Negli anni – anzi ormai decenni – Alberto Ostini si è dimostrato il solo che sappia scrivere, quando vuole (o se glielo lasciano fare?), un Nathan Never in grado di non sfigurare al confronto di quello di Michele Medda, coniugando il rigoroso racconto di fantascienza con la cifra umana compiuta del personaggio, la sua articolata e spesso contraddittoria psicologia, esplorando le pieghe meno scontate del suo universo narrativo.
Qui ritrova, dopo tempo, profondità di concezione, eleganza ed elaboratezza di scrittura, uno sguardo sui personaggi a metà tra cinismo e affetto dolente per le loro debolezze, le fragilità, i difetti; di muto rimprovero per il loro agire e vivere sconsiderati, mal diretti e mal guidati.
Ne sortisce una storia lontanissima dalle sfiancanti prolisseidi, i complottoni che neppure al convegno planetario sulla terra piatta, le stratificate convoluzioni escheriane di continuity che ammorbano gli albi di Nathan in mancanza di Medda.
Rosario Raho non sarà mai un fulmine di guerra, il suo tratto “brutale” mostra sempre la figura umana come lavorata di lena dall’accetta del boscaiolo piuttosto che disegnata dal pennello del fumettista: e tuttavia qui si apprezza come dai suoi disegni emergano con puntualità le emozioni e gli stati d’animo dei personaggi in tutte le loro sfumature, e come veicolino al lettore il senso pieno dei testi di Ostini nelle loro sfaccettature. In apparenza grezzo, il disegno di Raho si dimostra strumento di interpretazione e decodifica fini. Non si può chiedere di più e di meglio.
Mi viene da piangere se penso che a breve la serie ospiterà un’altra di quelle pacchiane e convolute prolisseidi cui si accennava, con l’aggravante del multiplo crossover, sacrificando in tal modo la possibilità di avere più storie come questa.
