Dylan Dog 40! La mia storia tra le pagine di Dylan

Una storia d'amore che nasce in una particolare estate: quella della fine dell'adolescenza e dell'inizio dei rimpianti

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Ho sempre pensato che un titolo come “Un lungo addio” fosse perfetto per raccontare una storia d’amore che nasce in una particolare estate: quella della fine dell’adolescenza e dell’inizio dei rimpianti.

Quando ho letto per la prima volta Il lungo addio, però, non avevo ancora l’età di Dylan. E forse è proprio questo il motivo per cui quella storia mi è rimasta dentro più di tante altre. Dylan aveva più di trent’anni, che per un ragazzo, allora, erano un’età quasi fantascientifica: abbastanza lontana da sembrare irraggiungibile, abbastanza vicina da poterla immaginare come una specie di approdo naturale. Lo guardavo e pensavo che, prima o poi, sarei diventato anch’io così. Avrei avuto i suoi anni, magari qualche rimpianto in più, qualche certezza in meno, e avrei finalmente capito che cosa significava essere adulti.

Non sapevo ancora che crescere non avrebbe significato diventare qualcun altro, ma portarsi dietro tutte le persone che siamo stati. Non potevo saperlo.

È forse questa la ragione per cui Il lungo addio è un albo che cambia insieme a chi lo legge. Da ragazzi possiamo lasciarci conquistare dalla storia d’amore, dall’atmosfera malinconica, dalla presenza di Marina e da quella sensazione indefinibile che accompagna tutto il viaggio verso Moonlight. Da adulti, invece, è difficile non accorgersi che sotto la superficie della storia c’è qualcosa di più doloroso: il tentativo, inevitabilmente destinato a fallire, di tornare emotivamente dove siamo stati felici quando quel luogo non esiste più se non nella nostra memoria idealizzata.

Marina riappare nella vita di Dylan dopo molti anni e lo trascina indietro verso un’estate di molto tempo prima.

Non è soltanto una donna che ritorna: è il passato che prende improvvisamente forma e chiede di essere ascoltato. La sua presenza resta avvolta in quell’ambiguità che è una delle caratteristiche più affascinanti dell’albo, perché gli autori (Mauro Marcheselli al soggetto e Tiziano Sclavi alla sceneggiatura) sono volutamente molto meno interessati a stabilire una verità definitiva che a mostrarci cosa accade quando un ricordo torna improvvisamente a bussare alla porta.

Ed è proprio qui che la storia acquista una forza particolare. Perché un ricordo, quando torna, non ha bisogno di essere reale nel senso in cui intendiamo normalmente questa parola. È sufficiente che abbia ancora la capacità di farci provare qualcosa.

Marina è reale nel momento in cui Dylan la guarda. È reale perché lo costringe a ricordare. È reale perché per qualche ora gli restituisce la possibilità di incontrare il ragazzo che era stato.

E allora anche Moonlight smette di essere soltanto un luogo. Diventa una memoria nella quale Dylan può entrare nuovamente, sapendo però che non potrà mai viverla come l’aveva vissuta allora. Il viaggio, in questo senso, non serve a recuperare il passato, ma a prendere atto della distanza che si è creata tra il passato e il presente.

È una distanza che tutti conosciamo. Ci sono luoghi nei quali torniamo dopo molti anni e che ci sembrano improvvisamente più piccoli.

Strade che ricordavamo interminabili e che possiamo attraversare in pochi minuti. Persone che avevamo idealizzato e che, ritrovandole, scopriamo essere cambiate in peggio oppure semplicemente diverse da come le aveva conservate la nostra memoria.

La cosa peggiore è che, spesso, non è il ricordo ad averci ingannato. È il tempo ad aver modificato tutto il resto. Ed è qui che Il lungo addio diventa qualcosa di molto più vicino alla nostra esperienza di quanto non lasci intendere la sua trama fantastica. L’orrore non sta necessariamente nella morte, nella presenza di un fantasma o nell’impossibilità di distinguere ciò che è accaduto da ciò che appartiene alla memoria. L’orrore, se proprio vogliamo trovarne uno, sta nella scoperta che certe cose possono essere state bellissime proprio perché non potevano durare.

Quando siamo giovani immaginiamo il futuro come una promessa. Abbiamo davanti così tanto tempo che quasi non riusciamo a percepirne i confini. Le estati sembrano interminabili, gli amori assoluti e le amicizie destinate a durare per sempre. Non abbiamo ancora imparato che alcune persone attraverseranno la nostra vita per pochissimo tempo e, nonostante questo, lasceranno una traccia molto più profonda di altre che resteranno con noi per decenni. Il lungo addio parla anche di questo: del modo in cui il valore di un momento non dipende dalla sua durata.

