A febbraio di questo anno, la casa editrice Morgen si è presentata al mondo con Terre ou Lune di Jade Khoo, successo non annunciato del 2026 (ne abbiamo parlato qui) e Train de nuit dans la Voie Lactée di Adrien Demont, adattamento fumettistico (non riduzione) di quel classico della letteratura giapponese che è Una notte sul treno della Via Lattea di Kenji Miyazawa (la novella è stata tradotta in Italia da Marsilio).
Per entrambi, la critica transalpina non ha risparmiato toni ditirambici, e se per il primo si è gridato al capolavoro, del secondo non è successo solo perché non di opera originale si tratta. Ma le categorie dovrebbero aiutare, non limitare. E le vette grafiche, narrative ed emozionali raggiunte anche dalla trasposizione di Demont la dicono lunga sulla lungimiranza e il gusto di Silvan Rouaud e Thomas Ragon, fondatori di Morgen.
Ginga tetsudo no yoru, pubblicato postumo nel 1934 a sette anni di distanza dalla morte del suo autore, fu scritto in funzione catartica per la scomparsa prematura dell’amata sorella Toshi. Due bambini, Campanella e Giovanni (in italiano nel testo), prendono un treno dal quale uno dei due non scenderà, in un incedere lento e costante, poetico e onirico, fatto di incontri tra le costellazioni: un viandante, una famiglia, tutti coscienti, tranne Giovanni, della fermata che li attende.
E nel mentre, fuori le stelle nascono, esplodono e muoiono, specchio degli spiriti in viaggio.
L’opera, intrisa di una profonda malinconia che gli esegeti di Miyazawa spiegano con l’incontro tra spiritualità buddista e cristiana tramite le quali l’autore cercò di riscattare una nascita agiata (lui che scelse di vivere povero tra i poveri), ha assunto nella cultura giapponese una dimensione intemporale e trascendentale, le cui influenze non si contano, da Galaxy Express 999 di Leiji Matsumoto al treno che porta Chihiro da Zeniba, forse il momento più toccante de La città incantata di Hayao Miyazaki.
Demont fa propria la peculiare impronta nipponica stilizzando i personaggi e dando loro le fattezze delle kokeshi, le bambole tradizionali giapponesi scolpite su legno, e ne rende universale il messaggio con rinvii inattesi ma sempre coerenti all’attualità, che si tratti della maschera di Ultraman, delle anime di Dante riviste da Doré, di Hachiko – il cane che attese per dieci anni alla stazione abituale il padrone morto – o ancora dello tsunami del 2011, di cui Moby Dick che sovrasta le onde è una chiara metafora dell’impotenza e dell’inutile arroganza umana.
Soprattutto, Demont – che viene dalle arti plastiche – abolisce le vignette senza venir meno alla struttura narrativa, perfettamente leggibile e comprensibile, accarezzando i volumi con una scelta quadricromatica (bianco, nero, seppia, blu) e una tecnica che sembra dare luce a ogni stella come a ogni pagina.
Demont ha infatti avuto l’idea di trasporre in immagini la storia di Miyazawa durante i “concerti disegnati” realizzati assieme al chitarrista Takuma Shindo, nel corso dei quali i dipinti a cera, realizzati in contemporanea alla performance musicale, erano proiettati sovraesposti all’incontrario sullo schermo, come un negativo sulla pellicola. Stampati su carta, i colori sembrano trascenderla. E quando si saturano, quando il nero riempie tutto, la funzione di passaggio risalta ancor di più.
Nessuno ha mai reso in maniera così intensa i colori del cielo notturno. Demont lo fa dando luce a uno degli scritti più poetici mai realizzati sulla notte dell’uomo vissuta attraverso il sentire di un bambino. E per tale grazia (come l’editore definisce il gesto pittorico in quarta di copertina), gliene siamo profondamente grati.
