Ci sono autori e disegnatori che scolpiscono l’immaginario dei lettori nei primi gloriosi anni di una serie, e che quando se ne vanno si portano via una parte di te, anche se le loro opere restano a ricordarti le emozioni vissute in tempi lontani. Ci sono poi quelli che arrivano quando il periodo di maggiore freschezza di un personaggio è ormai alle spalle, ma autori capaci sono ancora in grado di concepire storie che “ruggiscono” per nuovi illustratori. Per Martin Mystère, Franco Devescovi (1943-2026) apparteneva alla seconda categoria, avendo disegnato diverse storie di spessore (quasi tutte scritte da “papà” Alfredo Castelli o da Vincenzo Beretta) soltanto dal 1990 in poi.
E oggi che dobbiamo salutarlo, il dispiacere è tanto.
Quando compariva il nome di Devescovi nei credits degli albi, il lettore era infatti subito rassicurato. Con lui si aveva la garanzia di ritrovare i personaggi amati con una raffigurazione rispettosa dei volti ufficiali in copertina, in certi frangenti quasi indistinguibile da quelli del creatore grafico – Giancarlo Alessandrini – a uno sguardo rapido.
E si sapeva che se la storia era ambientata a New York, Londra, Santiago de Compostela, Hiroshima oppure a Padova, grazie al suo tratto chiaro, leggibile ed esaustivo Devescovi avrebbe ricostruito con rigorosa precisione tutta la bellezza e la varietà – architettonica, artistica e paesaggistica – delle location, ma anche messo in risalto, senza fronzoli, luoghi fantastici come Faerie o creature mostruose come quelle partorite dalla mente di Lovecraft.
Devescovi era inoltre dotato della capacità di dipingere le emozioni sui volti dei suoi personaggi: dal disperato sogno del mascherato e crudele Sergej Orloff di recuperare la bellezza perduta al drammatico scontro verbale tra Martin e Viviana nel regno delle fate, dallo struggente addio tra Manny “Mehitabel” Gould e il signor Archer all’arroganza della ricca e potente Cassandra Gold Chester, e così via.
E sapeva imprimere vitalità a personaggi inediti che restavano impressi, come il “poeta metropolitano” Joe “il gabbiano” Gould o la contessa Alessia Zambonin.
Nella mia personale esperienza di lettore bonelliano, trovai Devescovi anche sulle pagine del mio amato Zagor, durante l’ampio rinnovamento grafico che caratterizzò la testata nella prima metà degli anni ’90.
Il suo contributo restò una tantum (se si eccettua una recente storia breve fuoriserie), ma ne serbo un bel ricordo. Come pure resto legato a un momento leggero tratto da uno dei suoi albi di Martin Mystère, poiché durante la gita scolastica a Londra in quinta superiore passai con la metropolitana per la stazione di Baker Street e, dal finestrino del vagone, riconobbi lo Sherlock Holmes composto da centinaia di versioni in miniatura della stessa figura.
Martin, Diana e Java, illustrati da Franco Devescovi (per i testi di Carlo Recagno), me lo avevano fatto conoscere un anno prima.
