Nathan Never n.422 “Il sorriso degli dei”

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Si garantisce la felicità è il titolo italiano di un bel classico della fantascienza americana, in originale The joy makers, opera del 1955 di uno dei grandi del campo, James E. Gunn. La storia del romanzo non c’entra nulla con questo racconto di Nathan Never, ma il titolo, e in particolare quello originale, mi è sovvenuto, mi ha anzi letteralmente “assalito” la fantasia nel corso della lettura, e ancor più una volta ultimatala e chiuso l’albo.

Sepolto da anni sotto la noia dei  contorcimenti narrativi che popolano le sfibranti enne-logie di Bepi Vigna, veri e propri Nodi Gordiani inestricabili in quanto inutilmente complicati fino all’incomprensibilità (nel senso che non si capisce perché si infliggano al lettore tali prolisse, involute maratone), Nathan è talvolta, fortunatamente non spesso, anche visitato dalle speculari fumisterie di Antonio Serra, che ormai deve avere il personaggio in tale antipatia da stravolgerne ogni volta le caratteristiche fondamentali. Da ultimo siamo anche stati “deliziati” dall’elefantiaco mappazzone – pardon crossover – con gli incolpevoli Martin Mystére e Zagor architettato da Adriano Barone e gustoso come solo può esserlo un frullato di Complottoni Transtemporali di Vigna e Inciuci Multiversali di Serra.

Questo flusso vischioso di colla narrativa è interrotto quasi unicamente dagli albi di Michele Medda  fossero anche i suoi peggiori; ed è qui che tornano in gioco quegli “agenti di gioia” di Gunn, sotto un duplice aspetto. Il sorriso degli dei è infatti un racconto che parla di dispensatori di felicità, e soprattutto di serenità; ed è un racconto che procura gioia al lettore, riportando il personaggio all’interno di una narrazione interessante, avvincente, lontana dalle strampalate, uggiose stramberie di Vigna&co. – e vieppiù un racconto che coniuga abilmente la fantascienza e un registro da tutti i giorni, familiare, del personaggio.

Per molti versi è una storia anomala alla luce dello stile e del curriculum del suo autore: Medda estrae Nathan dal suo ambiente e lo astrae dalla sua malinconia, dal suo macerarsi l’anima tra gli errori del passato, le sofferenze del presente e i presagi del futuro – in sintesi lo depura dalla sua persona meddiana, e all’uopo lo spedisce insieme a Monica in vacanza. Libero dai suoi gravosi impegni, Nathan avrà infine modo di riposarsi, rilassarsi e dimenticare crimini, umane brutture, complotti e le fatiche della politica planetaria. Tuttavia, come ci rammenterebbe Anton Čechov, se in un racconto compare un direttore dell’Agenzia Alfa prima o poi quel direttore sarà utilizzato nelle sue funzioni; e dunque, come è abituale per questa tipologia di racconti che pongono un personaggio fuori dal suo ambiente lavorativo, inevitabilmente il lavoro fatto uscire dalla porta rientrerà dal primo interstizio utile.

Quel che nasce da tali premesse è un thriller puro, dalle venature esotiche che marcano la “diversità” della storia e le screziature che mescolano il quotidiano della ordinaria gestione problematica dei rapporti di coppia con i topoi di un genere d’azione. Medda sviluppa quindi un racconto lontano dagli abituali toni intimistici, scevro di quelle coloriture noir che meglio hanno rappresentato e mostrato negli anni la sua cifra d’autore, e che più rappresentano e hanno strutturato la caratterizzazione e l’anima del personaggio e del suo mondo; nondimeno, nel finale la narrazione si arricchisce rientrando nei canoni più consueti ai quali egli ci ha abituato. Sono quegli “agenti di gioia” già richiamati a farsi portatori dell’impronta più personale di Medda, e dell’irruzione dell’elemento più specificamente fantascientifico. E se la rappresentazione narrativa che ne dà l’autore ha quella delicatezza “poetica” che egli in rare occasioni mette in campo quando sceglie di consolare il lettore e il personaggio in luogo di ustionarli con gli umori acidi della sua vena più disperante (altrimenti detto: realistica), la loro connotazione fantascientifica sottende un monito, non esplicitato ma chiaro, sul nostro presente, non necessariamente e non solo ambientale, e il futuro prossimo che potrebbe attenderci. Quel che si conclude è quindi una storia apparentemente più leggera e lineare del solito, e che però – con leggerezza e linearità – ci pone dei quesiti e stimola riflessioni.

Ivan Zoni fornisce un’interpretazione grafica di questo racconto che è al tempo stesso del tutto aderente al sentire e alle coloriture della narrazione, e che tuttavia non rinuncia a dare un’impronta personale a personaggi, ambienti, scenografie naturali e urbane. Un modo per dire anche che si può vedere e rappresentare più “modernamente” un personaggio ormai classico e iconograficamente stabilizzato entro precisi canoni senza venir meno a una propria personalità artistica, e al contempo senza renderlo un pupazzotto esteticamente alla moda e tutto effettoso, ma svuotato della SUA personalità. Un sapiente amalgama di tonalità delicatamente grigie e di neri tenuemente sfumati rendono così al meglio le atmosfere esotiche, “polinesiane” di Serenity e delle altre isole dell’arcipelago di Thiaroa dove è ambientata la vicenda, immergendo immediatamente il lettore nella relativa alterità dei luoghi e del racconto, e in qualche modo suggellandone la natura di vacanza dalle opprimenti sequenze di albi in cui viene precipitato insieme a Nathan dai vari contorcimenti narrativi di cui sopra.

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