Marco Nucci torna a confrontarsi con uno dei territori più delicati dell’universo dylaniato e lo fa partendo da un impianto che, almeno in apparenza, sembra riproporre la classica incursione a Undead di romeriana / sclaviana memoria, con Dylan Dog e Groucho – accompagnati da una sorta di surrogato di Morgana – che seguono misteriose sparizioni di cadaveri fino al ritorno di Xabaras.
Questa scelta di Nucci è però soltanto una eco evocativa: ben presto, infatti, lo sceneggiatore cambia direzione e riprende, sviluppandola, l’idea già esplorata ne Il sogno dell’Altro, pubblicato su Dylan Dog presenta l’Enciclopedia della Paura 2025. E questa volta è Dylan stesso a essere trascinato nelle derive della mente umana, in un continuo slittamento tra realtà, allucinazione e identità che rappresenta il vero cuore del racconto. L’impianto, in fondo, è piuttosto semplice: Arthur Fanshawe è ricoverato nel manicomio di Harlech, non ricorda il proprio passato ed è convinto di essere Dylan Dog. Mentre il “vero” Indagatore dell’Incubo indaga sulle sparizioni che conducono fino a Undead, Arthur vive nel manicomio le stesse identiche situazioni attraversate da Dylan in un gioco di sceneggiatura cesellato ad orologeria.
Prende così forma un gioco di specchi costruito con grande precisione, nel quale luoghi, personaggi ed eventi si rincorrono, si sovrappongono e finiscono per mettere continuamente in discussione ciò che il lettore ritiene reale.
Il tema non è certo nuovo. Dal Gabinetto del dottor Caligari a Shutter Island, il doppio, la follia e l’identità smarrita appartengono da sempre al bagaglio del genere. Nucci non pretende di reinventare questi meccanismi, ma dimostra ottima intelligenza e mestiere nel piegarli all’immaginario di Dylan Dog. Evita il citazionismo fine a sé stesso, costruisce atmosfere dense e lascia che siano i continui slittamenti percettivi a generare inquietudine. In alcuni passaggi affiorano persino echi lynchiani, con una gestione della realtà che richiama – pur con tutte le dovute distanze – Mulholland Drive. La sceneggiatura procede quindi con equilibrio e, nonostante la prima parte richieda qualche pagina per trovare il giusto ritmo, il meccanismo narrativo – una volta avviato – acquista forza grazie a una costruzione precisa, grazie a colpi di scena ben dosati e a una gestione dell’orrore che preferisce evocare piuttosto che spiegare.
L’impressione è quella di un Dylan che guarda consapevolmente alle atmosfere sclaviane ed ai topoi classici del genere senza limitarvisi, scegliendo una strada molto personale e meno esplicita.
Anche il personaggio femminile, inizialmente quasi svogliato, finisce con il ritagliarsi uno spazio tutt’altro che banale, emancipandosi dal cliché della cliente di turno da salvare.
A valorizzare ulteriormente il racconto interviene il lavoro di Paolo Martinello che, con il suo tratto barocco, riempie ogni tavola di dettagli, figure e scenografie costruendo ambienti teatrali, soffocanti e spesso volutamente claustrofobici. Una scelta perfettamente coerente con la sceneggiatura, che trova così un efficace contrappunto visivo capace di amplificare la sensazione di smarrimento e angoscia. Ne nasce una storia che forse non corre spedita ma che costruisce con pazienza un’atmosfera sempre più opprimente, regalando uno degli episodi più interessanti degli ultimi anni.
In allegato all’albo, è da segnalare la ristampa della storia Il francobollo maledetto di Paola Barbato, Bruno Brindisi ed Erika Bendazzoli, realizzata in collaborazione con Poste Italiane.
