Per comprendere l’operazione alla base di Jekyll & Hyde – Il bianco e il nero, è necessario inserire il volume all’interno della precisa linea editoriale inaugurata negli ultimi anni da Lo Scarabeo. La casa editrice, storicamente legata alla produzione di tarocchi d’arte, ha dato vita a una collana di graphic novel in grande formato incentrata sulla riscrittura dei classici della letteratura gotica e horror.
Questo progetto, che individua nel sodalizio tra Marco Cannavò (testi) e Corrado Roi (disegni) il proprio asse portante, si muove su un binario preciso: la destrutturazione dei “mostri sacri” dell’immaginario collettivo. Prima di affrontare lo scienziato di Stevenson, la collana ha proposto Dracula – L’ordine del drago (che tentava una virata del vampiro verso una dimensione metafisica) e Frankenstein (focalizzato sulla componente filosofica del rifiuto).
Oltre la superficie del mostro
Laddove il romanzo ottocentesco di Robert Louis Stevenson si sviluppava come un’indagine quasi poliziesca (mediata dallo sguardo esterno e razionale del notaio Utterson), la sceneggiatura di Cannavò sceglie la via della frammentazione psicologica.
L’intervento più radicale dello sceneggiatore sulla struttura originale consiste nel colmare i vuoti lasciati da Stevenson inserendo un retroscena inedito: un’infanzia traumatica per Henry Jekyll. La narrazione solleva così un preciso interrogativo critico: la pozione è la causa biologica del male o funge da mero catalizzatore per traumi sepolti? La linearità del giallo cede il passo a una focalizzazione interna che scava nell’isolamento dello scienziato e nell’ipocrisia della morale vittoriana, divisa tra rigore pubblico e vizi privati.
Tuttavia, questa operazione di riscrittura comporta un preciso rischio narrativo. Spostando il baricentro dal mistero oggettivo al dramma psicologico intimo, il graphic novel abbandona la tensione dinamica del testo originale. Il trauma infantile, sebbene offra una chiave di lettura contemporanea, rischia talvolta di depotenziare l’ambiguità metafisica del racconto di Stevenson, riducendo lo sdoppiamento a una dinamica causa-effetto di stampo prettamente psicanalitico. La pozione perde la sua centralità fantascientifica per farsi metafora di una diga emotiva che cede.
L’anatomia dell’ombra
Se la sceneggiatura si muove sul piano della psiche, Roi traduce questa instabilità sul piano visivo. Il titolo Il bianco e il nero esplicita la dicotomia cromatica che sottende l’intera opera: i volti di Jekyll e Hyde non sono nettamente contrapposti, ma fusi e distorti in una transizione fluida e perenne. Roi rinuncia alla rappresentazione classica del mostro dalle fattezze scimmiesche e bestiali, lavorando invece sulle micro-espressioni, sulle deformazioni anatomiche e sulle alterazioni somatiche che richiamano lo sfaldamento mentale del protagonista.
Lo stile tipico di Roi – dominato da chine profonde, campiture di nero stese a pennello e texture graffiate – trasforma la Londra vittoriana in uno spazio asfissiante e spettrale. Le scenografie urbane sembrano quasi liquefarsi, agendo come una diretta proiezione esterna della mente frammentata di Jekyll.
Questa scelta estetica, pur dotata di un indubbio fascino visivo, esaspera la scomposizione della tavola. La fusione continua tra i volti e l’oscurità ambientale rende talvolta complessa la leggibilità dell’azione, trasformando il racconto in un labirinto visivo dove la narrazione sequenziale si subordina quasi interamente all’evocazione dell’atmosfera.
Sempre per quanto riguarda il tratto di Roi, è interessante concentrarci sulla tavola di apertura della storia: qui l’uso estensivo del nero non funge da semplice background, bensì da elemento plastico che aggredisce lo spazio bianco. I contorni sfocati e le linee spezzate delle architetture creano una struttura a gabbia, un correlativo oggettivo dell’isolamento del protagonista.
Anche l’inserimento dello spaventapasseri iniziale risponde a questa logica di stilizzazione: una silhouette scarna che introduce una simbologia legata alla decomposizione e al presagio. Nelle vignette successive, Roi lavora per sottrazione: il volto di Jekyll è spesso parzialmente negato, nascosto dalle mani o inghiottito dall’ombra, costringendo il lettore a colmare l’assenza di dettagli. Nelle scene di intimità o di scontro, i corpi si aggregano in un groviglio scuro e quasi indistinguibile. Ciò ci riporta al tratto grafico che Roi ha utilizzato nel passato nella creazione della miniserie UT con Paola Barbato (Sergio Bonelli Editore). È come se da quell’opera in poi la direzione grafica dell’artista abbia trovato la sua identità definitiva. Forse un po’ prevedibile, ma — a parere di chi scrive — sempre un toccasana per il lettore.
Qualche stonatura
Nella lettura complessiva, inutile dire che il prodotto è molto valido. Ben fatto è anche l’arricchimento redazionale a fine storia con un saggio critico di Matteo Pollone (Jekyll, Hyde e noi) che analizza le derivazioni culturali del mito. La coppia Cannavò-Roi risponde a pieni voti ad un adattamento non facile da inserire all’interno di un graphic novel.
Nell’economia generale dà però un po’ fastidio – sul piano della lettura – il tipo di font utilizzato all’interno dei balloons. Ne viene fuori uno stile della didascalia e della narrazione eccessivamente digitale, che va a cozzare molto con l’ambientazione storica e con il tipo di storia. Ma si tratta di un format che si ritrova in tutti i volumi di questa serie.
Infine, pure il prezzo non aiuta. Si dirà: 28 euro oggi è il prezzo generale dei cartonati. È vero: resta però il fatto che un’operazione così coraggiosa e affascinante — come quella di riportare classiche opere del genere horror-gotico nell’àmbito fumettistico — rischia di configurare l’opera come un oggetto di élite, allontanando una fetta di lettori meno inclini a investire cifre importanti su singoli albi cartonati (per non parlare del numero di copie limitato — 70 esemplari — con copertina in versione argentata con caratteri arabi e sette in caratteri romani: qui il prezzo vola alle stelle).
Ma qui ci fermiamo perché si tratta di un tema ormai diventato una consuetudine per certi prodotti.
