La sempre immutata capacità espressa da Paola Barbato di costruire trame eccentriche (il che è già di per sé un plus nel canone dylaniato), ma anche stratificate e meticolosamente congegnate, non manca all’appello neanche stavolta – seppur in salsa apparentemente più leggera.
Pasticciare con il tempo è uno dei pallini più affascinanti e ostici per chi voglia scrivere di fantascienza e/o sovrannaturale, e la stessa autrice non si è sottratta in passato a questa sfida. Tale spunto corre poi veloce sulle ali del fantastico, fino a lambire echi dell’Isola che non c’è, rielaborandone le premesse così da tenere Peter Pan e Uncini vari fuori dall’equazione – d’altronde ai personaggi di Barrie ci aveva già pensato Michele Medda a suo tempo, prima in maniera tangenziale, e poi con una delle storie forse più belle per un non-Sclavi ai testi dell’Indagatore dell’incubo – ma ponendo al contempo il nostro di fronte alla piaga dell’infanzia negata, dove serpeggia l’esigenza di crescere e affrancarsi da un contesto familiare assente, o peggio.
A corredo, il sempre ancillare motto secondo cui “every magic comes with a price”, come non mancavano di ripetere qui a ogni pie’ sospinto.
Come si diceva, l’indagine viene condotta secondo corde tutto sommato scanzonate – un tono relativamente poco presente nella cifra narrativa dell’autrice, almeno per quanto concerne Dylan.
È un gioco continuo tra il paradosso e la caciara, dove la tensione non cresce mai davvero, e la gestione stessa della “patata bollente temporale” si sviluppa lungo coordinate meglio assimilabili alle atmosfere di racconti per young adults, accarezzando da un lato alcuni aspetti del racconto di formazione, ma soprattutto giocando con gli stereotipi tipici della materia tratti dalla cultura pop, dai titoli più “colti” citati nell’editoriale, all’archetipica trilogia di Ritorno al futuro, a cui si deve tra l’altro una delle premesse della vicenda.
A tenere (bene) il tutto ci pensa l’intima connessione tra autrice e personaggio, Paola e Dylan: un legame in virtù del quale l’una ha messo più di una volta l’altro di fronte ad alcuni dei paletti fissati da illo tempore, spingendolo poi al di là, nell’acqua alta, senza chiedersi se sapesse nuotare o meno. Gesti che, nelle sabbie mobili di una continuity, avrebbero avuto risonanze molto più evidenti dell’estemporanea impalcatura messa su ai tempi della cometa; gesti che hanno portato Dylan a farsi di volta in volta messaggero dell’orrore terreno (qui e qui) e cosmico (qui), o a vedere realmente dentro di sé in un (im)probabile altroquando (qui).
E questo è anche ciò che accade nel primo dei due twist che chiudono l’albo, e che in tutta sincerità avrebbe meritato di figurare quale “vero” e unico finale della vicenda; le ultime due tavole appaiono francamente di scarso peso a confronto, scimmiottando da un lato il finale (ovviamente molto più suggestivo) del primo Martin Mystère gigante, e dall’altro lato soccombendo al diktat della spiegonite acuta – andando a scomodare addirittura P. K. Dick.
Come si diceva (e due!), al generale tono della narrazione contribuisce anche il tocco di Franco Saudelli, la cui intrinseca prosa ironica si combina in questo caso con una marcata sintesi, che tra l’altro privilegia nettamente i chiari rispetto agli scuri: ciò però mina una corretta interpretazione di alcuni snodi, che si suppone debbano svolgersi di notte mentre la loro rappresentazione suggerisce diversamente. È solo l’intrinseca logica ferrea della sceneggiatura che, ad una successiva lettura, aiuta a mettere meglio a fuoco le cose. D’altro canto, invece, è più che apprezzabile la sua capacità di rendere l’invecchiamento precoce dei giovani protagonisti anche da una vignetta all’altra.
Più in generale, un tono maggiormente cupo sarebbe stato preferibile – per via delle questioni citate, ma non solo – e il candidato ideale che salta subito all’occhio sarebbe stato Luigi Piccatto, cui tra l’altro si devono anche i due albi scritti da Medda precedentemente indicati.
Se si vuole dar credito al pregiudizio secondo cui tante storie dylaniate “di serie B” fossero dirottate su testate diverse dall’inedito mensile, forse questa storia sarebbe andata a far compagnia ad altre produzioni barbatiane lette sui Maxi Dylan Dog di un tempo – storie nelle quale in ogni caso la felice penna dell’autrice si è sempre distinta, indipendentemente dalla collocazione editoriale, e dove i summenzionati paletti sono stati anche lì bellamente varcati (cfr. ad esempio qui e qui).
Purtroppo il generale immobilismo nel quale l’indagatore dell’incubo sembra essere ripiombato continua a non pagare questi accenni di trasformazione, se non di evoluzione, e al lettore non rimane che fantasticare sterilmente di master plans che verosimilmente non avranno mai luogo – ovviamente sarebbe troppo facile infierire sul cadavere dell’unico tentativo di continuity effettuato in ormai quarant’anni di onorata carriera, per cui ci si asterrà dal proferire ulteriori commenti.
Note finali per il titolo – anche qui, leggermente fuori luogo, e risale la suggestione delle “serie B” di cui sopra – e per la cover – potente contraltare, opera dei Cestaro Bros., che da sola vale una buona fetta del biglietto.
