Tex n.789-791. Tanto va la gatta al lardo che ci ri-lascia lo zampino

La tripla "Shark Island" di Boselli & Dotti

///
8 mins read

Ammannato, Ammannato, quanto marmo t’hai sciupato!

Diversi anni fa intitolai così la recensione di una storia di Tex scritta da Mauro Boselli che, come i fiorentini accusarono il grande scultore Bartolomeo Ammannati di aver fatto, era riuscito a sprecare una materia di base di prim’ordine – un soggetto davvero superbo – ricavandone, malauguratamente, una sceneggiatura inviluppata e macchinosa, sebbene non priva di qualità: a conti fatti, tuttavia, confusionaria.

Con questo trittico di Shark Island Boselli ricade in larga misura nei difetti di allora, e se possibile spreca in modo peggiore un marmo ancora migliore, più bello e ricco, traendo da un soggetto floridissimo di spunti, suggestioni, personaggi, fascinazioni avventurose e potenzialità epiche, un racconto claudicante e rabberciato nelle cui maglie restano intrappolati in uno sviluppo asfittico tanti personaggi sempre sul punto di esplodere narrativamente, e sempre rinserrati nei ranghi da diversioni di trama quasi mai cronologicamente puntuali e da troppe scelte strampalate, se non insensate, di sceneggiatura.

Un racconto lineare nei suoi molteplici percorsi narrativi, che però diventa labirintico e complicato nei tempi talora troppo frenetici e talaltra troppo insistiti e dilatati; negli stacchi non sempre azzeccati, che frustrano le attese del lettore senza però titillarne l’ansia di conoscere gli sviluppi delle vicende.

Storia contraddittoria, che mostra – una volta di più e meglio di tante altre – qual fior di scrittore d’avventura sia (stato) Boselli, come ancora oggi sia (stato) il solo scrittore regolare di Tex, dai tempi di GLB, in grado di cucire addosso al personaggio le storie giuste, di metterlo nelle situazioni e nelle atmosfere corrette, di farlo agire da Tex.

E che mostra come, anche nell’occasione in cui ritrova tutti questi elementi, nell’occasione in cui mette in scena il vero Tex e non la sua controfigura ridefinita secondo la ret-con boselliana in atto da anni, l’autore non appaia più in grado di assemblarli in modo che ne sortisca una di quelle straordinarie, turgide e tuttavia armoniche architetture nelle quali dipanava autentici romanzi di grande avventura, complessi e compositivamente ben strutturati, finemente equilibrati negli incastri tra le varie sottotrame e l’intreccio della trama portante; romanzi i cui protagonisti acquistavano tutti profondità umana tridimensionale nelle luci e nelle ombreggiature – uno dei maggiori punti di forza della narrazione boselliana – e attorniavano un Tex che l’autore sapeva ritrarre gigantesco.

Shark Island vorrebbe – e potrebbe – essere tutto questo, aggiungersi in tal modo a capolavori lontani ormai nel tempo; a mancare è la qualità, la fluidità – la turgidità stessa – di quel modo di raccontare.

Seppure sia innegabile che la mortifera prolissità, l’insopportabile pedanteria e l’artificiosità e macchinosità nei dialoghi che hanno sempre più contraddistinto l’opera boselliana negli ultimi quindici anni circa siano qui meno presenti rispetto agli ultimi anni, è pur(troppo) vero che se ne osservano le scorie in quei tempi narrativi ora troppo affrettati e ora inutilmente rallentati, in quei passaggi tra una scena e l’altra che fanno perdere il filo narrativo senza guadagnarne in hype, in tutti quei personaggi che vorremmo veder giganteggiare come un tempo ma che restano sulla pagina, semplici figure di carta, più occupate a declamare discorsi di barocca formosità o sfoggiare cultura enciclopedica che non a vivere un racconto d’avventura trasportandovi dentro il lettore (pur, vogliamo ribadirlo, in misura senza dubbio minore rispetto a quanto visto negli ultimi, troppi anni).

