27 agosto 1996: il creatore di uBC, Giovanni Gentili, pubblica online una scarna paginetta in cui elenca le primissime recensioni e schede raccolte in quel mese, frutto del lavoro dei primi “recensori” di quello che, dall’aggiornamento successivo, diventerà un vero e proprio sito.
27 agosto 2026: uBC è ancora online – adesso sotto forma di Magazine – e celebra i suoi primi trent’anni con questo articolo-fiume, frutto dell’amore per il fumetto che il suo autore (Vincenzo Oliva) ha saputo mirabilmente riassumere e che è condiviso dai tanti uBicciotti, presenti e passati, che si ritroveranno fisicamente nel week-end per festeggiare un traguardo davvero importante. Proprio per questo motivo, le pubblicazioni nella Copertina della nostra Home Page riprenderanno regolarmente lunedì 31 agosto.
Voglio ringraziare tutte le persone che hanno condiviso con noi questo percorso lungo trent’anni: redattori e appassionati, autori e critici, addetti ai lavori e semplici lettori. È grazie a voi che siamo ancora online e ci resteremo a lungo.
Buona lettura!
Il Direttore
“Fumetto” è sostantivo maschile. L’idea del gioco è naturalmente relativa a qualcosa di diverso da una definizione sessuale del Nostro; dacché sarebbe ben bizzarro che esso fosse tentato da un’identità fluida, al passo coi tempi.
La letteratura moderna non ha soltanto moltiplicato esponenzialmente il numero delle opere narrative scritte e pubblicate – in parte, ciò è semplicemente avvenuto perché il numero di umani sul pianeta è cresciuto enormemente, e questi cercano nutrimento intellettuale e spirituale fornito da ogni sorta di storie – ma, sotto la spinta della richiesta di un intrattenimento più “leggero” conseguente all’inflazione e relativa “democratizzazione” della platea dei lettori, è venuta creando e strutturando i generi letterari. Nelle mani di grandi scrittori, naturalmente, le opere di genere sono altrettanto profonde e letterariamente valide di qualsiasi altra, ma non è questo il punto: negli ultimi duecento anni circa, la crescita dell’alfabetizzazione e del numero di lettori, quella richiesta di intrattenimento e la rilevante dimensione commerciale assunta dalla letteratura di consumo hanno stimolato e poi strutturato la nascita e la diffusione dei generi letterari di cui sopra.
Tutti i generi che abbiamo e conosciamo oggi hanno avuto dei precedenti storici, degli “antenati”. E questo, con ogni probabilità sin dalla nascita del racconto orale presso i primi Homo sapiens e le altre specie di cui portiamo i geni inscritti nel nostro DNA, che fossero racconti di gesta, di caccia, di guerra o altro. È tuttavia negli ultimi due secoli (abbondanti) circa che alcuni filoni letterari si sono venuti smarcando dal corpo della letteratura senza specificazioni, differenziandosi in modo sempre più multiforme da quel “genere generale” che è il racconto d’avventura e d’invenzione fantastica derivato da quelle antiche narrazioni orali e da cui un po’ tutti i generi attuali discendono e hanno ereditato struttura e tematiche. Allettando un pubblico particolarmente interessato ad argomenti specifici, i generi moderni e i loro autori hanno creato dei pubblici separati, delle “tribù” con dei propri “culti” e, soprattutto (che è ciò che interessa all’editoria), dei mercati commercialmente importanti. La letteratura assume quindi, tra le altre, le forme dell’horror, del fantasy, del giallo (mistery, nella dizione originale), del noir, western, thriller, romance, fantascienza (che non è un genere, ma ha creato e ancora mantiene un mercato di genere) e qualche ulteriore etichetta, fino al selvaggio proliferare di sub-etichette al quale assistiamo da qualche decennio. Pedissequamente, i linguaggi narrativi nati via via dal ventre della modernità – e in particolare per i miei interessi il cinema e il fumetto – hanno replicato nel tempo la suddivisione tra una corrente più generalista e le correnti di genere.
Tornando dunque all’intento del giochino, voglio immaginare dei forti lettori abituali dei vari generi letterari che si sentano a corto di idee per nuove letture, che siano stanchi delle proposte attuali fatte dal mercato editoriale alla loro tribù. Lettori che non si accontentano facilmente: nel campo del giallo non amano i serializzatori un tanto al chilo; in ambito fantascientifico hanno amato Cordwainer Smith, Ballard e Le Guin, e oggi apprezzano Ted Chiang, Kim Stanley Robinson e China Mieville. Alla ricerca di nutrimento e nuove storie, si chiedono se vi possano essere storie a fumetti per loro: magari non ne hanno mai letti in vita loro, o magari da bambini o ragazzetti leggevano il Topolino libretto, qualche Intrepido, un Alan Ford o un Diabolik, oppure gli era passato tra le mani qualche albo di Tex. Come sia, non ne leggono da decenni – se mai l’hanno fatto – ma da un po’ sentono parlare di queste entità semi-mitologiche denominate graphic-novels e si chiedono se possano essere terreno di pascolo anche per loro.
Cercheremo pertanto di fornir loro qualche spunto iniziale per delle buone letture, e di conquistarli al fumetto: di genere e non, gettando lì qualche suggerimento in più, qualora volessero ampliare gli orizzonti.
