Il lungo meriggio della Terra

C'era una volta la Grande Bonelli

///
6 mins read
È recente la diffusione dei dati di bilancio della Sergio Bonelli Editore relativi al 2025, che ritraggono un’azienda, se non in ottima salute, comunque solida sulle sue gambe. Per Davide Bonelli è senza dubbio una buona notizia, e anche per il lettore è una notizia eccellente – o più precisamente lo sarebbe stata una trentina d’anni fa. Al tempo, infatti, il lettore poteva ragionevolmente aspettarsi che questi dati si traducessero automaticamente nel lancio di nuove serie (o, di lì a breve, miniserie) e nel consolidamento qualitativo di quelle storiche. Ma oggi?

Rubo a Brian Aldiss il titolo di uno dei suoi romanzi più belli, perché oggi, da lettori storici – e innamorati – dei fumetti della grande fucina bonelliana siamo con ogni evidenza alle porte della fase terminale del lungo, lunghissimo meriggio dell’epopea costruita da GLBTea e Sergio insieme a centinaia tra autori e disegnatori. È infatti difficile sottrarsi alla constatazione della progressiva trasformazione della SBE da editore di fumetti (storicamente il più importante d’Italia) in editore di UN fumetto: Tex.

La continua erosione dei lettori, la contrazione sempre più accentuata del numero delle edicole sul territorio si sommano certamente ad altre cause il cui effetto via via più evidente nel tempo è l’arroccamento in difesa da parte dell’editore sulle sue posizioni di forza. E, sebbene anch’esso in continua diminuzione di lettori, il solo, reale punto di relativa forza rimasto alla SBE è appunto Tex, che però in luogo di essere fattivamente difeso per il patrimonio di cultura popolare che è, viene spremuto in ogni modo per ritardare quell’epilogo che ormai appare inevitabile, sebbene possa essere ancora lontano.

Le altre testate, forse con l’eccezione di Zagor, sembrano definitivamente abbandonate a quello che appare un destino ineludibile, e non più contrastato. Finora la salute aziendale è stata salvaguardata dagli accorgimenti gestionali e amministrativi messi in atto per tempo, ma nessuna “magia” può durare all’infinito se vendi sempre di meno. Per chi ama il fumetto bonelliano da oltre cinquant’anni e in certi periodi ha comprato e letto ogni singolo albo pubblicato dalla SBE è come star perdendo un amico.
Se non da trent’anni – a metà anni ’90 la SBE era in piena fioritura creativa e cavalcava ancora l’onda del grande successo di Dylan Dog – la nostra Casa delle Idee vive da almeno venti questa prolungata congiuntura di declino che vede la compresenza di dati oggettivi – ovvero quella continua emorragia di lettori, la desertificazione del tessuto delle edicole italiane e, indubbiamente, anche la concorrenza sempre più “aggressiva” di altri media e forme di intrattenimento con ogni evidenza più attraenti per i tempi d’oggi (e talvolta anche più a buon mercato) – con dati più soggettivi, sfuggenti, ambigui in un certo qual modo, ma per il lettore decisivi, e che in definitiva possono riassumersi in una considerazione: il calo, sempre più accentuato, della qualità degli albi. È questione annosa, quella della “qualità”, e come accennavo è questione soggettiva, ambigua, sfuggente. Ma è anche una questione bastarda che ti richiama alle tue responsabilità, perché se i tuoi prodotti vendono sempre meno, al di là delle innegabili concause oggettive richiamate vi è, non meno innegabile, il fatto che tu non sia più in grado di (in)trattenere quello che era il tuo pubblico né di attirare nuove leve che sostituiscano interamente quello perduto.
Le edicole scompaiono e le seduzioni della rete e dei nuovi media, di nuovi giochi affascinanti, dell’accessibilità a ogni ora di qualunque sport, film o serie televisiva hanno certamente sgretolato nel tempo il parco lettori bonelliano, sommandosi al mancato rinnovo dei lettori più anziani; così che in definitiva, oggi la SBE è in grado di soddisfare sempre meno i suoi lettori, e sempre meno lettori.
Forse in questo vi è un po’ di responsabilità anche da parte della SBE stessa, una responsabilità da cui le politiche editoriali mostrano di rifuggire sistematicamente. La “qualità”, va detto, è un oggetto equivoco, scivoloso. Paradossale. Paradossalmente, gli albi inediti degli anni più recenti (15-20 anni) sono mediamente superiori a quelli di quaranta o cinquanta anni fa: sotto il profilo grafico; spesso più curati sotto quello editoriale (quantunque da ultimo si faccia acqua anche in questo); quasi sempre più rigorosi dal punto di vista storico e anche tecnicamente più attenti alla logica interna delle sceneggiature. Eppure, fatte salve le poche eccezioni meritorie firmate da tre o quattro autori, la loro lettura è micidiale, come farsi somministrare del Valium in dosi tali da stroncare un elefante adulto: paradossale che sia, provenire dalla lettura di un Tex o uno Zagor di oggi (i personaggi più longevi ancora sulla breccia) e leggerne una storia di cinquanta o sessant’anni fa è come accendere un ventilatore e spararsi l’aria fresca in volto durante una di queste giornate estive a quaranta gradi all’ombra.

