La scenografia, quasi manierista e al tempo stesso minuziosamente essenziale, è quella dei grandi artisti che hanno illustrato e tramandato a noi i paesaggi di quella frontiera e gli individui che la popolavano, una iconografia che si è poi infiltrata nel cinema ed è fiorita in particolare nei barocchismi del Western all’italiana e di film e serie più recenti.
In questo ambiente che, al tempo stesso, appare così realistico ed è narrativamente fantasioso, il disegno lussureggiante eppure asciutto di Rubini graffia, tratteggia e cesella con certosina accuratezza volti, corpi, abiti, luoghi naturali e umani, animali e piante; in questo ambiente che “respira” azione epica, Rubini cala un Tex e un Carson caratterizzati con energica, fisicamente massiccia eleganza, due figure a tratti magnetiche per la capacità infusa loro di imporsi sulla scena e la cui statuaria presenza non perde tuttavia in dinamismo. Intorno a loro una galleria ricchissima di figure – e figuri – umane, di maschere scolpite a raffigurare gli esatti volti e corpi attesi dal lettore sul palcoscenico del grande Ovest americano nella sua funzione di fucina ancor oggi inesauribile dell’immaginario.
Le tavole e le vignette di Avidità sono un viaggio, e vieppiù un’immersione totale nelle atmosfere assorbite in decenni e decenni di letture e visioni da parte di lettori e spettatori che siano diversamente giovani, un ripasso completo e uno studio in filigrana delle fonti visuali di quell’immaginario: una sorta di ricapitolazione filogenetica.
In origine, i Texoni vennero fatti passare come una collana nata per fornire l’occasione di avere interpretazioni eterodosse del personaggio realizzate da vere e proprie guest star, internazionali o italiane che fossero; in realtà, come è noto tutto nacque per il timore di Sergio Bonelli di pubblicare la storia, che fu poi appunto quella del primo Texone, realizzata da Guido Buzzelli, e che pensava avrebbe stranito i suoi lettori, che evidentemente Sergio riteneva dovessero essere (tutti) necessariamente dei bestioni incapaci di riconoscere il valore dell’arte. Sia come sia, la collana si è poi rapidamente emancipata dalla necessità di presentare disegnatori ospiti eccezionali: Rubini stesso è già nello staff del nostro ranger, e può essere considerato un veterano bonelliano.
Di certo non vi è ragione di dolersi di alcunché quando si è in presenza di un’opera grafica di gran fascino e tanto seducente sotto il profilo della resa narrativa delle atmosfere e architetture visive: le poche sbavature (qualche volto e anatomia, in rare occasioni mutevoli) passano decisamente sullo sfondo nel complesso di un lavoro di esuberanza titanica e che mostra una disciplina compositiva e un rigore realizzativo ammirevoli.
Mauro Boselli imbastisce per il pennello di Rubini un soggetto analogo a quelli dei suoi migliori e più classici lavori, un racconto complesso e sfaccettato che intreccia una molteplicità di storie e coinvolge innumerevoli attori, poi tutti destinati a convergere in una scena madre, e anzi sequenza madre dove le fila dei vari racconti e il loro intreccio si sciolgono e si (ri)compone l’ordine umano e naturale.
Fosse stata una storia di venticinque anni fa, non ho dubbi che ricorderemmo Avidità tra i grandi classici del rinascimento boselliano di Tex, accanto ad avventure epiche come Il passato di Carson, Matador, Gli invincibili, I sette assassini, La grande invasione, Buffalo Soldiers (e altre), ma oggi la scrittura boselliana non è più frenata da quella disciplina stilistica che ne tratteneva la tendenza alla prolissità, a una verbosità oggi estenuante per il lettore perché l’autore non ha più la brillantezza di un tempo: i dialoghi hanno perduto ritmo e la retorica quella grandiosità da Leone (nel senso di Sergio Leone).
Una storia come Avidità ci alletta con il ricordo di quelle avventure straordinarie, ma poi ci pone dinnanzi allo specchio del presente e di una scrittura che mima quella di allora ma è irrimediabilmente invecchiata nel senso che si accennava: quei dialoghi e il periodare così brillantemente eccessivi, smargiassi e barocchi, resi fruibili da un entusiasmo evidente in ogni frase, sono ormai volti in una copia burocratica di quello stile; ciò che un tempo era ricercatezza letteraria oggi è abitudine; la passione palpabile è divenuta noia patente. Perdono in tal modo profondità e, di conseguenza, attrattiva, esemplari figure di carogne come Felton e Cascabel, o luciferine figure di disperati come Shaman, o ancora bestiali macellai come Cureo: personaggi, tutti, potenzialmente esplosivi ma a cui è mancato un copione all’altezza delle personalità rimaste solo abbozzate.
Se un tempo Boselli aveva la tendenza a grandi composizioni concertistiche a più voci, nell’economia delle quali Tex restava a ogni modo lo strumento solista, con il tempo ha messo il nostro sempre più ai margini (e ne ha progressivamente stravolto la natura a partire dalla ret-con strutturale rappresentata dalla testata del giovane Tex Willer, ma è questione altra e già analizzata in precedenti occasioni); e qui, nonostante l’apporto di Tex e Carson sia più che robusto e narrativamente ben gestito e giustificato, la cosa è esplicita ed esplicitata: protagonista principale e soprattutto vero mattatore della storia è infatti Silent Foot.
Il vecchio cercatore di tracce Pima è un personaggio senza meno affascinante e dal carisma seduttivo e sornione, e infatti il filo narrativo imbastito su di lui è il più coinvolgente e riuscito sotto il profilo letterario ed estetico; ma è praticamente irridente il modo in cui il suo personaggio estromette Tex dalla sua funzione di figura narrativamente centrale e identitaria della testata, mostrando nel modo più cristallino come oggi Boselli non sia più interessato a scrivere Tex per come il personaggio è (era), ma tutt’al più per storie e personaggi che interessano all’autore. Sostanzialmente: Tex come tassa da pagare per scrivere d’altro.
