Dylan Dog n. 480 “Giù nel sottomondo”

La recensione dell'albo di Rita Porretto, Silvia Mericone e Nicola Mari

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Rita Porretto e Silvia Mericone riprendono il canovaccio della storia breve Fame rossa, pubblicata sull’Enciclopedia della Paura 2025 e per farlo danno forza e risalto proprio a quello che, di quell’ottima prova, era forse il punto più debole: il metaforone droga-vampiri.

Il dubbio – nell’approccio a questo nuovo albo – era che la storia potesse perdere, diluendolo, quel coinvolgimento emotivo che il racconto precedente riusciva a concentrare in poche pagine e che, nonostante la banalità dell’assioma da cui partiva, arrivava comunque con forza e precisione a dare una forma precisa al dolore.

L’incipit prende il via da una ricerca disperata, nata dal dolore di una madre per l’assassinio della figlia. Qui il contrasto di emozioni è complesso perché non è chiaro se le ragioni alla base del coinvolgimento di Dylan Dog siano il semplice dolore o anche la vendetta e il senso di colpa. La figura materna di Mrs Taylor — che si dilegua poco dopo — resta poco delineata e ambigua, resa ancora più criptica e corposa dalle linee cupe di Nicola Mari.

È un trigger interessante che però rimane inconcluso, perché la storia si sposta ben presto verso una sequela di situazioni volte a esplorare il perché delle dipendenze, le dinamiche legate all’uso delle droghe, la ricerca di un senso nella vita e la fuga dalla noia, nonché da se stessi.

Tutto prevedibile e a tratti lineare, se non fosse per l’ottima capacità delle autrici di tenere la narrazione intensa e credibile grazie a dialoghi e vignette sostanzialmente efficaci. Ma il peso di tutto è sorretto essenzialmente dal lavoro di Nicola Mari che, come osservato da Vincenzo Oliva qualche anno fa, fonda la sua arte non sul bello, bensì sull’evocazione di sentimenti forti nell’animo di chi osserva: ed è qui che esalta questa sua superba capacità di rendere le emozioni suscitate esattamente aderenti alle necessità narrative, potenziando un soggetto altrimenti estremamente scialbo, se non banale.

È però la seconda parte, con l’esplorazione del sottomondo, ad amplificare ed estremizzare la metafora corroborandola con le derive dantesche – nonché con quanto già visto e narrato dalle autrici nel n.443 Gli indifferenti.

Ed è lì che il racconto prende maggiore forza, accentuando il senso di smarrimento, il dolore, la sofferenza e l’empatia e riuscendo sempre a evitare il fastidioso terreno dello stucchevole e del retorico.
Il legame vampiri-tossicodipendenti prende così una deriva quasi alta, che tende ad astrarre la percezione del dolore e, così facendo, a far funzionare un racconto che gioca con insistenza sulla percezione dello stesso.

Come già in Fame rossa, il dolore è infatti esplorato con acume da entrambi i lati della questione, dalla parte di chi in quell’incubo ci sprofonda e da parte di chi in quell’incubo vede sprofondare i propri cari, ritrovandosi, troppo tardi, consapevoli e inutili. Un’astrazione, dunque, che prende il sopravvento sulla metafora più che provare a sorreggerla, perché il legame droga-vampiri resta quello che era, solo che a un certo punto la sceneggiatura si sposta così fortemente sul piano simbolico che ci si dimentica di quanto sia abusata.

Una discreta prova, quindi, che riesce a mascherare bene i cliché del soggetto e a proporre così un incubo a tratti intenso e corposo, nonostante la tendenza all’astrazione scelta come strada narrativa rischiasse di creare un’eccessiva distanza con l’impianto emotivo, finendo per consegnare un albo romantico, amaro, duro e intenso che, se si vuole ignorare la premessa retorica, finisce per essere godibile e a tratti meritorio, frutto dell’ottimo lavoro combinato del trio Porretto / Mericone / Mari, che salva e dona la sufficienza a un racconto altrimenti mediocre.

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