Dylan Dog presenta
l’Enciclopedia della Paura 2025

Nuovo capitolo enciclopedico con le storie di Nucci, Gerasi, Russo, Casalanguida, Gallo, Cavaletto, Marinetti, Baraldi, Porretto, Mericone e Mutti

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Torna l’Enciclopedia della Paura con i consueti approfondimenti tematici, varie classifiche e quattro storie inedite, il tutto anticipato dall’ottima copertina di Paolo Martinello. La carrellata di libri, film, serie, fumetti e videogiochi che compone la Classifica 666 è una sezione sufficientemente interessante e ben pensata.
Vediamo nel dettaglio le quattro storie.

Il sogno dell’Altro
di Marco Nucci e Sergio Gerasi

Un gioco delle parti pensato con intelligenza e mestiere. Marco Nucci imbastisce una sceneggiatura che non stupisce nelle premesse — l’idea di fondo è abbastanza classica e riconoscibile — ma trova una buona misura nella costruzione dell’atmosfera, nel ritmo e, soprattutto, nel ribaltamento dei ruoli tra chi guarda e chi è guardato, tra chi sogna e chi viene sognato, riuscendo a costruire con abilità un’angoscia utile a rendere il racconto interessante.

Sergio Gerasi è in completo unisono con il testo e, con il suo disegno, accompagna l’evolversi dell’incubo in maniera ottimale grazie ad una studiata scelta di inquadrature ed espressioni che, in accordo con la sceneggiatura, risultano ottimamente calibrate sul peso emotivo di quello che accade.

La rinuncia a spiegoni salvifici e a risoluzioni razionali – nonostante la chiosa di Dylan Dog con tanto di diario – amplifica bene il finale e valorizza l’efficacia del racconto, che risulta quindi godibile e interessante.

La casa della ninna nanna
di Alessandro Russo e Luca Casalanguida

La seconda storia lavora bene sul ritmo e sulle suggestioni e trova la propria cifra nel modo in cui Luca Casalanguida usa il disegno per evocare un intero filone di genere.

C’è forte una familiarità riconoscibile negli stilemi, un senso di già visto che non è difetto ma strumento, perché è proprio quella familiarità a creare il terreno emotivo e suggestivo su cui il racconto cammina.

Il problema è che oltre questo — oltre la costruzione di atmosfera e il buon lavoro grafico — il racconto di Alessandro Russo rievoca stilemi e manierismi troppo classici. La vittima innocente nel sottoscala, la figura materna patologica e castrante, il figlio psicopatico sanguinario.

Tutto rimane fin troppo evocativo, compreso il ruolo di Dylan, per un prodotto che sembra essere più un omaggio al genere che una variazione sul tema.

La musica del diavolo
di Andrea Girolamo Gallo, Andrea Cavaletto e Antonio Marinetti

È sicuramente il racconto più debole del volume. Le premesse sono banali e, complice una messa in scena fin troppo sopra le righe, il racconto non riesce ad acquisire forza sufficiente da permettere al tutto di funzionare. La storia di Andrea Girolamo Gallo e Andrea Cavaletto finisce così per essere una poco efficace situazione ibrida, a metà tra parodia e horror. Il goticismo è fin troppo caricaturale e le forzature si accumulano senza che ci sia un disegno preciso che le governi.

Antonio Marinetti fa un lavoro grafico che ha del dinamismo e una certa personalità, ma che finisce spesso per amplificare i problemi di sceneggiatura piuttosto che compensarli. Le inquadrature ardite sono a volte fini a sé stesse e, in alcune situazioni, le scene finiscono per essere anche poco leggibili contribuendo ad una confusione strutturale che diventa, assieme ai cliché, il substrato portante del racconto.

C’è una verve ironica di fondo che ogni tanto emerge e fa sorridere, ma non è sufficiente a reggere una struttura che, a conti fatti, risulta troppo sconclusionata.

Fame rossa
di Barbara Baraldi, Rita Porretto, Silvia Mericone e Andrea Mutti

Per quanto l’assioma droga = vampiro sia tanto abusata da risultare stucchevole, il lavoro in sceneggiatura realizzato da Rita Porretto e Silvia Mericone trova una dimensione così precisa nel dolore, così chirurgica nell’impotenza e nell’abbandono, da far passare in secondo piano la banalità della premessa.

Non è un semplice racconto su un mostro, è anche e fortemente un racconto su chi rimane, su quello che non si riesce a fare per chi si ama, su un tipo di perdita che non ha consolazione.

Andrea Mutti valorizza tutto questo con un tratto che sa essere sia crudo che poetico, che non abbellisce ma leviga, che trova nella deformazione dei corpi e dei volti la misura esatta per quello che la storia insegue. Il finale è duro, intimo e Dylan Dog è specchio stesso del disagio raccontato.

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