“Shin Zero vol. 2”
di Bablet & Singelin

Giovani adulti crescono, sconfitti dentro

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La dedica dello sceneggiatore Mathieu Bablet dice tutto: «Ai nuovi adulti, che si prendono il mondo come una sberla in faccia». E mentre in Italia esce il primo volume (di cui abbiamo parlato qui), in Francia fa séguito il secondo.

Li avevamo lasciati adolescenti precari: li ritroviamo cinque anni dopo in preda a convulsioni voyeuristiche, ideali puerili e pulsioni fasciste, la cui unica via d’uscita sembra essere l’imborghesimento. Definirli nichilisti sarebbe un complimento: sebbene l’urgenza ecologica faccia capolino (i kaiju, mostri del tempo che fu, sono divenuti una minaccia ben più pericolosa e pervasiva: particelle che inquinano la terra, il mare e i corpi, insidiandosi ovunque), questi giovani non possiedono né la coscienza politica né la rabbia punk. La loro condizione, parossismo dell’uberizzazione, è ancora peggio: non sono depressi, ma sconfitti. «Vivo, e il tempo passa», dichiara alla psicologa una di loro, che di mestiere si sveste al cellulare davanti a chi paga di più (nella fattispecie il coinquilino seduto nella camera accanto).

Erano soggetti, sono divenuti oggetti.

La storia si apre con una pesca come in un episodio di Megaloman e si chiude con una battaglia tra sentai (gli eroi in costume ridotti a netturbini) in una discarica che ricorda quella del Cavaliere oscuro contro i mutanti di Gotham nel ritorno orchestrato da Frank Miller. Una cifra stilistica che conferma la commistione dei generi resa graficamente da Guillaume Singelin, abilissimo nell’appropriarsi degli stilemi del manga, nel taglio delle vignette e nell’impaginazione come nell’uso dei retini, dei comics nelle anatomie e nelle doppie pagine della scazzottata finale, e della bédé francofona nelle inquadrature e nell’uso del colore, capillare e simbolico, che come nel tomo precedente identifica i caratteri dei cinque protagonisti.

«Qualunque cosa accada sarò sfruttata, niente cambierà per me. Vuoi scoparmi? Paga. Ma non mi avrai mai.»
Il futuro non è rosa, e l’ultima tavola, che ritrae una delle giustiziere riprendere il costume – come già Bruce Wayne tra le mani di Miller – sembra annunciare la deriva populista che forse verrà.

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