Nelle foto d’epoca ha il sorriso dei bambini, quando tutto è una scoperta gioiosa, un incantesimo. Boris Vian lo circonda col braccio come a proteggerlo, fiero di stargli accanto come amico: il sorriso, il suo, colmo di rispetto e ammirazione. Questo scoprì a Parigi Miles Davis nel maggio del 1949: in una sola parola, l’amore per la sua musica e per lui in quanto essere umano, poco importa il colore della pelle. La storia vissuta con Juliette Gréco, la musa delle notti di Saint-Germain-des-Près, di Raymond Queneau che scrisse per lei versi esistenzialisti e di tutta l’intelligentsia parigina (lei non parlava inglese, lui non parlava francese, l’idillio fu reale, unico e insostituibile) ne fu al tempo stesso vertice ed epitome.
Lo spagnolo Salva Rubio, già uso alle biografie (su Gaudì, Monet, Dumas, Django Reinhardt, Dita Kraus, la bibliotecaria di Auschwitz – solo quest’ultima disponibile in Italia, grazie a Il Castoro) ci racconta queste due settimane a nessun’altra eguali nella vita di uno dei musicisti (non solo jazz) più importanti del XX secolo, compreso il ritorno disastroso a New York, dove il razzismo ordinario, contraltare impietoso al sole di Parigi, gli fece trovare, alla fine di una strada in cui perse tutto – moglie, amici, musica – una sola compagna: l’eroina.
Ai disegni il tratto nervoso di Sagar – perfetto per restituire tanto l’euforia musicale, culturale e amorosa che i vicoli ciechi – adegua i colori ai sentimenti in atto, adattandosi con intelligenza alla struttura delle vignette, che scandiscono il racconto in tre parti quando, ripetitive e dal perimetro stretto e invalicabile, raccontano la presa di coscienza di Miles di fronte all’impossibilità di vivere da musicista e uomo libero. Aveva appena ventidue anni. E noi avanziamo nella lettura in punta di piedi, sentendoci indegni di fronte a tale intimità svelata.
