Dylan Dog 40! Da interprete dello Zeitgeist a “Io speriamo che me la cavo”

///
7 mins read

Come anticipato in questo articolo introduttivo, per festeggiare il 40° compleanno di Dylan Dog abbiamo deciso di dedicargli una serie di articoli realizzati da alcuni dei nostri redattori: e quando ho scritto “c’è chi analizzerà la parabola dylaniata dagli esordi alla produzione attuale” volevo indicare proprio questo primo contributo. Buona lettura.

Il Direttore

Inizio autunno 1986, nelle edicole italiane si affaccia un nuovo, epocale personaggio a fumetti: Dylan Dog.

Dylan non sarà epocale per banali questioni di successo, né perché altrettanto banalmente segni un’epoca; ma perché nessun’altra pubblicazione popolare – e al tempo voleva dire realmente ad alta diffusione e forte impatto – seppe intercettare e decodificare con altrettanta facilità, non disgiunta da profondità, gli umori culturali e sociali che si andavano ormai annusando nell’aria, traducendoli nella rappresentazione dei modi di essere e sentire di una generazione.

Probabilmente solo una personalità come quella di Tiziano Sclavi, eccentrica ed ipereccitabile, ma forse anche per questo affatto immersa nel flusso pop al cuore dei nostri festosi anni ’80 poteva ragionevolmente operare da filtro tra quegli umori in sospensione e l’immaginazione affamata dei lettori reduci dagli aspri decenni immediatamente precedenti, oppure che per ragioni anagrafiche si affacciavano appena allora al mondo del fumetto. Nessuna innovazione sostanziale ma l’uso di linguaggi più attuali per “giocare” e coinvolgere il lettore nei giochi. 

Come sia, il Tiz e Dylan annunciarono quel mondo occidentale (e dunque anche italiano) in crisi culturale che già stava venendo in essere, ma che esplose – e di cui divenimmo consapevoli – qualche lustro più tardi. Nella sua genialità e con un talento affabulatorio da “corsaro” della narrazione, Sclavi attuava una sapiente rielaborazione del patrimonio popolare pregresso tutto, che si offriva alle sue incursioni e alla sua vena di mastro costruttore di materiali usati e abusati, che nelle sue mani trovavano nuova vita.

E al contempo coinvolgeva il lettore nello spirito di quel tempo, facendoglielo vivere nella fantasia e con la fantasia: talvolta con leggerezza aerea, talaltra esplorando le molteplici sfaccettature della narrativa dell’orrore e non solo, infine colpendo con le risorse drammaturgiche delle tragedie umane e sociali.
Oggi questa capacità che Sclavi ebbe in massimo grado, parassitaria e creativamente iperfertile al tempo medesimo, sembra estinta a ogni livello; la nostra eredità culturale appare pressoché esaurita perché il passato non solo non è più motivo di sprone in avanti, ma neppure è più materia di fertile ripescaggio e recupero sotto nuove forme e con nuovi stimoli: la cultura popolare si mostra appiattita in modo inerte sul passato, limitata alla riproposizione infinita dei moduli dimostratisi di successo oppure dedita alla dissezione ed esaltazione di dettagli narrativamente insignificanti (per tacere delle nostre radici identitarie, quel patrimonio profondo, di tre o quattromila anni, per lo più ridisegnato come materia protofantasy ad alta accessibilità per platee che ne ignorano del tutto le complessità – ma è un argomento che eccede Dylan Dog).

La stagione di quel Dylan Dog e di quello Sclavi fu eccezionalmente esplosiva, ma anche bruciante e rapida a spegnersi. Ben prima di quel numero 100 che schiere di nostalgici pongono a barriera del buono di prima e il cattivo di dopo, il Tiz aveva detto quanto aveva da dire, e Dylan aveva esaurito la sua funzione.

Non vorrei però ingenerare equivoci: il lascito di questa stagione temporalmente così breve è per contro notevolmente cospicuo per l’immaginario del fumetto italiano, ed è estremamente significativo: per quanto appena scritto, e perché quel Dylan Dog aprì l’ultima stagione realmente feconda del nostro fumetto popolare (e della SBE, che del nostro fumetto popolare è stata e ancora è la realtà maggiore), e Sclavi indicò la strada per le sue ultime energie creative. Senza contare che se Dylan Dog esce ancora in edicola è per la forza propulsiva, per la permanenza identitaria di quei quattro o cinque anni iniziali; perché molti dei lettori superstiti lo riconoscono per QUEL Dylan Dog e si riconoscono in QUEL Dylan Dog.

Neppure vorrei generare ulteriori equivoci: dopo quegli anni iniziali sia lo stesso Sclavi che alcuni (pochi) altri autori hanno scritto storie buone, e anche eccezionali; e non sono così poche a voler mettersi a contarle.

