Sempre più raramente, negli ultimi anni, mi convinco, o debbo dire mi forzo, a recuperare una tantum la lettura di qualche storia di Martin Mystère: è stato il fumetto che ho più amato, e la deriva agonica iniziata ormai ben più di vent’anni orsono si rivela in ogni frangente sempre più profonda, inarrestabile, totale; traducendosi, ancorché la cosa si limiti alla sfera fumettistica, in una vera e propria “sofferenza”. Senza più, da anni, Paolo Morales che con i suoi intensi, spesso duri racconti si rivelò pari grado del Castelli del periodo aureo e mantenne la serie al suo più alto livello ogni volta che vi apparve; e senza le già rarissime storie di Vincenzo Beretta, che ugualmente sapeva interpretare al meglio il personaggio, la testata sembra obiettivamente in uno stato di definitivo e sterile inverno.
Questa storia in due albi di Sergio Badino è grammaticalmente corretta, rispetta senza dubbio nel suo svolgimento e nell’impianto di base dei personaggi le coordinate storiche della serie – almeno a grandi linee.
È tutto il resto che non funziona: il coinvolgimento di Martin negli eventi appare francamente surreale, e più assurdo ancora è lo scioglimento della vicenda, pure condito di finalino grottesco con “sorpresa”, nello stile, mai abbastanza criticato, del Chiaverotti dylandoghiano.
Come accennato, il racconto è un classicissimo del nostro Detective dell’Impossibile, e mescola con buon mestiere mysteri assortiti, stimolanti suggestioni complottiste a go-go, godibili pedanterie erudite, azione quanto basta e il gusto per l’invenzione (in tutti i sensi) fantastica e i voli pindarici dell’immaginazione. Quel che manca è l’aerea leggerezza dell’umorismo castelliano, impareggiabile nel lubrificare un materiale narrativo che altrimenti si fa statico e farraginoso (e con Recagno diviene puerile e involontariamente comico), oppure l’implacabile rigore sociologico e politico con cui Morales ha costruito i suoi capolavori di militante tensione, o anche solo la noncurante abilità affabulatoria di Beretta.
La storia sembra poter – e voler – decollare da un momento all’altro, ma poi si disperde in rivoli narrativi che progressivamente perdono intensità e diluiscono le aspettative del lettore liquefacendosi nella più vieta ovvietà; quindi si sgonfia in un finale che si rivela al contempo del tutto prevedibile eppure inverosimile; e in ultimo la chiusa finale: e al lettore non resta che un pfffftt di delusione sulle labbra…
Alle considerazioni sopra esposte si aggiunga che i disegni di Riccardo Chiereghin rendono ancora più faticosa, e in tutta onestà ulteriormente deludente la lettura. Fatta salva la buona volontà di cui facciamo credito all’autore, per trovare in ambito bonelliano disegni altrettanto insufficienti sia sotto il profilo tecnico che narrativo la memoria rimanda agli esordi nathanneveriani di Paolo Di Clemente (cui va dato atto, dopo anni e anni e anni di continuo lavoro, di avere in seguito raggiunto uno standard dignitoso sulle pagine di Julia). Qui, proporzioni e anatomie spesso rivedibili si sommano a interpretazioni dei personaggi, specialmente Diana, che li rendono talvolta difficilmente riconoscibili.
Il tratto dà un’impressione generale di mancanza di accuratezza se non di vera e propria rozzezza; ugualmente poco curata appare l’attenzione ai dettagli, e nel complesso i disegni si presentano non ben definiti, in particolar modo per la notevole pesantezza del segno: in molte tavole evocano una staticità marraffeggiante – ma Bruno Marraffa era sì approssimativo nel disegno, e tuttavia si rivelava un eccellente narratore sequenziale, capace di infondere sorprendente dinamismo alle sue statuarie immagini.
È solo un fumetto, si dirà, eppure è doloroso leggere oggi Martin Mystère.
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