Obiettivo di questo scritto è parlare un po’ di questo personaggio, che fa parte ormai sin da allora del patrimonio del nostro immaginario (nostro, di noi fumettofili, in particolare lettori bonelliani), e anche della cultura popolare italiana.
L’inevitabile botta di nostalgia che certune scadenze suscitano mi ha fatto tornare, a distanza di tanti, troppi anni, alle pagine di Agente Speciale Alfa, albo inaugurale della serie. Un mondo e una vita fa, come si diceva. E questa distanza, temporale ed esistenziale, si respira in ogni tavola, spira da ogni vignetta. Eppure il racconto di Antonio Serra non è invecchiato per nulla; naturalmente è invecchiata, come per ogni racconto di fantascienza da quando tale modalità narrativa ha avuto i suoi primi esiti letterari, la sua parte marginale e trascurabile: gli aspetti futuristici e futuribili, cioè.
Regge invece benissimo il racconto in sé, che resta un gran bel thriller di fantascienza, ancorché démodé e strutturato su certi archetipi (i robot e androidi asimoviani, gli scenari urbani bladerunneriani…) ormai voltisi in stereotipi; e tuttavia inseriti nel corpo vivo di un racconto che funziona benissimo come storia d’azione, con alcune sequenze genuinamente adrenaliniche ed entusiasmanti, e assolve diligentemente il compito di avventura introduttiva del personaggio, dei comprimari e avversari principali, dello scenario sociale e antropologico di quel primo mondo fantascientifico di Casa Bonelli.
È una boccata di ossigeno puro tornare a quel primo Nathan; a prima che Stefano Vietti, prendendo le redini della testata in un periodo durante il quale i tre creatori se ne allontanarono e complicasse le vicende del personaggio (e dell’Alfa) in una continuity inutile e involuta; a prima che Antonio Serra perdesse compostezza autoriale e sviluppasse un evidente rancore verso il personaggio, scrivendone da allora poche ma strampalate avventure per le quali, confesso, vorrei tanto contunderlo con vigore; a prima che Bepi Vigna imboccasse la strada della SUA ancor più strampalata continuity ruotante attorno ad assurdi, farraginosi complottoni transgenerazionali, transtemporali, transdimensionali, transuniversali.
A prima, insomma, che dei tre creatori del personaggio, Michele Medda restasse il last man standing a difesa del Nathan Never autentico.
È una boccata di ossigeno puro ritrovare un Reiser che sia, semplicemente, un purissimo stronzo e niente d’altro; un Aristotele e un Kal Skotos delinquenti a tutto tondo – grandiosi delinquenti a tutto tondo e non oggetti e soggetti di scombiccherate masturbazioni mentali; e, di nuovo, è ossigeno puro ritrovare un’ambientazione visivamente consona al futuro ivi rappresentato.
Certo, un’ambientazione che oggi è invecchiata, come accennato, ma che trentacinque anni fa era perfetta. Viene ancora da sorridere al pensiero delle tante critiche che sin d’allora si sono concentrate sul fatto che scenografie e trame della serie siano derivative, “copino” una sorta di grande e superiore narrativa – o cinematografia – di fantascienza: la fantascienza dispone da ormai più di un secolo di uno strumentario di propri “arnesi” narrativi, ferri del mestiere degli autori del genere (robot asimoviani, per dire, oppure ambientazioni bladerunneriane, per aggiungere), che sta a ciascun autore saper utilizzare in modo autonomo e non derivativo.
A spanne, il personaggio e il suo mondo esteso debbono aver dato materia per quasi ottocento storie: è inevitabile che moltissime di queste siano effettivamente state rimasticazioni stanche di altre trame (e in talune occasioni, scrivendone, io stesso ho “rimproverato” gli autori di tali storie), ma la serie, il personaggio, i suoi racconti migliori (e sono decine e decine e decine) sono frutti originali della fantasia e dell’immaginazione di tre scrittori al tempo nel fiore dell’età e nel turbinio creativo.
A distanza di tre decenni e mezzo, questa storia resta tra le migliori mai scritte da Antonio Serra. Parte non piccola del merito va ascritta a Claudio Castellini, in quei giorni ancora lontano dalla deriva marvelliana che imboccherà.
Il Castellini di questo albo sfoggia un disegno prezioso eppure pulitissimo, nitido; ricco di dettagli e tuttavia straordinariamente fluido e narrativo; espressivo e plasticamente ricercato fino a un raffinato baroccheggiamento; perfettamente chiaro anche nelle inquadrature più funamboliche e nelle tavole compositivamente più ardite e distanti dalla tradizione di Casa Bonelli.
Se Agente Speciale Alfa è ancora tra le storie più riuscite di Antonio Serra, è difficile sottrarsi alla considerazione che, probabilmente, è anche il miglior lavoro grafico di Castellini, una prova d’autore che introdusse al meglio il personaggio, il suo ambiente fisico e quello umano: a distanza di tre decenni e mezzo, la sua Legs è ancora insuperata graficamente; e poco importa che sia così tanto ispirata a Sigourney Weaver: il disegnatore ha saputo far completamente suo il modello, restituendo al lettore l’essenza di quella Sigourney, ovvero un’attrice in grado di interpretare un ruolo del genere in modo impareggiabile.
Il futuro di Nathan temo sia incerto almeno quanto il nostro, ma nessuno potrà cancellare una storia così lunga e ricca.
