Rubo a Brian Aldiss il titolo di uno dei suoi romanzi più belli, perché oggi, da lettori storici – e innamorati – dei fumetti della grande fucina bonelliana siamo con ogni evidenza alle porte della fase terminale del lungo, lunghissimo meriggio dell’epopea costruita da GLB, Tea e Sergio insieme a centinaia tra autori e disegnatori. È infatti difficile sottrarsi alla constatazione della progressiva trasformazione della SBE da editore di fumetti (storicamente il più importante d’Italia) in editore di UN fumetto: Tex.
La continua erosione dei lettori, la contrazione sempre più accentuata del numero delle edicole sul territorio si sommano certamente ad altre cause il cui effetto via via più evidente nel tempo è l’arroccamento in difesa da parte dell’editore sulle sue posizioni di forza. E, sebbene anch’esso in continua diminuzione di lettori, il solo, reale punto di relativa forza rimasto alla SBE è appunto Tex, che però in luogo di essere fattivamente difeso per il patrimonio di cultura popolare che è, viene spremuto in ogni modo per ritardare quell’epilogo che ormai appare inevitabile, sebbene possa essere ancora lontano.
E non è solo nostalgia: le vecchie storie non fanno questo effetto solo ai vecchi bacucchi come il sottoscritto, avvincono anche chi le legga per la prima volta.
Paradossale che sia, il motivo è abbastanza semplice: quelle vecchie storie erano scritte con una “modernità” che quasi tutti gli autori bonelliani contemporanei hanno perduto (una modernità che, in realtà, era l’uso di una scrittura eterna, classica già nel momento in cui veniva realizzata; mentre oggi si scrive per l’immediato, se va bene, con l’occhio non al rispetto ma al solleticamento del lettore).
Non erano trattati storici né sequenze infinite di spiegazioni ridondanti, dialoghi ampollosi e racconti macchinosi o, peggio, imitazioni mal riuscite del linguaggio cinematografico o della scrittura dei serial televisivi americani; erano avventure mozzafiato, caratterizzate da ritmi narrativi serrati e in ogni caso perfetti per quanto si raccontava, utilizzavano un linguaggio mai retorico e tantomeno inutilmente barocco, e se mai il tono diventava autenticamente lirico ed emozionante laddove necessario (si pensi al giuramento di Tex sulla tomba di sua moglie, alla disperazione di Zagor al rendersi conto dell’errore commesso nel vendicare suo padre, a Bree Daniels che dà il benservito a Dylan Dog, alle umanissime pagine del Martin Mystére depresso di Xanadu).
Nel delirio di antifantasia di questi anni si va inoltre assecondando quella “perversione” da nerd che, saggiamente, Sergio aveva sistematicamente ignorato limitando al minimo i crossover e i team-up; oggi siamo arrivati fino all’appiccicosa, immangiabile marmellata narrativa che ha coinvolto abbastanza di recente Nathan Never, Martin Mystére e Zagor, e della quale viene minacciato un seguito, che prevedibilmente innalzerà la quantità di melassa dell’impasto.
Nelle vicende umane, per altro, non esistono destini già scritti una volta per tutti; ma certo è difficile credere oggi che la SBE non percorra fino in fondo la via imboccata se non intervenga un deciso cambio di rotta. Non so d’altronde se ancora vi sia modo per scrivere un finale diverso da quello facilmente immaginabile, e il mio è il punto di vista del lettore, quindi non un punto di vista aziendale; da lettore auspicherei una SBE che faccia quadrato attorno alle risorse che ancora ha e può mobilitare: ovvero i pochi autori che continuano a scrivere storie degne del passato, a cui trovare con una certa urgenza degli eredi che sappiano percorrerne le orme secondo la propria personalità e la sensibilità adatta ai nostri tempi; e con essi i disegnatori.
Tornerei a scrivere storie che “parlino” ai lettori e siano in grado di catturarne l’attenzione ed eccitarne la fantasia; lascerei per strada la logica “marvelliana” che ha invaso e dominato la SBE dalla morte di Sergio, fino a baggianate come le variant cover; e con essa lascerei per strada quella scrittura per nerd che ne è stata la conseguenza. Forse bisognerebbe avere anche il coraggio di concentrare il cartaceo in libreria, e passare al digitale per ciò che oggi va in edicola: non so, non è il mio mestiere; il mio mestiere è leggere e valutare ciò che leggo. E di quanto ho letto negli ultimi anni, mi fa amaramente riflettere che la miglior storia di Tex sia stata l’incompiuta Ombre di morte di GLB e Sergio Tarquinio fortunosamente ritrovata dopo quasi sessant’anni, e la miglior storia di Zagor quel Re di Cuenca Verde che infine si è deciso di pubblicare dopo oltre quattro decenni.
