L’immenso talento espressivo dell’artista croato, omaggiato tra gli altri anche da Federico Fellini, è ampiamente fuori discussione.
In questa sua opera completa del 2013, Daniel Zezelj racconta una storia che ha il sapore del Mago di Oz, dove il rutilante Sindaco di una metropoli (New York, apparentemente), personaggio quasi inaccessibile alla gente comune, si propone di costruire una “Torre di Brooklyn” che batta in altezza tutti i più grandi grattacieli esistenti; come ciliegina sulla torta, convoca un anziano, valente artigiano per fargli costruire una giostra da porre in cima a questo Mausoleo metropolitano.
Da un lato, il modo in cui la stratificazione della società viene presentata richiama da vicino il canovaccio dell’impressionismo tedesco della metà del secolo scorso. Dall’altro, la parabola narrativa lascia ben presto intendere dove si andrà a parare, verso un sol dell’avvenire che mira a sottrarre la cosiddetta “povera gente” dalle grinfie dei potenti. Al di là di queste derive, la caratteristica principale dell’opera in questione è lo storytelling di tipo “wordless” – cui tra l’altro l’autore ha già ricorso in passato.
I dialoghi sono del tutto assenti, e la scansione sia narrativa che temporale viene suggerita attraverso opportune soluzioni visive.
Più in generale, la completa mancanza di balloons induce un forte lavoro sull’identità stessa dell’impianto narrativo, che l’autore trasforma in una profonda e potente galleria ritmata di istantanee, le quali spaziano da suggestive splash pages ad elaborate miniature. È una galleria il cui montaggio, volto a compensare l’afasia dei testi, acquisisce un respiro opprimente, sincopato, quasi sottilmente disturbante in alcuni punti, ma che in ogni caso costringe il lettore a non abbassare mai la guardia, per non rimanere avvinto in un’ordalia grafica che condivide a tratti il magnetismo proprio di alcune opere di Sergio Toppi.
Il sottotesto di rivalsa sociale, che pure non è privo di una certa qual retorica, passa quindi in second’ordine rispetto al modo in cui i capitoli di cui l’opera si compone si combineranno secondo una logica prevedibile, il cui finale è in definitiva solo un fuoco di paglia, eternamente cadùco ma all’interno di una cornice visiva quella sì dallo stile non incasellabile a priori.
Provare a riconoscere i rimandi alle fonti di ispirazione per Zezelj rimane comunque un gioco non privo di fascino, ma solo fintantoché ciò non devii l’attenzione dalla sua arte, dove l’impiego di prospettive distorte, inquadrature non immediate e – lo si ripete – il ricorso ad un montaggio quasi maniacale producono tavole dove le vignette cercano a tratti di mangiare sé stesse, quale metafore della costruzione di un monstrum architettonico che divora parte della città per elevare al cielo il ruggito della sua esistenza.
Forse per questo è un’opera da approcciare con il giusto distacco emotivo.
La maestria di Zezelj ci ricorda ancora una volta che il fumetto ha potenzialità nascoste, che ai più non è dato di portare in superficie; ma quando qualcuno ci riesce, il lettore è chiamato a gestire molto attentamente le sue emozioni!