INDICE
Pagliacci, giullari e sodali di Erasmo
A fianco dei racconti avventurosi, i nostri remoti antenati dovettero verosimilmente dar vita a una seconda, fondamentale dimensione dell’arte narrativa: lo sberleffo. Immaginiamo come attorno ai fuochi antichi i difetti fisici e morali, gli errori, gli eventi bizzarri – anche i più luttuosi – ma anche le virtù mal sopportate e la fortuna giudicata immeritata, fossero sottoposti ai lazzi più feroci, alla derisione più insistita, all’erompere dell’invidia nelle forme più maliziose, sguaiate, spietate; come pure alla più bonaria presa in giro, all’affettuoso motto di spirito, all’esorcismo di una risata liberatoria: le due polarità della Satira e dell’Umorismo. Basso come probabilmente era allora o altissimo come può giungere a essere (pensiamo all’Elogio della follia), più o meno addolcito dalle tessiture più benevole e indulgenti dell’umorismo, il racconto satirico è venuto a rappresentare nel tempo storico uno degli strumenti più affilati e raffinati di analisi della società e dell’individuo, nonché di critica del Potere. Che oggi si voglia una satira addomesticata, educata, tutta ammodo – ovvero qualcosa che non è satira neppure lontanamente – è forse la miglior cartina di tornasole di quanto i nostri tempi vivano una crisi profonda dello spirito critico. Particolarmente interessante e pregnante è invece che il nostro Fumetto mosse i primi passi proprio a partire dalla satira e dall’umorismo: sia nei suoi esempi più letterarii e pregiati, come l’opera di Rodolphe Töpffer o Wilhelm Busch, e sia negli esordi del fumetto commerciale negli Stati Uniti – non a caso denominati: Comics. Da allora non ha mai smesso di utilizzare satira e umorismo per farci riflettere o ridere; per fustigare o divertire; o ancora per entrambe le cose.
1. Renzo & Lucia di I Promessi Sposi a fumetti di Marcello Toninelli
Al confine tra umorismo, caricatura e satira, la parodia è uno strumento assai flessibile che può essere declinato indifferentemente più in un verso o nell’altro.
Marcello Toninelli prende il romanzo-totem della nostra letteratura e, seguendone passo passo la trama, lo (s)travolge di un fuoco di fila di trovate che attraversa intero il multiforme spettro della comicità, senza rinunciare a qualche occasionale puntura satirica – e a fare una satira letteraria semplicemente perfetta.
Toninelli slabbra e infine lacera il tessuto manzoniano con il suo lubrico don Abbondio pornomane, un tontissimo Renzo nerd fumettistico, il povero Innominato terrorizzato da una sboccata, manesca e iperattiva Lucia, lo spinellomane don Rodrigo e il fra’ Cristoforo spacciatore; il tutto con l’irrompere episodico, surreale e situazionista, del nostro Tragicomico contemporaneo attraverso il leitmotiv dei bunga bunga di don Rodrigo o le comparsate dello stesso Silvio Berlusconi e di Bruno Vespa. Scandita al ritmo della classica strip dei comics, plasticamente visualizzata da un tratto caricaturale, solo apparentemente morbido e di grande efficacia espressiva e una colorazione al tempo stesso rigorosamente cartoonesca ed evocativa dell’epoca ritratta – pardon: parodiata -, la storia che ne risulta è un delizioso gioco en travesti che non fa sbellicare dalle risate ma, cosa forse più difficile, tiene le labbra del lettore sollevate nel sorriso dall’inizio alla fine.
2. Andy Capp di Reg Smythe
Natura, essenza e programma di Andy Capp sono già tutti nella sua prima, celebre vignetta: a partire dalla bullesca strafottenza di un buono a niente che scopriremo chiamarsi Andy Capp e dalla remissiva sopportazione, salvo eccezioni, di una brava – ahilei incomprensibilmente innamorata – donna il cui nome sarà in seguito noto essere Flo(rence) si strutturerà una delle più profonde, puntuali e longeve analisi sociali e umane attuate attraverso la forma fumetto. Il formato per eccellenza – naturale – del fumetto umoristico è la striscia, o la vignetta: è su tale “lunghezza” che meglio si traducono lo spirito più corrosivo o la più carezzevole dolcezza della sintesi narrativa perfetta che si opera tra “testo” e disegno comico.
Andy Capp nasce ormai quasi settant’anni fa; se ci appare una distanza temporale ragguardevole, va detto che in realtà la sua è una striscia già tarda, matura nella storia del medium – e nella quale il suo autore dispiega ogni risorsa che il fumetto ha a propria disposizione. Una qualsiasi raccolta delle sue strisce va bene per farsi un’idea ed entrare nel suo mondo, ma è obbligatorio sottolineare come il solo modo per davvero godere appieno di quel mondo sia di leggerne le “gesta” in inglese. Un inglese sgrammaticato, ultra colloquiale e ultra popolare, straordinariamente genuino, al naturale e sapido di umori plebei; lingua che si rispecchia nel disegno, specialmente alle origini, così vivido, sanguigno: da questa veristica sintesi “al ribasso” nasce il ricorsivo manifestarsi dell’antiepica di un cialtrone che passa la sua vita tra il divano di casa, il pub e le sbronze, il campo da calcio o da rugby. Infingardo; beone; parassita; attaccabrighe; playboy da strapazzo (eppure dovette essere anche un mezzo eroe di guerra): in Andy il suo creatore ha distillato e sbeffeggiato (non meno che amato, rimettendo lui ogni peccato) l’anima di ogni uomo men che medio – ovvero la gran parte di noi tutti, quanto meno in spirito; e nell’universo narrativo che gli ha edificato intorno, ha non meno messo alla berlina (e amato di un amore che solo un padre benevolmente rassegnato può avere) la sbandata società britannica del secondo dopoguerra, elevandola a rappresentazione universale del consorzio umano, con tutti i suoi tanti difetti e le sue poche virtù. Se si ama Andy Capp, si ama la vita.