Quel che però è sempre più venuto meno con il passare del tempo è la caratteristica distintiva e fondante del primo Dylan, quel farsi specchio del tempo presente e annuncio del tempo a venire, e al tempo stesso la netta sensazione che davano quegli albi di un tempo che, sotto le metafore dell’horror, del fantastico, del surreale, si presentavano come racconti “abitati” dalla realtà quotidiana, al modo che certe case dei racconti dell’orrore sono “abitate” dai fantasmi.

La progressiva evanescenza, fisica e artistica, del faro e totem Sclavi ha senza dubbio influito su questo illanguidirsi e poi annacquarsi del personaggio e dei suoi mondi narrativi, ma altrettanto indubbiamente mi pare che il tradursi in realtà effettiva della temperie culturale e dei modi espressivi che Dylan aveva annunciato abbia portato a un naturale snaturamento e infiacchimento del suo spirito e della sua identità caratterizzante, nel momento in cui il personaggio e la testata sono rimasti fermi a una forma esteriore oramai scollegata dal proprio tempo.

A questi eventi in qualche modo “naturali” si sono aggiunti nel tempo i numerosissimi errori nella gestione del personaggio: già gli ultimi anni della curatela di Mauro Marcheselli avevano appunto dato adito a una scarsa chiarezza di intenti e comprensione della specialità di DD, ma in seguito i tre curatori succedutigli hanno ondeggiato tra una notarile, incolore gestione del declino già avanzato; una velleitaria furia riformatrice che, fondata su quelle coordinate culturali post-post-moderne cui si accennava e che stanno portando a consunzione la cultura popolare ha prodotto una vera e propria disarticolazione del personaggio; e infine un vagheggiato ritorno al passato, tutto forma e inevitabilmente privo di sostanza perché fuori tempo massimo – e perché i Good old times di Dylan Dog non furono e non potrebbero mai essere una cristallizzazione del passato, ma furono e dovrebbero essere comprensione fine del presente e proiezione dentro il futuro. Ma nei frangenti di questo tempo orizzontale che appiattisce la Storia e pare la cifra del nostro presente, quel Dylan diviene anacronistico, forse impossibile. Oggi Dylan, come tutta la SBE del resto, è immerso in un suo tempo, fuori dal tempo; si muove in ordine sparso in tutte le direzioni, perché non ha una direzione.

Una parabola che può riassumersi in una sua peculiare pubblicazione: il Dylan Dog Color Fest. Una pubblicazione che nasce con una precisa identità collegata a una spiccata vocazione sperimentale, con l’intento di intercettare e fondere voci artistiche lontane dal fumetto targato SBE, magari a esso anche irriducibili, dentro un personaggio divenuto un vero e proprio simbolo: un punto e spunto di partenza forte, con una precisa caratterizzazione e infinite possibilità – ma anche uno strumento da gestire con attenzione e rigore. Sottesa alla sperimentazione vi deve infatti essere un’idea portante, uno scopo da raggiungere o comunque una linea di pensiero che fornisce una guida; viceversa non vi è sperimentazione, tutto diviene un mettersi a sparare al buio sperando di cogliere un obiettivo qualsiasi per puro colpo di natiche.

Puntualmente, come è avvenuto in pratica lungo tutta la storia della SBE, la formidabile idea di base è divenuta lettera morta in tempi relativamente brevi (per chiarire: basti pensare a come è stata mandata in malora la testata de Le Storie, passata da vetrina d’eccezione a refugium peccatorum di scarti vari), e ciò che era ardita sperimentazione si è trasformata in accademia oppure in sterile provocazione; e peggio: fino a mutare una vetrina, appunto, nell’ennesimo obbligo di pubblicazione da affibbiare a qualcuno. Pur ribadendo nuovamente che le eccezioni esistono, e per fortuna è tuttora dato trovare qualche racconto che ristora il lettore.

Dylan Dog fu la tavolozza dei colori che un genio strambo usò per filtrare e fissare su carta e inchiostro lo spirito dei tempi che stava vivendo, lo Zeitgeist che preannunciavano i nostri anni ’80. Quarant’anni dopo quel Dylan spera di cavarsela ancora per qualche anno, il suo orizzonte esistenziale sembra più che altro il pensionamento.

In tutta franchezza, caro Dylan, non mi viene di augurarti buon compleanno.

Speciale di

Magazine uBC Fumetti
Dylan Dog – 40 anni

1986-2026

Quarant’anni di Dylan Dog

Tutti gli articoli

Dylan Dog è © Sergio Bonelli Editore. Questo speciale è un’iniziativa indipendente di uBC Fumetti, non promossa dall’editore.Dylan Dog © Sergio Bonelli Editore · iniziativa indipendente

Ultimi Articoli Blog

0 0,00