Sciolte e scomparse sono ormai le nevi

C'era una volta l'Eura, e c'era una volta l'Aurea

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Se il fumetto bonelliano rappresenta per me l’amore di un’intera vita – amore iniziato nell’infanzia e, ahimè, vivissimo a tutt’oggi nonostante lo stato miserrimo delle sue pubblicazioni – quello per il “fumetto Eura” è stato affatto diverso, ma non meno importante.

Brevissimo e intenso, si è consumato già da adulto, nell’arco temporale di pochi anni; un’esperienza bruciante e fondamentale per farmi (ri)scoprire la bande dessinée, ma soprattutto per schiudermi la porta sul mondo sin lì a me sconosciuto della historieta, il fumetto argentino e (in misura minore) spagnolo e catalano.

I pochi anni di frequentazione dei due storici settimanali dell’Eura, Lanciostory e Skorpio, e il recupero di decine e decine di classici della historieta, rappresentarono una rinnovata esperienza delle emozioni legate alle prime letture di Tex e Zagor, e in seguito di Mister No. Vivere due volte le emozioni dell’infanzia e dei primordi della gioventù è privilegio davvero raro, e l’eccezionalità dell’evento è ovviamente dovuta al fatto che nell’adulto viene meno in modo naturale lo stupore e la meraviglia che il bambino prova perché TUTTO gli è nuovo; eppure, di fronte a quelle pagine, a quelle tavole di una gagliardia letteraria, leggiadria artistica e un fascino narrativo straordinari fu facile e soprattutto immediato tornare a provare sensazioni ormai esaurite da almeno vent’anni.

Fare un elenco di opere o di nomi non è lo scopo di questo excursus nella memoria, quanto invece osservare che fu il modo di scrivere e rendere graficamente viva la scrittura – nelle molteplici, ricche variazioni individuali degli autori e degli artisti – a farmi sentire quella subitanea e diretta affinità che in precedenza avevo appunto avvertito solo con il fumetto targato SBE. A (con)vincermi fu un sostrato culturale, non uniformante ma condiviso nello spirito dei racconti, un modo comune di sentire e intendere l’arte del narrare, e il farlo attraverso un’altra arte, trascurata e spesso vista come minore, ma che in realtà possiede una raffinatezza, versatilità e profondità di linguaggio probabilmente insuperabili nelle giuste mani. E i maestri che per decenni hanno fatto le fortune della scuola argentina sono stati tra le mani più sapienti della storia del fumetto.

Maestri inarrivabili nel racconto avventuroso, ma ancor più nell’unire a trame in apparenza semplici ed escapiste uno sguardo da sociologi, antropologi e psicologi, nonché una consapevolezza politica altrove largamente negletta, gli autori argentini (e in misura minore spagnoli) hanno esplorato ogni andito della narrativa realistica e fantastica, ogni declinazione di ogni genere narrativo, lasciando ogni volta e in ogni dove un segno profondo, decisivo. In Italia, determinanti per la conoscenza e la diffusione di questo patrimonio enorme, come detto furono le pagine ultrapopolari, da battaglia, di Lanciostory e Skorpio, e testate collegate.

Edizioni la cui cura editoriale era spesso rivedibile – o per essere sinceri e giusti, che facevano bestemmiare per quanto erano rozze, raffazzonate e affatto irrispettose del valore delle opere – ma che spesso (e molto a lungo) hanno rappresentato l’unica possibilità di conoscere capolavori altrimenti irraggiungibili. L’Eura e le sue pubblicazioni sono state per il fumetto ciò che Urania è stata per la fantascienza: ogni appassionato ne maledice la faciloneria e il dilettantismo (a voler essere buoni – PARECCHIO buoni), ma tutti noi che amiamo il fumetto e/o la fantascienza abbiamo nostro malgrado un debito a dir poco ragguardevole con l’una e l’altra.

La faciloneria e il dilettantismo finirono tuttavia per allontanarmi abbastanza rapidamente da quelle pagine così inestimabili ma anche ingiuriabili, già molti anni prima che un concorso di cause (l’inevitabile crisi delle edicole, il progressivo esaurirsi della scuola argentina classica, una distanza sempre maggiore del modello dei due settimanali dal gusto dei lettori ecc.) portasse alla fine dell’Eura e alla sua quasi immediata rinascita sotto l’etichetta di Editoriale Aurea.

Le opere maggiori e i principali protagonisti del fumetto argentino e spagnolo hanno di lì trovato altre, in genere migliori ma molto più anguste, strade per giungere a sempre meno lettori.

Così oggi, se già i nomi dei principali autori e disegnatori che hanno plasmato innumerevoli tra le opere di maggior rilievo del patrimonio fumettistico sono trascurati e ben poco noti, specialmente tra i lettori più giovani (peraltro sempre più scarsi), gli autori di minor richiamo oppure le opere di minore notorietà sono sostanzialmente ignoti e dimenticati: autori e opere spesso minori solo nella fama di cui hanno goduto e godono. Non volevo fare questioni su singoli individui, ma a titolo di puro esempio: cosa dicono oggi i nomi di due artisti che hanno spesso attinto il sublime come Carlos Roume o Juan Arancio?

Nata all’inizio dello scorso decennio, l’avventura dell’Editoriale Aurea pare essersi chiusa pochi mesi fa, nella sostanziale incertezza e assenza di notizie chiare su un possibile – probabile – fallimento. L’unico dato incontrovertibile è che da mesi non esce più in edicola alcuna pubblicazione: con la fine dell’Aurea termina quindi anche la storia dell’Eura.

Con la fine dell’Eura si chiude qualcosa più di una pagina importante nella storia del fumetto italiano: muore definitivamente tutto un modo di intendere, fare, vivere e leggere il fumetto. Muore una formula che compì il miracolo di coniugare una forma che più popolare non si poteva, una forma che talvolta fu realmente cialtronesca, con contenuti e opere che molto spesso erano ai vertici del fumetto.

Non conto le volte che leggendo quel che hanno pubblicato mi è andato il sangue alla testa per COME lo hanno pubblicato, ma il debito che ho contratto con tutti coloro che hanno condotto la barchetta editoriale dell’Eura mi rende la fine dell’Aurea la pagina più triste della mia vita di lettore di fumetti.

Sciolte e scomparse sono ormai le nevi*.

*Grazie a James Tiptree jr./Alice Sheldon per il titolo.

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