“La teoria del Caos” di Pierre Schelle

Laddove lo starnuto di un topo può condurre all’intossicazione di un camionista

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Valutazione 7 su 10

Quella di Pierre Schelle è una carriera da colorista, svolta principalmente per la casa editrice Delcourt. Nel 2001, però, gli stessi tipi di Delcourt hanno dato alle stampe la sua (finora) unica opera come autore completo, frutto di circa cinque anni di lavoro.

Lo spunto di partenza è il classico aforisma del matematico e meteorologo Edward Lorenz – “Può il battito d’ali di una farfalla in Brasile causare un tornado in Texas?” – che racchiude in nuce l’essenza della cosiddetta Teoria del Caos.

Schelle procede a briglia sciolta nell’inventarsi e mettere in scena una immaginifica concatenazione di eventi, per la quale però tutto si può dire tranne che non sia verosimile. In un sistema dalle innumerevoli variabili qual è l’intero pianeta, la probabilità che si verifichi una data catena di eventi, per quanto prossima allo zero, rimane infatti comunque non nulla, e il fatto di novellizzarla – descrivendone cioè le dinamiche alla base attraverso specifici vincoli narrativi – non ne altera a priori l’eventualità che possa accadere.

L’autore sceglie un approccio di tipo “wordless” sebbene, a differenza ad esempio dell’opera di Zezelj, in alcuni passaggi una soluzione a metà tra balloon e simboli grafici si renda necessaria per agevolare la comprensione della sceneggiatura.

Il risultato è un divertissement al quale, anzi, un certo merito didattico pure si può ascrivere, nel suo riuscire a raccontare un’apparente inverosimiglianza fenomenologica attraverso una prospettiva di piacevole lettura, grazie anche ad un apporto grafico preciso e relativamente ordinato nella messa in scena. La cura dei dettagli non manca, e anche la costruzione della tavola si concede quando serve delle soluzioni ad hoc, per marcare determinati passaggi.

Se proprio si volessero muovere degli appunti, da un lato va sottolineato che la successione di fenomeni ed eventi descritti non è necessariamente sequenziale, anzi si sviluppa lungo una scala temporale non quantificabile a priori – tra l’altro, il concetto stesso di “tempo” non esiste, ma è solo il tentativo da parte dell’uomo di modellare la dinamica entropica entro i limiti di un contesto di comprensione antropico.

Dall’altro lato, il carattere indefinitamente divergente di ogni fenomeno entropico viene qui costretto, per esigenze narrative, entro i limiti di una ciclicità, salvo poi lasciare uno spiraglio aperto per altri effetti valanga – da notare come l’omonimo romanzo (nella traduzione italiana) scritto da Mack Reynolds sia del 1974, a riprova dell’infinito potenziale di suggestione racchiuso nella citata teoria del caos, cui si allaccia per estensione anche l’approccio alla base della teoria della complessità.

Concludendo, si tratta del diadema nella corona del lavoro di un riconosciuto professionista del settore, che vuole proporre al lettore una sua interpretazione di quell’infinita macchina di combinazioni che è la realtà, attraverso un tono per lo più didascalico, ma non per questo privo di interesse

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Da sempre convinto sostenitore della massima mysteriana "L'importante non è sapere le cose, ma fare finta di averle sempre sapute"

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