3. Bedelia di Leo Ortolani
Chiunque apra a caso la pagina di un fumetto di Leo Ortolani e guardi quelle sue figurine nelle vignette non può fare a meno di iniziare, se non a ridere, nondimeno a sorridere di cuore: il disegno dell’autore non è semplicemente umoristico, adatto alla narrazione comica: è pura espressione del Comico immediato; è come veder apparire per la prima volta sullo schermo Laurel e Hardy: si ride prima ancora che abbiano il tempo di fare alcunché, per la pura presenza scenica che predice ciò che avverrà sullo schermo. Se quindi si leggono le pagine di Ortolani si resta ammirati dalla perfezione dei tempi, comici e narrativi, dalla scansione ritmica precisa, puntuale, che di ogni vignetta fa il fotogramma di una vecchia pellicola in bianco e nero il cui linguaggio è però “oltraggiosamente” a noi contemporaneo (ma sulle labbra dei suoi personaggi la più volgare delle battute si fa innocente facezia: omnia munda mundis); così come all’interno della singola vignetta ogni minimo segno, ogni puntino di china sono tasselli fondamentali di una debordante espressività.
E poi Bedelia, un quasi unicum nella produzione dell’autore, che dagli esordi puramente comico-parodistici è venuto progressivamente affinando un impeto e un vigore satirici sempre più taglienti, abrasivi, lapidari nel fustigare – e soprattutto nel denudare – tic, nevrosi, storture e follie della nostra società e di tutti noi. Per Bedelia, Ortolani estrae e astrae dal suo capolavoro comico-satirico, Venerdì 12, i personaggi di Bedelia – appunto – e Aldo per farli muovere su tutt’altro palcoscenico, precipitandoli in una delle più feroci rappresentazioni della società dell’immagine, della vigente società dei consumi che consuma ogni aspetto dell’umano; di questo contemporaneo mondo dell’apatia che fa merce di ogni cosa e schiaccia ogni sentimento: dove la (ri)emersione del sentimento è una condanna a morte per i protagonisti che non accettano il gioco fino in fondo. L’umorismo è qui confinato al mero segno grafico e al linguaggio, e la satira si volge in una gelida descrizione analitica della nostra realtà esistenziale e dei meccanismi tirannici e prevaricatorii del dominio dell’estetica, della moda e dei media; eppure, quanto più ciò che Ortolani racconta è agghiacciante, tanto più è impossibile non ridere. Amarissimo, ovviamente.
4. Cronache del dopobomba di Bonvi
Questo capolavoro del creatore delle Sturmtruppen ben rappresenta un’opera paradigmatica delle possibilità della satira a fumetti di raggiungere la più sgradevole, sordida, inquietante, angosciante, laida – e realmente repellente oltre lo stomachevole – accuratezza nel rappresentare al lettore le pieghe e i risvolti meno commendevoli, e anzi più ributtanti, della nostra (in)civiltà.
Per raggiungere il suo risultato di meticoloso rigore iperrealista nell’analisi, Bonvi fa uso di alcune lenti deformanti che conferiscono al suo lavoro una ferocia a tal punto esageratamente caricaturale da renderla al tempo stesso insopportabile e desiderabile (e, di fatto, se vi è un fumetto compiutamente sadomasochista è questo).
In primo luogo vi è il setting fantascientifico, che sgomberando il campo da ogni necessità di piatto realismo consente all’autore di spingere all’estremo la raffigurazione di un’umanità caricaturalizzata al di là di ogni parvenza umana: nella desolazione assoluta di un futuro post nucleare si muove una fauna che di umano ha – a stento – una parvenza, spesso mutante; un’umanità antropofaga, sessuomane, stupratrice, animalesca che quando non soccombe a qualche orrore mutageno soccombe al proprio padre, alla propria madre – o al proprio figlio. Fondamentale è poi il disegno di Bonvi, qui virato al suo massimo grottesco; un segno corposo, denso e pastoso – viene in mente il termine “grasso” – ricchissimo di dettagli, di una oscenizzante ricchezza barocca che accentua un effetto di stucchevole sazietà. Infine, la completa “innocenza” dei suoi protagonisti: gli uomini, le donne, i bambini, i mutanti bonviani sono un tutt’uno con la natura regredita ai primordi in cui vivono e con gli animali con cui sono in competizione e consonanza esistenziale; essi agiscono neppure per istinto, ma per la più basica soddisfazione dei bisogni primari e per la più nuda lotta per la sopravvivenza. Sono tutti noi non appena deposti i riti, le formalità, le leggi, nonché la libertà dalla necessità, che ci (im)pongono la remora di non saltare l’uno alla gola dell’altro – la cui sempre più frequente inefficacia, per altro, sperimentiamo quotidianamente in una gamma variegatissima di esempi.
