Francesco Esposito
Il Napoli Comicon 2026 si è concluso e ci ha lasciato un grande punto interrogativo sulla condizione e sulla direzione del fumetto in Italia. La fiera sta venendo divorata dalla sua componente commerciale, che diviene sempre più preponderante. Alcune campagne, che si erano già viste precedentemente in altre fiere, lasciano l’amaro in bocca per chi ama questo mondo.
La questione riguarda il come riuscire ad avere un disegno da Yukimura insieme alla mistery box del numero spillato di Batman. Particolarmente imbarazzante la modalità – scelta da Star Comics – di mettere un prezzo minimo di base da spendere nel loro store per riuscire a (sperare di) vincere un disegno dall’autore di Vinland Saga. Una volta spesa la cifra minima, piuttosto alta, si doveva contattare un numero per vedere l’esito del codice ricevuto e scoprire se si aveva avuto fortuna vincendo o, altrimenti, riprovare. Non sono stati pochi i ragazzi e le ragazze che hanno speso cifre di cui avrebbero fatto a meno, nella speranza di vincere.
Il giro che si creava era quello di forzare gli acquisti, con l’aggravante del meccanismo “riprova sarai più fortunato”. La cifra minima così elevata non aiuta per niente a rendere più digeribile una situazione del genere. L’obiettivo non è più il lettore del fumetto o il fan, ma un consumatore preso dalla frenesia del collezionismo che ingloba tutto il mondo.
Questo è il problema: il mondo del fumetto si mescola sempre di più al gioco d’azzardo. Il disegno dell’autore di punta di questa edizione della fiera di Napoli è stato messo in palio come fosse un giro alle slot, provare e riprovare spendendo cifre importanti e magari non vincere nulla.
Quanto al numero di Batman, presentava l’odiosa edizione mistery che non permette di conoscere l’edizione che si va ad acquistare. Di nuovo si ripresenta lo stesso meccanismo, anche se con dinamiche differenti.
Il fumetto è veramente questo? Riguarda veramente lo spendere cifre astronomiche per le variant o per uno shikishi?
Naturalmente no, ma è proprio questa la direzione che si sta prendendo. Ormai i fumetti sembrano quasi essere svuotati dalla vera e propria funzione che hanno, diventando solo degli oggetti di cui vantarsi o da rivendere nel futuro sperando che aumentino di valore sul mercato.
Iniziative del genere non sono isolate e sembrano ormai costituire una tradizione abbastanza consolidata, che allontana gli amanti delle fiere di vecchia data e sporcano un mondo che subisce sempre più attacchi in una situazione che non sembra migliorare.
Tirando le conclusioni, la domanda nasce spontanea: il fumetto è un’opera d’arte o una merce?
Luca Cerutti
Le lotterie sono un sistema emerso, credo, nelle fiere giapponesi in cui – abbastanza rapidamente – i numeri dei partecipanti hanno reso impossibile ad artisti e editori soddisfare tutti. Se abbiamo ironizzato, scherzato oppure onorato lo spirito di sacrificio professionale di Zerocalcare ed altri che si sono fatti firmacopie con disegno e dedica da 8-10 ore su 2-3 giorni per esaurire file di richiedenti, per un mangaka (ma anche un “indipendente di successo”) giapponese quelle file erano “centro città a Ferragosto”. Ormai in Giappone non i singoli beni ma interi eventi sono a “lotteria”. Come ho detto “credo”, perché anche il fandom USA tra varie convention ha visto numeri importanti, anche se lì il prezzo di ingresso e poi di accesso al firmacopie ha normalmente scremato abbastanza il pubblico.
Sto divagando: quello che voglio dire è che il sistema “lotteria” negli eventi “pop culture” sta prendendo sempre più piede come modo di gestire numeri che non sono gestibili in tempi così ristretti, constatando che il sistema “chi primo arriva meglio alloggia” (sia con coda diretta che con distribuzione numeri alla fine, soprattutto dalle nostre parti) favoriva i “professionisti della coda” e una certa percentuale di “inseriti” che riuscivano ad essere avanti a tutti nonostante si fossero svegliati alla stessa ora di tutti gli altri.
Ho ricordi di comportamenti non certo encomiabili visti ad una manifestazione concepita e gestita da veri appassionati come il Follomix in cui i suddetti “professionisti”, dopo aver guadagnato grazie a esperienza e faccia tosta ben più schizzi autografati di quanto le regole poste dagli organizzatori avrebbero garantito, già discutevano tra loro di come avrebbero monetizzato le loro acquisizioni, mentre ragazzini accompagnati dai genitori se ne andavano un po’ delusi dal non essere riusciti a cogliere i tempi giusti per avere l’autografo dell’autore Disney a cui puntavano.
La lotteria nasce, in teoria, per mettere tutti sullo stesso piano ed avrà sicuramente le sue controindicazioni e falle, ma è più o meno il nuovo standard.
L’asino casca quando diventa, come dice Francesco, praticamente gioco d’azzardo con incentivo a spendere per riprovare. A questo punto – di nuovo – si avvantaggiano i “professionisti dell’autografo” che hanno chiaro il loro budget ed il loro obiettivo e che hanno ampi margini per recuperare la spesa, anche in virtù del fatto che il “costo d’ingresso” potrà essere messo sul banco in fase di contrattazione col collezionista.
Ma soprattutto il messaggio di “accesso a pagamento” è proprio sbagliato in un contesto in cui è noto che chi si presenta ha già pagato tanto come visitatore quanto come, quasi certamente, fruitore affezionato già in possesso di una copia autentica da far autografare. Che immagine del cliente dà questo messaggio?
Anche concedendo che il fumetto non è “arte” ma “linguaggio” e quindi permette di produrre tanto le “Opere d’Arte” quanto i “prodotti alimentari”, e che gli editori alla fine sono degli imprenditori che devono far quadrare i conti, spiace dire che quanto fatto da Panini, non unica in tempi recenti, è una caduta di tono abbastanza censurabile.
Un bravo commerciante infatti si misura tanto dall’ottenere profitto quanto dal tutelare la propria immagine rispettando i propri clienti.
