.

Dovrebbero essere passati almeno cinquant’anni dall’evento, stando alle informazioni che si recuperano tra i racconti e le esplorazioni, e in questo scenario si muove Sayo Ushimitsu, ragazza eterna e immune alla Cristallosi — così è chiamata la malattia che contagia e stermina l’umanità, per la tendenza a evolversi in formazioni di cristallo che dall’interno invadono il corpo fino a ucciderlo — accompagnata dal suo animaletto Coo.

Agghiacciante e pessimistica la visione dell’essere umano che ne emerge, incapace di salvarsi nonostante i rifugi che avrebbero potuto salvarlo, capace anzi, persino nella semi-estinzione, di uccidersi a vicenda per dissidi su chi debba comandare — a dimostrare ancora una volta come la pulsione a sopraffare il prossimo sia primaria rispetto perfino all’autoconservazione della specie, forse l’unico animale capace di tanto.

Il viaggio di Sayo, la sua missione di purificare il mondo, assume allora una componente simbolica, quasi un gesto ultimo di commiato, come se l’intero pianeta fosse un corpo senza vita da preparare per il suo ultimo viaggio: c’è nei suoi gesti la delicatezza della composizione di una salma prima della sepoltura, un compito praticamente inutile eppure dal peso simbolico enorme. Ed è così, con questa sorta di rituale, che il paesaggio diventa protagonista e il nichilismo di Iwamune si fa pretesto per contemplare la fine del mondo, in un racconto in costante equilibrio tra mortalità e memoria, con latente in ogni incontro la domanda su cosa significhi vivere, sopravvivere, su cosa resti e cosa rimanga di noi — che sia una promessa, un oggetto o un sentimento.

Forti le influenze di Tsutomu Nihei e dell’itinerario da lui tracciato con BLAME! – e forte, soprattutto, il paradosso per cui, nel silenzio assordante di un mondo morto, ogni singolo incontro (umano o androide che sia) si amplifica e si carica di un’intensità emotiva altrimenti impensabile.

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