5. Topolino contro il Gatto Nip di Floyd Gottfredson, Earl Duvall
È pressoché impossibile separare la storia della comicità a fumetti dall’impero disneyano, e in particolare dalla sua pietra angolare: Topolino (e ancor più impossibile dalla storia del cinema e della TV, ma è un altro discorso).
Nel 2028 la creatura di Walt compirà cent’anni, e pur non essendovi dubbio che la sua centralità nell’impero (e anche nel ristrettissimo ambito dei fumetti) è tramontata da un pezzo, Mickey Mouse resta tuttavia nel nostro immaginario praticamente un sinonimo della Walt Disney e di quanto essa ha rappresentato e rappresenti, nel bene e non meno nel male. Il trascorrere dei decenni non ha reso un buon servigio al Nostro; non tanto per la naturale usura del tempo, quanto perché il personaggio è stato scientemente trasformato da simbolo di riscatto e resistenza di una nazione piagata dalla più dura crisi economica della sua storia in quello di una inseguita e poi ritrovata stabilità, e soprattutto della sua proterva proiezione di potenza e dominio:
Topolino nasce nei cartoons all’apice dei Roaring Twenties e dell’ottimismo senza limiti, ma con la Crisi del ’29 l’anno seguente, cambia un po’ tutto – ed è immediatamente dopo che nasce il Mickey Mouse dei fumetti, che in breve si caratterizzerà come un personaggio diverso dal suo alter-ego cinematografico. “Topolino amico delle guardie” è forse il meme più famoso relativo al nostro personaggio, circolante da decenni prima che il concetto odierno di meme si affermasse, volgarizzando e banalizzando il significato della memetica; seppur riduttivo e formalmente inaccurato, si è tuttavolta affermato e radicato perché contiene in nuce la limpida verità che il personaggio è venuto imborghesendosi, perdendo l’anarchica rusticità delle sue origini fino a istituzionalizzarsi e trasformarsi in un bastione di conformità ai “buoni sentimenti” di hollywoodiana marca prettamente plastificata. Può dunque risultare sconcertante riscoprire, o scoprire tout court, il Topolino decisamente altro dei suoi esordi a fumetti: “Topolino contro il Gatto Nip” rappresenta forse il vertice del Mickey Mouse più goliardico, cazzone, provocatore, birbone. È una storia quasi centenaria, pubblicata in strisce giornaliere agli inizi del 1931 e la cui comicità è strettamente contemporanea – sembra di assistere a un’adrenalinica pellicola comica di quei tempi – ma che funziona a meraviglia ancora oggi: Gottfredson, affiancato da Earl Duvall per le chine dei disegni e occasionalmente anche alle matite, gestisce magnificamente i tempi comici della storia, e sul canovaccio minimo della faida insensata tra due diversamente bulletti che si fanno vicendevolmente la forca – Topolino stesso e il Gatto Nip del titolo – costruisce un racconto che travalica il senso primo delle loro risse per farsi da un lato parafrasi “statica” della slapstick comedy e in genere della comicità più corporea, apparentemente “bassa”; e dall’altro per elaborare un’allegoria della lotta incessante per la vita e il predominio, una rappresentazione dell’esistenza nei suoi meccanismi più elementari. Il disegno di Gottfredson è qui in certo modo ancora acerbo, non ha assunto quella morbida e carezzevole rotondità che accompagnerà graficamente il venir meno degli ardori giovanili del Topo (che, a ogni modo, con Gottfredson&co. resterà un fumetto eccezionale fino alla metà degli anni ’50 e alla decisione della Walt Disney di trasformare le strisce giornaliere di Mickey in autoconclusive); ma proprio quel suo aspetto in qualche maniera grezzo, quelle linee dalle sembianze elementari, primitive, quelle curve “angolose”, rendono il tratto così espressivo e così aderente alla materia del racconto. Topolino amico delle guardie… mah, non sapete di cosa state parlando.
Coloro che sospirano dietro gli angoli ascosi
Romance è un termine francamente avvilente, se non schiettamente orribile. Volendo essere onesti, esso rimanda a certe pubblicazioni che un vero lettore (qualunque sia il senso che ogni vero lettore dà al termine, e di riflesso a sé stesso) aborre come minimo, e ancor più si fa un punto d’onore a far sapere di aborrire. Al di là del vocabolo e della “simpatia” che esso possa ispirare al nostro vero lettore, la floridissima letteratura romance – o rosa, parlandone come si mangia – non è che la volgarizzazione del racconto a tema amoroso, ovvero uno dei motori più potenti e antichi della necessità umana di narrare e sentir narrare storie. Banalmente perché l’amore, qualunque cosa sia, è alla radice della nostra pura e semplice esistenza su questo pianeta. Che abbia un lieto (be’, più o meno) fine come ne I Promessi Sposi, o non vada a finire tanto bene come accade nel triangolare tra Artù, Ginevra e Lancillotto, il racconto d’amore ha necessità, per essere interessante, di essere tormentato e di far vedere i proverbiali sorci verdi ai suoi protagonisti, e in tal modo ci ha donato una sterminata serie di capolavori dell’arte narrativa – così come di solenni fetenzie.