Osserviamo un autore la cui fantasia e creatività restano fertili, anzi debordanti, ma che non sa più controllarle e dar loro forma sensata e strutturata. Un esempio per tutti: il rictus a comando del mefistofelico Nick Castle è una trovata desolante, che nelle intenzioni vorrebbe certamente aggiungere colore a un cattivo autentico, per altro finemente reso di un’odiosa, perfetta antipatia da Boselli, ma che una simile, risibile trovata rischia soltanto di rendere ridicolo (non del tutto, per fortuna). Come Nick, Napoleon è un altro personaggio che vediamo sempre lì lì per diventare memorabile, e invece pian piano scivola nel cliché del criminalone sanguinario e, in fondo, un po’ tonto.

Diversamente da un Tex quasi sempre centrato e “grammaticalmente” corretto, vediamo un Carson che in talune sequenze – una per tutte la lunga lotta contro l’uragano in mare – diventa lo stolido soprammobile nizziano, ben lontano dall’uomo che ricordiamo ne Il passato di Carson; e con Carson, vediamo Kit e Tiger immediatamente relegati a guardiani delle vacche della riserva come in una qualunque storia scritta dagli altri autori che non siano Boselli – e come se Boselli non si fidasse di poter più manovrare tutti e quattro i pards in una storia di tanto ampio respiro.

Per contro, un bel mestieraccio intatto l’ex curatore della testata lo mostra con figure minori o perfino di contorno, che finiscono per restare meglio impresse – e dare effettivamente più colore alla narrazione: che siano un bestione cattivo come Trunk, di cui però si apprezza proprio l’umana cattiveria così ben sbalzata dall’autore; oppure il marinaio Bruce o il capitano Wallace o ancora Thomas dalla parte dei “buoni”, figure tutte che l’autore rende vivide e reali con quattro pennellate; laddove invece il “pard di complemento”, Jacob, resta ancora una volta personaggio scialbo, narrativamente impacciato, e più che altro troppo vicino a quella ormai lunghissima galleria di soggetti che negli ultimi lustri occupano lo spazio narrativo di Tex e dei pards senza ovviamente rivestire interesse reale per il lettore (e volendo tacere sulla trovata, pietosamente descrivibile come paradossale, dei “polsi sottili” che gli salva la pelle, nonostante uno dei polsi fosse anche ferito).

Contraddittoria anche nelle sue scansioni narrative, Shark Island: il primo albo concentra la maggior parte delle “leggerezze” (per così dire) logiche e strutturali del racconto. Per fare un esempio, oltre al detto rictus a comando con cui Castle prende per i fondelli il personale carcerario, la trappola con cui Napoleon potrebbe agevolmente spacciare Tex e compagni è pericolosamente vicina per la concezione generale e la figura da piccioni dei pards a talune soluzioni narrative – e quanto più lontane dal personaggio – adottate innumerevoli volte da Claudio Nizzi; così come sembra tratta da un pessimo romanzo d’appendice per come i nostri se ne tirano fuori.

L’albo centrale è senza meno il più riuscito, e anzi, al netto di quelle scorie del recente passato a ogni modo presenti anche in questa storia, è bello tout court: Boselli pare recuperare la sua verve d’antan e orchestra un racconto d’azione e avventura serrato, duro, violento (credo questa storia sia tra le più crude apparse su Tex), in cui a tratti queste ultime caratteristiche sfiorano quasi il lirismo e i cui tempi e il ritmo incalzano finalmente il lettore senza dargli modo di annoiarsi o rilassarsi. Introdotto dal Carson nizziano cui accennavo, il terzo capitolo torna a mostrare contraddizioni e farraginosità: le varie trame debbono necessariamente avviarsi a convergere, e la loro scansione nuovamente frustra le aspettative del lettore senza realmente suscitarne quell’aspettativa che è il sale della letteratura d’azione. Boselli spreca inoltre l’ultimo personaggio potenzialmente grandioso che ha messo in scena: il vecchio eremita pazzo – impazzito d’amore – della Isla Mujeres resta un’ulteriore volta sull’orlo della trasformazione in figura memorabile, e seppure la sua fine – nella sua semplicità banale – sia tuttavia poeticamente struggente, il racconto precedente delle vicende della sua vita è talmente sopra le righe da renderlo un po’ troppo grottesco e improbabile perché il lettore possa accoglierlo come un personaggio autentico (autentico nell’ottica e nell’economia di un grande racconto d’avventura).

