Dylan Dog Color Fest n.53 A prova di morte

Dylan Dog Color Fest n.53 “A prova di morte”

La recensione del Dylan Dog di Baraldi & Algozzino

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Valutazione 4.5 su 10

Il Dylan Dog Color Fest n. 53 firmato da Barbara Baraldi e Sergio Algozzino porta in dote rimandi a David Cronenberg (Crash) e Julia Ducournau (Titane), che restano però sullo sfondo come puro innesco, insieme a molte altre citazioni disseminate nell’albo. Di Titane sopravvive quasi solo una traccia fisiognomica — Jane, placca compresa — più icona che tema; dell’ibridazione corpo/lamiera di Crash non resta che un’eco: non diventa mai asse narrativo e vive soprattutto nel disegno di Algozzino — corpi segnati, superfici fredde, inquadrature che alludono ai postumi degli incidenti — mentre la sceneggiatura preferisce tenerla in controluce.
La storia sceglie infatti un’altra traiettoria: più che trauma erotizzato e tecnologia, è il rapporto amoroso tra Dylan Dog e Jane a guidare il racconto, scivolando lentamente in un misticismo di colpe, vendette e fantasmi. Le automobili e gli incidenti restano cornice, incidente di percorso più che motore tematico.

La prima parte è comunque la più solida. L’avvicinarsi dei due protagonisti funziona, con alcuni passaggi davvero riusciti nella costruzione dell’intimità e dell’ossessione.

Qualche passaggio zoppica (<<Ho cominciato a riparare automobili, forse perché non potevo riparare quello che si era rotto dentro di me.>>), ma l’impianto sostanzialmente regge, la figura di Jane anche. Algozzino qui lavora meglio: il segno asciutto e la gestione degli spazi sospesi restituiscono un’irrealtà fredda, fuori dal tempo, che sfiora il cronenberghiano senza ricalcarlo.

Quando però entra in scena il sovrannaturale — il chiarirsi delle colpe, la spirale della vendetta, la processione dei fantasmi — l’andatura si spezza. La narrazione accelera, brucia le tappe e il susseguirsi di rivelazioni e soluzioni dei conflitti finisce per schiantarsi: la tensione accumulata si disperde, il pathos scema. Anche il comparto visivo, fin lì efficace, fatica a rendere credibili la furia e la presenza spettrale; il tono scivola dall’emotivo quasi nel grottesco e l’eco delle premesse si affievolisce.

Rimane l’impressione di un’opera ambiziosa con una bella dialettica tra desiderio e senso di colpa, ma che fallisce nella sua espressione. Più affascinante per clima e intuizioni che per compiutezza del racconto, questo Color Fest imbocca strade interessanti senza portarle a destinazione.

VOTO
0

Pasquale Laricchia

Cominciai a correre. Finché i muscoli non mi bruciarono e le vene non pomparono acido da batteria. Poi continuai a correre.

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