1. Il Padiglione dell’ala Ovest di Sun Jiayu, Guo Guo
Callicromia. Bellezza, fulgore di colori: alla lettera. Se mi è consentito piegare agli scopi del presente gioco un termine utilizzato in genere in ambito medico, la prima cosa che colpisce, che subitaneamente investe il lettore è lo splendore “callicromatico” delle tavole di Guo Guo (indicata, nel 2007, come esordiente, della disegnatrice non si trovano notizie biografiche), così come le ricercatissime semplicità e immediatezza di un disegno che fa della grazia la sua chiave di volta, il pilastro centrale dell’architettura narrativa. Sui testi di Sun Jiayu, che adattano il dramma Xixiang Ji di Wang Shifu, spesso considerato “la più bella storia d’amore” della letteratura classica cinese, l’artista non ha semplicemente dato forma grafica all’adattamento ma, letteralmente, ha conferito una verosimiglianza fisica alle emozioni dei protagonisti, al clima sociale del racconto e a quello psicologico del periodo storico; ha restituito vita e semplicità quotidiana a quei complessi rituali, quelle stilizzate convenzioni che altrimenti apparirebbero remote e aliene.
L’uso del colore da parte sua non si limita a una ricerca estrema di bellezza del risultato, ma unisce maestria di espressività pittorica e una sottile modulazione impressionistica come in una partitura musicale, creando un vero capolavoro non solo del manhua ma del fumetto tutto.
2. Light&Bold di Carlos Trillo, Jordi Bernet
Quello della Bella e della Bestia è uno dei canovacci più classici, forse abusato ormai, della storia d’amore. Carlos Trillo è autore che prima ancora di sorprendere il lettore ama giocare con le convenzioni e prendersene gioco, sbertucciandone le posture accademiche o moralistiche; o semplicemente usandole per divertirsi e divertire.
Non sorprende, dunque, che in questo suo jeu au massacre che fonde e percula una mezza dozzina di generi letterari – ivi compreso il post-moderno vezzo della metanarrazione – l’autore argentino ci presenti due personaggi entrambi, al tempo stesso e in modi diametralmente opposti, Bella e Bestia. Al di là del nerissimo humour e della satira abrasiva, il racconto resta tuttavia, e principalmente, una storia d’amore in piena regola, i cui protagonisti devono sperimentare tutti i proverbiali tormenti e le inaudite sofferenze di una canonica love story prima di poter godere il frutto del loro amore.
L’improbabile intreccio trilliano si avvale poi di un Bernet che ricrea felicemente sulle tavole umori e atmosfere di un noir hollywoodiano anni ’40 immergendolo in qualche deformante acido psichedelico, per “irrealizzare” l’anima più grottesca e delirante della folle corsa verso la felicità della sublime Light e dell’animalesco Bold.
3. Amori tangenti di Miguelanxo Prado
Sai, Carlos? Non sono sicura se ci lasciamo per convinzione, o se perché esteticamente è il finale più adatto alla nostra storia.
La chiusura di Tardo crepuscolo d’ottobre, uno degli otto racconti – schegge narrative fulminanti e fulminee – che compongono il volume antologico Amori tangenti, riassume tutto il senso del raggelante sguardo che l’autore fa scorrere sul nostro sentimento d’amore ai tempi del disfacimento della nostra cultura e della nostra società, al tempo della morte dei sentimenti per eccesso di benessere, di noia, di sofisticazione estetizzante. Di deriva: intellettuale e spirituale più e prima che morale. Otto storie che concretizzano nel lettore quello stesso sentimento di repulsione e comprensione profonda che evocano certe pagine di Michel Houellebecq.
Il tratto “nebbioso” e il segno di Prado, così estenuato e decadente, rendono a perfezione la scenografia malata, magagnata e pre-marcescente di questi amori privi d’amore, stanchi di sesso, snervati perfino del proprio autocompiacimento narcisistico. Una fotografia dei tempi: in cui vogliamo sperare di non doverci mai specchiare; in cui ogni giorno siamo costretti a immergerci.
4. Ivan Piire di Carlos Trillo, Jordi Bernet
Lui ama Lei, che ama un Altro che non la ama. Ma poi l’Altro, che in realtà è il vero Lui, si rende conto di amarla.
Di aver fatto di tutto per non amarla, senza esserci riuscito; e allora è giocoforza arrendersi. Cosa mai può andare storto partendo da tali premesse? Difatti va male tutto, ed è difficile stabilire se vada peggio a Lei oppure a Lui e all’Altro.
Carlos Trillo imbandisce al lettore una vera fiesta di amore e morte, connubio quanto mai classico, forse addirittura letterariamente inevitabile, imbastendo la trama di una tragedia intessuta di farsa, o forse invece di una commedia imbevuta di dramma; per colorire il tutto, rendere il dramma se possibile ancor più improbabile, pagliaccesco, e la farsa più disperata, Lui (il vero Lui) e Lei sono due vampiri.