Resta ancora, in ultimo, una conclusione affrettata, sbrigativa, quasi una chiusura da commedia hollywoodiana il cui produttore non aveva più i soldi per un’altra pagina di sceneggiatura: perfettamente contraddittoria per un racconto sin lì lussureggiante e pletorico. Conclusione preceduta da una sequenza molto forte, straordinariamente audace anzi, che mette in scena la morte di Nick Castle nel corso di una concitata colluttazione con Tex.

Per come è costruita la sequenza, che vediamo qui di seguito, il lettore potrebbe persino arrivare a pensare che Tex abbia in qualche modo “giustiziato” a sangue freddo il criminale, una volta disarmatolo; naturalmente, chiunque abbia una conoscenza di base minima del personaggio sa che Tex non è un killer che uccide un uomo disarmato (nonostante il nome scelto inizialmente e poi scartato da Bonelli senior) e che quindi è partito un colpo accidentale, ma la regia della scena mantiene indubbiamente un margine di ambiguità tale da renderla di un’audacia che ricordo raramente, se non mai del tutto, e conferma la crudezza inusitata della storia.

Maurizio Dotti fornisce alla straordinaria ricchezza di ambientazioni e suggestioni del racconto una perfetta traduzione visiva, rendendo concreti e materici scenografie, sequenze, singole vignette e inquadrature, scorci naturali e dettagli minimi. E soprattutto i personaggi: straordinariamente espressivi, nella mimica come nella corporeità e nella calligrafica ricchezza figurativa dell’abbigliamento. Per non derogare alla contraddittorietà di questa storia, il punto debole (e non da poco) del lavoro altrimenti quasi sublime di Dotti è la resa grafica di Tex e Carson.

Quasi sempre rigidi e scarsamente espressivi nei primi piani, i due pards inevitabilmente finiscono in qualche modo fuori coro, finiscono per essere una nota dissonante nel gran lavoro grafico fatto.

Sentimenti inevitabilmente contraddittorii anche nel tirare le somme: Shark Island è un romanzo fluviale che riporta alla memoria i capolavori che ormai troppo tempo addietro Boselli ha regalato al personaggio e ai lettori; è una storia di Tex, dopo anni e anni di racconti boselliani su un personaggio che usava questo nome ma non si comportava da Tex, o peggio ancora lo riscrivevano nelle sue caratteristiche fondamentali.

Questi gli elementi positivi, molto positivi (non mi azzardo a definirli elementi di speranza).

D’altronde è una storia scritta da quello stesso Boselli che da tempo non appare più in grado di controllare la propria scrittura, di vederne e correggerne nel possibile i difetti, di essere consapevole degli aspetti di debolezza e forza del proprio modo di raccontare, e quindi sfruttare bene i secondi ed evitare ove possibile i primi (ciò al netto di quella furiosa sovrascrittura del vero personaggio).

Questi gli elementi negativi, che forse – chissà – un vero lavoro di cura editoriale potrebbe smussare, sovvertire anzi, consentendo di tornare a leggere storie degne del passato di un autore che ormai agli occhi dei lettori ha sperperato ogni suo credito (ed era un credito enorme) da quasi quindici anni.

Abbiamo parlato di:

Tex n. 789 – Shark Island
Tex n. 789Shark Island
Tex n. 790 – Uragano
Tex n. 790Uragano
Tex n. 791 – Sulla costa del mistero
Tex n. 791Sulla costa del mistero
AutoriMauro Boselli e Maurizio Dotti
CopertineClaudio Villa
Periodo di uscitaLuglio – settembre 2026
Prezzo5,80 € cad.
EditoreSergio Bonelli Editore
Tex

Ultimi Articoli Blog

0 0,00