E in una storia così, anche Groucho trova una collocazione sorprendentemente elegante. La sua presenza è molto più discreta del solito, quasi defilata, e proprio per questo funziona magnificamente: non cerca mai di rubare la scena a Dylan e Marina, non si mette a competere con la malinconia della vicenda e non trasforma ogni momento delicato in una gag, come avviene in quasi tutte le altre storie della serie. È semplicemente lì, con quella sua presenza familiare che sembra ricordarci che, nonostante tutto, questa è ancora una storia di Dylan Dog.

Le sue apparizioni hanno quasi il valore di una parentesi. Una piccola finestra aperta sulla normalità mentre Dylan è completamente immerso in qualcosa che appartiene a un’altra dimensione, non necessariamente soprannaturale, ma certamente emotiva. È come se Groucho sapesse che questa volta il suo compito non fosse accompagnare Dylan nel mistero, bensì lasciargli lo spazio necessario per affrontare un pezzo della propria vita. Lo stralunato assistente che ben conosciamo stavolta “recita” da attore misurato, per sottrazione e diventa l’amico che tutti vorremmo avere accanto nei momenti difficili.

Rileggendo oggi Il lungo addio, mi accorgo di quanto fosse ingenua quella mia idea di Dylan come uomo del futuro. Pensavo che arrivare alla sua età avrebbe significato possedere finalmente delle risposte. Invece, crescendo, ho scoperto che gli anni non ci consegnano necessariamente delle spiegazioni. Ci regalano soprattutto una collezione sempre più grande di ricordi con cui imparare a convivere.

Da ragazzo guardavo Dylan e cercavo di immaginare come sarei stato alla sua età. Non potevo sapere che, arrivato fin lì, avrei cominciato a guardare le storie in modo diverso. Avrei riconosciuto nelle sue nostalgie qualcosa che prima potevo soltanto intuire. Avrei capito che non desideriamo davvero tornare indietro per cambiare il passato. A volte vorremmo soltanto poterlo rivivere per qualche minuto, con la consapevolezza che abbiamo adesso e l’innocenza che avevamo allora.

Marcheselli e Sclavi ci concedono quello che la vita reale non può darci: un viaggio indietro nel tempo, un incontro con ciò che abbiamo perduto, la possibilità di rivedere qualcuno che forse non esiste più. Poi, però, ci ricordano – in un finale amaramente dolce – che nessun viaggio del genere può davvero restituirci ciò che cerchiamo. Possiamo soltanto salutarlo.

E forse è questo il senso più profondo di quel “lungo addio”. Non riguarda soltanto Marina, né soltanto Dylan.

Riguarda tutte quelle persone, quei luoghi e quei momenti che un giorno abbiamo salutato senza sapere che sarebbe stato per sempre. Da ragazzi non lo sappiamo mai. È una delle poche cose che impariamo soltanto vivendo, giusto per citare i versi di una canzone immortale.

Per questo oggi Il lungo addio non mi sembra più soltanto una delle più belle storie d’amore di Dylan Dog: mi sembra una storia sul privilegio e sulla condanna della memoria. Sul fatto che il passato non può essere recuperato, ma può continuare a vivere dentro di noi molto più a lungo di quanto avremmo immaginato.

In questo racconto, sin dall’inizio non ci sono certezze. Non potrebbero mai essercene. Forse Marina è un fantasma. Forse è morta da tempo. Forse le cose non sono andate esattamente in quel modo. Forse è soltanto un ricordo che ha trovato il modo di tornare a galla. Ma, alla fine, che importa?

Quando una persona che abbiamo amato torna a vivere dentro una pagina, dentro una canzone, dentro una strada che percorriamo dopo molti anni, non abbiamo bisogno di stabilire se quel ritorno sia reale. Ci basta riconoscerlo.

Ed è forse questo il motivo per cui, tanti anni dopo la prima lettura, quando apro di nuovo Il lungo addio, non cerco più il ragazzo che avrei voluto diventare. Cerco quello che ero. E, per qualche pagina, lo ritrovo.

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Dylan Dog – 40 anni

1986-2026

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Dylan Dog è © Sergio Bonelli Editore. Questo speciale è un’iniziativa indipendente di uBC Fumetti, non promossa dall’editore.Dylan Dog © Sergio Bonelli Editore · iniziativa indipendente

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