Perfetta storia d’amore tragico e rigoroso racconto horror, Ivan Piire è un vademecum sull’eterna capacità dell’uomo di fare male e farsi male attraverso il sentimento che, in teoria, dovrebbe farci migliori e darci la felicità. Jordi Bernet asseconda il complice di tante indimenticabili storie facendo uso del suo tratto più sporco e cupo ma virandolo al bisogno su un grottesco quasi affettuoso, quasi ammorbidendosi pietoso per il destino che hanno preparato ai tre protagonisti del triangolo di eros, thanatos e aima.
I Divoratori di Enigmi
Giallo si può declinare in vari modi: può esserci un poliziotto o un detective privato, oppure un investigatore dilettante, possono esservi o meno procedure di polizia. In genere sono presenti dei morti o dei reati violenti, ma in realtà nessuno di questi elementi è strettamente necessario: il cuore del giallo è un enigma da sciogliere, di cui trovare la soluzione: il corpus dei racconti dei Vedovi Neri di Isaac Asimov prevede degli enigmi nella quasi totalità dei casi puramente intellettuali, e un solutore che è sostanzialmente nulla più di un meccanismo letterario di deus ex machina che emerge dalle nuvole di chiacchiere dei Vedovi, ma detto corpus rappresenta anche il più perfetto manuale di analisi (e scrittura) dei puri meccanismi del giallo classico.
1. Sherlock Holmes di Giancarlo Berardi, Giorgio Trevisan
Al lettore si offre una seducente e calligrafica trasposizione – più bella e infinitamente più ricca di fascino degli originali – di sei racconti del più immortale e classico dei personaggi creati dalla letteratura mistery in quasi due secoli di storia. Giancarlo Berardi fornisce alle storie una scrittura visiva misuratissima e impressionista che conferisce realtà scenica all’investigatore per eccellenza e agli eventi narrati; laddove da parte sua Giorgio Trevisan ne traduce con il suo segno onirico e rarefatto i sentori in atmosfere e scenografie che trasmettono un’idea dei tempi, della Londra, degli ambienti e degli individui che il lettore sente più autentica degli stessi originali di Arthur Conan Doyle, mostrando il pieno di un’arte che ne fa uno dei più grandi e forse il più sottovalutato – e sottoutilizzato – disegnatore italiano.
2. Speciale Nick Raider n.7 “Una giornata nera” di Gino D’Antonio, Bruno Brindisi
Un qualunque giorno di routine di un distretto di polizia, ma per una recluta che nessuno ha il tempo di prendere in considerazione, la giornata sarà tutto fuorché routinaria. Nick Raider è stata una serie bonelliana “umile”, ampiamente bistrattata dal suo editore, ma nei primi dieci anni circa di storia editoriale ha fornito più di un’eccellente storia, tra cui questa vera e propria gemma. Gino D’Antonio scrive un racconto pressoché perfetto, per ritmo narrativo, costruzione accurata dei personaggi, descrizione degli eventi e gestione del pathos e delle emozioni dei lettori. Bruno Brindisi infonde piena sostanza al racconto con il suo disegno netto e dettagliato, cesellando corpi e volti, conferendo plastica autenticità alle scene d’azione.
La New York di Nick Raider è sempre stata un travestimento della nostra realtà sotto lo sfavillio di lustrini americaneggianti, e mai come in questa storia è risultata tanto efficace nell’illustrare certe dolcezze e certo affetto del raccontarci nei frangenti più dolorosi.
3. Evaristo di Carlos Sampayo, Francisco Solano Lopez
Sampayo è noto principalmente per le storie di un altro detective entrato nel mito fumettistico: Alack Sinner. Solano Lopez, naturalmente, è il disegnatore dell’immortale Eternauta. Tuttavia, in coppia hanno dato vita a questo vero gioiello poliziesco, sfumato di noir, che è Evaristo. In tutto, sono sedici brevi, ruvidissimi racconti, protagonista dei quali è un commissario d’altri tempi che si fa pochi problemi quando c’è da trattare con certa gente – oggi probabilmente lo arresterebbero insieme ai criminali sui quali riesce a mettere le sue zampone (oppure lo eleggerebbero in parlamento) -, ma che sa anche far uso ottimale del cervello oltre alle mani e alle sue ossessioni. Probabilmente nessuno avrebbe potuto dare realtà grafica, autentica vita fisica al commissario Evaristo meglio di un Solano Lopez nel pieno dei suoi mezzi, con quel tratto fisicamente debordante, visivamente aggressivo e pesante al limite dell’oltraggioso nel volgere quasi in grottesco un disegno crudamente naturalistico.
4. Due inchieste dell’ispettore Anatroni di Benoît Sokal
Due sono le storie pubblicate in Italia, per quanto mi è noto, del Canardo di Benoît Sokal (reso, in fondo correttamente, come Anatroni), che ne ha però scritte molte altre per il mercato francofono, purtroppo non giunte sui nostri lidi, prima di abbandonare il fumetto (e in seguito morire prematuramente; altri autori hanno proseguito la storia del personaggio).
Per ampliare la visuale del nostro lettore di gialli, e sfidare le sue capacità di apprezzamento estetico, qui abbiamo due racconti magistrali, immersi in malinconiche e sofisticate atmosfere da noir esistenzialista e popolati di animali antropomorfizzati straordinariamente espressivi, straordinariamente credibili e naturali – e ben prima che Blacksad rendesse il fenomeno un hit.
