La prima storia del Dylan Dog Color Fest 56, Territorio nemico, è un’occasione mancata; si può anzi affermare che sia sostanzialmente un’occasione sprecata. Ed è un peccato, perché il racconto imbastito da Gigi “Sime” Simeoni parte davvero bene. I riferimenti al Deserto dei Tartari sono scoperti e forse un po’ scolastici, e tuttavia funzionano bene. Difficile sfuggire poi alla seduzione che l’autore possa aver voluto anche evocare alcune suggestioni ispirate dall’Area X di Jeff VanderMeer: nulla di realmente riconoscibile e chiaramente riconducibile, solo impressioni impalpabili, retrosensazioni.
Di nuovo evidenti e scolastiche, al dipanarsi e disvelarsi della vicenda e delle sue conseguenze, le implicazioni sociopolitiche e le riflessioni sulla guerra e la casta militare costrette, prigioniere dentro una delirante spirale di autofagia: evidenti e scolastiche, eppure ugualmente colpiscono con forza la fantasia del lettore e aggiungono fascino alla storia. Aggiungono anche forza al rimpianto: perché una volta lavorata, montata superbamente questa materia narrativa, Simeoni la fa afflosciare in un finale talmente affrettato, banale e pedestre da lasciare interdetti.
Una storia semplice sì, nei suoi puri elementi narrativi, ma costruita come una potente allegoria del volto più feroce della nostra società, come un atto di denuncia della sua decerebrata deriva guerrafondaia, si risolve alla fine in un raccontino ordinario e trito di zombie, abusati esperimenti bellici, e una spruzzata prezzemolesca di Xabaras. Per fretta, per incapacità di tirare le fila di una trama rivelatasi troppo complessa da gestire per l’autore; o magari per una forma di irresolutezza ad andare fino in fondo con le conclusioni possibili dopo le premesse poste. Buono il lavoro di Giuseppe Matteoni ai pennelli, che salvo errori dovrebbe essere al suo esordio dylaniato: pulito eppure inquietante, rende al meglio nel creare le parti iniziali, di costruzione delle atmosfere del racconto; gestisce molto bene anche le scene più splatter e grandguignolesche, però.
La seconda storia del Color Fest 56, Frequenza zero, è invece un’occasione colta in pieno. È una storia al 100% da Fest, va inteso: è, cioè, una storia che distorce i limiti del personaggio e della testata non solo fino ai limiti, ma anche oltre; eppure riesce a mantenere un’identità perfettamente dylaniata. Officina Infernale (ognuno si sceglie lo pseudonimo che preferisce, ci mancherebbe) allestisce un racconto che corre e scorre funambolicamente sul sottilissimo filo divisorio dell’acida allucinazione lisergica e del puro divertissement.
Potenziato e sospinto da un disegno che fa dell’eccesso – grafico, plastico, cromatico, compositivo – una scelta precisa e vincente – il racconto è lineare in misura sorprendente alla luce della sua distorta apparenza scenica; ma recupera una decisiva natura, giullaresca se non quasi eversiva, nella corretta attribuzione a Groucho della funzione di solutore ex-machina di una situazione troppo folle anche per l’abituale, routinario standard di follia dell’Indagatore dell’incubo. Un racconto che gioca: con i colori, con i personaggi, con il lettore; soprattutto che gioca con lo strumento principe dell’arte di raccontare: la fantasia. In totale, anarchica e, appunto, giocosa libertà.