E non è solo nostalgia: le vecchie storie non fanno questo effetto solo ai vecchi bacucchi come il sottoscritto, avvincono anche chi le legga per la prima volta.

Paradossale che sia, il motivo è abbastanza semplice: quelle vecchie storie erano scritte con una “modernità” che quasi tutti gli autori bonelliani contemporanei hanno perduto (una modernità che, in realtà, era l’uso di una scrittura eterna, classica già nel momento in cui veniva realizzata; mentre oggi si scrive per l’immediato, se va bene, con l’occhio non al rispetto ma al solleticamento del lettore).

Non erano trattati storici né sequenze infinite di spiegazioni ridondanti, dialoghi ampollosi e racconti macchinosi o, peggio, imitazioni mal riuscite del linguaggio cinematografico o della scrittura dei serial televisivi americani; erano avventure mozzafiato, caratterizzate da ritmi narrativi serrati e in ogni caso perfetti per quanto si raccontava, utilizzavano un linguaggio mai retorico e tantomeno inutilmente barocco, e se mai il tono diventava autenticamente lirico ed emozionante laddove necessario (si pensi al giuramento di Tex sulla tomba di sua moglie, alla disperazione di Zagor al rendersi conto dell’errore commesso nel vendicare suo padre, a Bree Daniels che dà il benservito a Dylan Dog, alle umanissime pagine del Martin Mystére depresso di Xanadu).

Là dove abbiamo letto veri e propri, grandi, romanzi popolari, effervescenti storie che catturavano l’immaginazione dei lettori con la freschezza del loro linguaggio e la fervida fantasia del loro impianto narrativo, oggi abbiamo dei pomposi trattati storici, delle articolesse logorroiche che spiegano e rispiegano il già detto e il già mostrato: abbiamo i parti di un immaginario timido, ridottosi sulla difensiva, capace solo di ripercorrere le strade già percorse in passato alla ricerca di ogni ciottolo da sollevare per vedere cosa fosse sfuggito all’occhio degli autori di un tempo (poco ci manca e verremo a sapere quanti peli ornano il deretano di Zagor e se la madre di Tex ha avuto una gravidanza difficoltosa).

Nel delirio di antifantasia di questi anni si va inoltre assecondando quella “perversione” da nerd che, saggiamente, Sergio aveva sistematicamente ignorato limitando al minimo i crossover e i team-up; oggi siamo arrivati fino all’appiccicosa, immangiabile marmellata narrativa che ha coinvolto abbastanza di recente Nathan Never, Martin Mystére e Zagor, e della quale viene minacciato un seguito, che prevedibilmente innalzerà la quantità di melassa dell’impasto.

Nelle vicende umane, per altro, non esistono destini già scritti una volta per tutti; ma certo è difficile credere oggi che la SBE non percorra fino in fondo la via imboccata se non intervenga un deciso cambio di rotta. Non so d’altronde se ancora vi sia modo per scrivere un finale diverso da quello facilmente immaginabile, e il mio è il punto di vista del lettore, quindi non un punto di vista aziendale; da lettore auspicherei una SBE che faccia quadrato attorno alle risorse che ancora ha e può mobilitare: ovvero i pochi autori che continuano a scrivere storie degne del passato, a cui trovare con una certa urgenza degli eredi che sappiano percorrerne le orme secondo la propria personalità e la sensibilità adatta ai nostri tempi; e con essi i disegnatori.

Tornerei a scrivere storie che “parlino” ai lettori e siano in grado di catturarne l’attenzione ed eccitarne la fantasia; lascerei per strada la logica “marvelliana” che ha invaso e dominato la SBE dalla morte di Sergio, fino a baggianate come le variant cover; e con essa lascerei per strada quella scrittura per nerd che ne è stata la conseguenza. Forse bisognerebbe avere anche il coraggio di concentrare il cartaceo in libreria, e passare al digitale per ciò che oggi va in edicola: non so, non è il mio mestiere; il mio mestiere è leggere e valutare ciò che leggo. E di quanto ho letto negli ultimi anni, mi fa amaramente riflettere che la miglior storia di Tex sia stata l’incompiuta Ombre di morte di GLB e Sergio Tarquinio fortunosamente ritrovata dopo quasi sessant’anni, e la miglior storia di Zagor quel Re di Cuenca Verde che infine si è deciso di pubblicare dopo oltre quattro decenni.

Ultimi Articoli Blog

0 0,00