Per noi ragazzi degli anni ’60, che ormai non sono più soltanto un decennio del secolo scorso, l’universo disneyano prevedeva una gerarchia abbastanza stringente: i protagonisti erano il Venerabile Topo oppure i Paperi adulti Nipote e Zio, un passettino più indietro Pippo e poi i Paperini; gli altri non pervenuti, se non occasionalmente.
È un imprinting; che discendeva da un ordine naturale – confermato dal fatto che le occasionali sortite al di fuori di quella gerarchia istituzionale si rivelavano in genere per storielline insipide.
Ancora oggi viviamo perciò come insolita, e altresì bizzarra, la situazione di una storia dove non soltanto i protagonisti naturali non sono in prima fila, ma sono anzi assenti del tutto.
Naturalmente il vecchio Pietro, star assoluta di questo racconto, è un personaggio disneyanamente vecchio, primordiale più precisamente, visto che ha felicemente tagliato il traguardo del secolo di vita e ha un’anzianità di servizio superiore anche a quella del Topo; la sua scelta non dovrebbe essere dunque così tanto insolita, ma vuoi anche perché in fondo è l’archetipo del Cattivo disneyano (e cent’anni fa era davvero una bella carogna, e ancora cinquant’anni fa noi ragazzi degli anni ’60 lo vedevamo come tale) il suo casting da protagonista, e in un ruolo tutto sommato positivo, ci suona come una scelta bizzarra.
Tanto premesso, questa Fuga da Arkatrap, pubblicata sul Topolino 3682, è un piccolo gioiello di leggerezza, garbo e aereo umorismo. Il racconto è principalmente una parafrasi in chiave burlesca e disneyana de Le ali della libertà, condotta con perfetta scelta e gestione dei tempi comici e narrativi e una attenta gestione dei personaggi, con il vecchio Pietro in veste di brillante e assoluto mattatore e il direttore Truebaker e il mite Sleepy a fare da puntuali spalle.
Dinamico, spigliato, modernamente nervoso e visivamente rigoglioso, il tratto di Stefano Intini dà forma compiuta ai testi di Michele Medda, li traduce in gag dalla fisicità esuberante e ne sottolinea la levità ironica.
Quei ragazzi degli anni ’60 eravamo abituati, come accennavo implicitamente, a storie più ruvide e dal sapore più intenso, e probabilmente questo ci condiziona nell’apprezzamento estetico di tanto fumetto popolare contemporaneo che ci appare, a ragione, sovente troppo delicato.
Le sfide e gli intralci della modernità, tuttavia, possono essere subìti, oppure invece sormontati: magari aggirandoli, o vuoi anche prendendoli per il c… elegantemente per i fondelli. O più semplicemente ancora, come qui, facendo della delicatezza talvolta eccessiva imposta da certo revisionismo culturale odierno non un ostacolo da abbattere o aggirare ma bensì un obiettivo a cui dare, decostruendone la struttura, nuova e diversa forma.
I testi di Medda e i disegni di Intini si fanno dunque letterariamente sottili e visualmente lussureggianti, quasi fossero di filigrana intrecciata come nell’oreficeria sarda, recuperando in grazia ed eleganza formali quanto può perdersi di più rustica sostanza, e rendendo preziosa agli occhi di un vecchio lettore nostalgico una storia minimale, che probabilmente il frettoloso lettore d’oggi snobba con noncuranza.