In ossequio al suo nome, Anatroni è raffigurato come un grosso papero, e sotto il profilo narrativo è in tutto e per tutto il classico detective dei migliori noir dello scorso secolo: saturnino, comunque nobile d’animo, sfaccettato e inquieto; e, nonostante il titolo del volume italiano, non è un ispettore di polizia (lo era nella sua prima storia, non ricompresa nel volume pubblicato presso i nostri lidi).
Gli Amanti del Torbido
Il mistery si volge in noir al venir meno di ogni minima nota di ottimismo: il nucleo non è un un reato violento o un omicidio, e neppure un enigma qualsivoglia, ma l’enigma per eccellenza: il male di vivere dell’anima umana, in ogni forma possibile. L’essenza del noir la spiega meglio di qualsiasi elaborata descrizione un racconto, breve e inesorabile, di Horace McCoy: Non si uccidono così anche i cavalli?
1. Richard Stark’s Parker di Darwyn Cooke
La struttura è forse più quella del thriller, ma l’anima di Parker è noir – noirissima anzi. Lo si avverte chiaramente – lo si sente entrare sottopelle – appena si scorrono soltanto con lo sguardo le tavole, nelle loro livide bicromie, dei volumi che presentano le trasposizioni di quattro dei romanzi di Richard Stark, lo pseudonimo utilizzato da Donald Westlake quasi esclusivamente per i romanzi con protagonista Parker.
Darwyn Cooke adatta il suo segno elegante e sintetico allo spirito del personaggio, rendendolo più violento e nervoso, adatto alla descrizione di un mondo e un character dove e per il quale il concetto di morale non è conosciuto neppure di nome, e dove e per il quale le leggi sono solo quelle della brutalità e della cautela dell’animale che vuole evitare il predatore. Un vero capolavoro del noir e del fumetto.
2. Cayenna di Guillermo Saccomanno, Domingo Mandrafina
Di vero nome Clouzot, come uno dei più grandi registi del cinema noir d’oltralpe, Cayenna (il nome è dovuto a motivi facilmente intuibili) è il prototipo del protagonista del genere, e le avventure che vive ne rappresentano la quintessenza. I suoi creatori ne sospesero le storie per un lungo periodo, ma il volume Eura dei Giganti dell’avventura che raccoglie la loro prima produzione esaurisce tutto quanto serve per godere di uno dei capolavori della historieta.
Ai testi di Saccomanno, dai toni esistenzialisti, intensi e minimali al contempo, si accompagna il disegno espressionista e quasi decadente di Mandrafina che trapunta i suoi personaggi, le scenografie e le atmosfere di un mal di vivere impalpabile, ma che al contempo si impone e imprime con forza sul lettore.
3. Un certo Daneri di Carlos Trillo, Alberto Breccia
Sono otto brevi e brevissimi racconti disegnati da un Alberto Breccia gigantesco, ai limiti estremi del disegno figurativo e quasi allo zenith di una personale sintesi in perfetto equilibrio tra sperimentalismo espressionista e realismo. Il mondo degradato e umiliato che viene evocato dal disegno del Viejo si popola di figure umane sconfitte nelle posture, nei volti, nei destini – a partire dal protagonista: che intuiamo avere sicuramente un passato, che però ci resta ignoto; così come i contorni del suo presente sono incerti: una sorta di detective, si intende o si viene lasciati intendere. Questo ambiente e i suoi abitanti sono descritti da testi di Carlos Trillo che risuonano come schegge, se non graffi su un’epidermide sempre più infiammata: sentenze irrevocabili. La brevitas antiepica di Daneri sostanzia un vero e proprio distillato del noir, un codice paradigmatico del genere.
4. Nathan Never n.9 “Gli occhi di uno sconosciuto” di Michele Medda, Stefano Casini
Il Nathan Never di Medda è stato diverso dall’inizio; a costo di essere parziale identifico la sua interpretazione, coerente sin dagli esordi, come quella del personaggio autentico, la vera raffigurazione delle caratteristiche umane e ambientali del personaggio come veniva e viene proposto, ma raramente realizzato da altri autori. È un Nathan Never che innesta un’anima profondamente intrisa di umori e sentori del genere noir su un’impalcatura estetica propria della narrativa fantascientifica. Questo racconto ha ormai più di trent’anni, ma ancora oggi è il manifesto perfetto di tale connubio; così come il connubio tra il testo meddiano – intimistico, amaro, malinconico e a tratti disperato – con il disegno di uno Stefano Casini ancora evidentemente acerbo, ma ricchissimo di sfumature impressionistiche e dinamismo, crea una delle più belle storie bonelliane di sempre.
Gli Iniziati ai Culti
Più del Giallo, l’Horror si nutre di suggestioni molteplici e trova molteplici declinazioni atte a sfociare in narrative molto differenti tra loro. La stessa etichetta si applica così alle vertiginose dimensioni dell’horror metafisico più rarefatto (e che a ragione possa definirsi kafkiano) come anche all’estetica dello splatter, nelle sue forme grottesche e parodistiche e fino alla macelleria estrema di un Cannibal Holocaust. Se vogliamo individuare un filo unificatore tra polarità così all’apparenza contrastanti non può che essere il sentimento del terrore che nell’uomo è suscitato dalle situazioni più diverse, e che dai primi segnali d’inquietudine può crescere fino al panico totalizzante – e finanche morbosamente desiderato. Così come, naturalmente, il bisogno di esorcizzare le proprie paure attraverso un orrore catartico. Cerchiamo di dare al nostro adepto dei consigli che gli offrano una panoramica ampia sul fumetto horror.
