Dylan Dog 465 466

Dylan Dog n.465 – 466
“Se la notte chiama” e “Chi è sepolto in questa casa?”

La recensione del Dylan Dog di Barbara Baraldi e Corrado Roi

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Barbara Baraldi torna su Dylan Dog dopo il passo falso di Non dovresti essere qui e lo fa, questa volta, con Corrado Roi per una storia in due parti che prova a costruire una favola nera sospesa tra sogno, dolore e folklore. Tutto ruota attorno a Siobhan, una ragazza sonnambula, a un bosco che sembra respirare e a un’antica presenza, Wildemar.

Se la notte chiama

Baraldi imbastisce un avvio suggestivo: la bruma del bosco, il silenzio tagliato da echi arborei e la promessa di un orrore sottile. Da parte sua, Roi – galvanizzato – spalma chine e lampi di luce à-la Sandman, rievoca le decorazioni ipnotiche di Klimt, il tratteggio di Toppi e, soprattutto, riprende il suo stesso lavoro su UT per dare vita a un Wildemar che mescola eleganza e vizio vegetale.

L’inizio funziona. Baraldi imposta un’atmosfera curata, sfruttando bene la componente ambientale e puntando su un ritmo lento, rarefatto, che serve più a far entrare il lettore nel mood che a far avanzare davvero la storia. Le premesse ci sono tutte, e il contributo di Roi in questo senso è centrale.

Tuttavia, al di là del setting, i dialoghi cercano l’effetto e spesso lo mancano, apparendo forzati.

Troppe volte tentano la formula della sentenza memorabile, del sussurro evocativo, finendo fuori fuoco e affettati. La scelta di disseminare la sceneggiatura di citazioni agli anni Ottanta e di rimandi al cinema horror, non integrati organicamente nel racconto, crea distacco e, nelle punte di climax, fa scricchiolare il coinvolgimento.

Dylan Dog, in tutto questo, è passivo, in balia degli eventi, quasi sfocato. Ridotto a figurante all’interno della sua stessa testata. Neppure la relazione con Siobhan – che culmina nell’ennesima scena di sesso gratuita e immotivata – riesce a restituirgli profondità. Si ha la netta sensazione che tutto possa accadere anche senza di lui, visto che in questa prima parte resta completamente ininfluente nella dinamica narrativa.

Eppure l’atmosfera evocativa funziona, le basi del giallo appena accennate destano un po’ di curiosità e quindi, in questo dualismo tra razionale e irrazionale, tra incubo fiabesco e horror visivo, il primo albo tiene comunque salda l’attenzione.

Chi è sepolto in questa casa?

La seconda parte prende il via con un’accelerazione. L’orrore arriva, il sangue scorre, le visioni si fanno più disturbanti. Il tono si carica di suggestioni lynchiane e il sogno vira in incubo. Qui Baraldi prova ad alzare il volume, ma è proprio a questo punto che la struttura inizia a cedere.

I dialoghi, già deboli nel primo albo, diventano ora un ostacolo alla lettura. Un susseguirsi di frasi sentenziose toglie pathos invece di aggiungerlo. Il mistero che circonda il bosco e la casa trova una risoluzione semplicissima, già palese al lettore. Ma non sarebbe un problema… se non fosse che il racconto gira a vuoto, si infarcisce di situazioni surreali (ematologi giganti che leccano sangue finto, folletti dispettosi, rituali improvvisati) e finisce per restituire un affresco disordinato, colmo di episodi superflui, simbolismi confusi e dialoghi pretenziosi.

Il plot di base, che sembra strizzare l’occhio alla serie From di John Griffin con un contesto chiuso, ostile, dominato da una natura che nasconde e inghiotte, abitata da presenze fuori controllo e da famiglie disfunzionali, delinea bene il bosco come spazio di smarrimento e trappola. Una suggestione interessante fino a quando poi, all’improvviso, arriva il dolore. Un dolore autentico, legato all’amore, alla sua ossessione, alla maternità, al bisogno di indipendenza, alla necessità di trovare un proprio ruolo.

Un colpo di coda inaspettato, che in parte riscatta l’eccesso di orpelli e astrazioni. Con un guizzo sincero, Barbara Baraldiancora una volta – centra finalmente il bersaglio emotivo e affonda la penna in un terreno più concreto, meno carico. Funziona. Ma arriva tardi, ed è quasi un’altra storia.

Questo scarto, dopo un lungo viaggio pseudo-onirico, crea confusione e lascia tutto in bilico, abbozzato, come sospeso tra un racconto di emancipazione femminile e un dramma familiare mascherato. Si parla di figlie che cercano il proprio posto, di madri opprimenti, di padri inutili. Ma resta tutto confuso, accennato sul finale, e non si ha il tempo di afferrarlo. L’idea c’è, ma si perde in una narrazione che non prende mai una direzione chiara, alternando suggestioni che restano a metà.

Tra Groucho e Roi

Se Groucho fa capolino senza alcuna funzione, in un ennesimo giro a vuoto, Corrado Roi invece costruisce un mondo visivo forte, coerente, riconoscibile. Wildemar è uno dei momenti migliori dell’intera storia. Il lavoro sul bosco, sulle ombre, sulle sfocature è efficace e imprime il giusto tono alla narrazione, traducendo in immagini le atmosfere richieste dalla sceneggiatrice.

Anche quando la scrittura si inceppa, Roi riesce a dare forma e senso alla pagina con figure che si sfaldano tra luce e buio, e dettagli che emergono e scompaiono in una nebbia visiva che amplifica la dimensione onirica del racconto.

Una storia che parte bene ma si perde in troppi orpelli. Buona l’atmosfera, ottimo il disegno, ma tutto il resto fatica. Il bosco inquieta, Wildemar affascina, ma Dylan resta ai margini, i dialoghi destabilizzano, la sceneggiatura gira troppo a vuoto e accumula soluzioni deboli.

La parte emotiva del finale arriva tardi, quasi fuori contesto. L’idea di fondo c’è, ma manca il passo giusto per portarla davvero a compimento e rimane priva di corpo. Occasioni buone ce ne sono, ma restano spunti. E alla fine rimane solo la sensazione che potesse essere una storia molto più incisiva di così.

 

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Dylan Dog n. 465 “Se la notte chiama”
Dylan Dog n. 466 “Chi è sepolto in questa casa?”

di Barbara Baraldi e Corrado Roi
16×21 cm, 96 pagine, b/n, 5,80 €
Sergio Bonelli editore, maggio – giugno 2025

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