1. I miti di Cthulhu di Norberto Buscaglia, Alberto Breccia
L’incontro tra le atmosfere primordiali e l’epica del Male di Lovecraft e il disegno del Breccia maturo è un evento che appariva necessario ben prima che avvenisse nei fatti, e che oggi noi vediamo come un dato oggettivo della natura (fumettistica). A mediare l’incontro, l’adattamento dei testi lovecraftiani operato da Norberto Buscaglia: la sceneggiatura si pone così al servizio dei disegni del Viejo che letteralmente esplodono sulla tavola materializzando gli orrori che popolano i racconti del Maestro di Providence. Quasi prosaico nelle scene con normali attori umani, per converso Breccia, slabbrando ogni contorno realistico delle mostruosità raffigurate, conferisce effettiva concretezza, un’autentica realtà fisica agli incubi di Lovecraft, che in tal modo prendono “vita” agli occhi e ai sensi del lettore.
2. Il numero 73304-23-4153-6-96-8 di Thomas Ott
Quello di Thomas Ott non è disegno ma puro segno: Ott stende strati di inchiostro nero su un foglio bianco, poi certosinamente gratta quel foglio: incidendo strato via strato, “disegnando” per eliminazione, lasciando emergere bianche figure fantasmatiche, allucinate, dal mare di nero, creando un contrasto violento che si traduce in scenografie nude, essenziali: il set delle storie mute dell’artista svizzero (ma più che mute: afasiche). È un segno che trasmette angoscia pura e immediata, che illumina come un neon gelido l’oscurità abissale di solitudini e disperazioni umane. Nasce da qui un racconto come Il numero 73304-23-4153-6-96-8, parabola ermetica e conturbante su un fato che, inesorabile e demente, volge in beffa macabra tribolazioni, speranze, miserie umane, tutto il nostro agitarci come insetti impazziti: un incubo breve, fulminante; un frammento essenziale per cui è giusto scomodare l’abusato aggettivo kafkiano.
3. Squeak the Mouse di Massimo Mattioli
Una vignetta può far immaginare un parente povero di Tom & Jerry; una tavola può indurre a pensare a una farsa dai toni grandguignoleschi; le storie schiudono al lettore la vista su un microcosmo ossessivo dove il raccapriccio distillato nella sua forma più pura – lo splatter estremo – si fa lente interpretativa dei meccanismi più elementari, e fondamentali, della vita. I colori piatti e violenti, le vignette mute di dialoghi, unicamente squarciate da onomatopee altrettanto violente, creano una fantasmagoria psichedelica dove un gatto e un topo antropomorfizzati si usano ogni possibile violenza (e la usano su altri), scopano con (quasi) ogni altro animale che incroci la loro strada, provocano eventi catastrofici e morti di ogni genere a nastro; per poi risorgere alla vignetta successiva, in omaggio ai migliori classici della serialità (non solo) televisiva.
In questa rappresentazione mimetica della lotta per la vita (nella forma più cruda di affermazione di sé e sopraffazione dell’altro) il gore si mescola alla comicità slapstick, alla parodia appunto degli immortali cartoons di Hanna e Barbera e non solo, e a innumerevoli altri riferimenti, colti e pop, e precipita nella forma più elevata di poesia: quella che scuote l’anima del lettore fino al suo vero profondo, e lo costringe non a pensare e riflettere, ma a “sentire” ciò che legge, osserva o prova, con tutto sé stesso. Visceralmente. I pochi, brevi e frenetici racconti di Squeak the Mouse ci mostrano in Mattioli un genio assoluto della forma fumetto al suo livello più alto.
4. Martin Mystère n.30 “La camera del tempo” di Alfredo Castelli, Claudio Villa
Dalla notte dei tempi, e per ottimi motivi, l’uomo ha paura degli insetti – e forse ancor più dei ragni (ma non è questo il caso). Quale, dunque, può essere migliore immagine dell’orrore se non l’insetto che rende insonni le nostre notti estive e che lungo il corso della Storia umana è anche l’animale che ha mietuto e miete più vittime? Il disegno di Villa, materico, dettagliato, a tratti iperrealistico, dai netti contrasti, dà corpo a una storia che unisce questa atavica inquietudine profondamente incistata nella memoria della nostra specie alle suggestioni della scienza malvagia, degli esperimenti di un qualsiasi mad doctor incontrato in tanti libri e visto in innumerevoli pellicole; nasce così, dalla creazione fortuita di una zanzara mutante di diabolica intelligenza, uno dei più bei racconti di terrore, mistero e scienza fantastica del nostro fumetto popolare.
Gli Scorridori dell’Ovest
Il Western è l’erede diretto del racconto d’avventura ambientato in qualunque Frontiera si spinga l’ardimento umano. Mercé la potenza dell’immaginario trainante dell’apparato di proiezione culturale della nazione che ha dominato il XX secolo, e del cinema che di tale apparato è (stata) la macchina di invasione principale, esso è divenuto La Frontiera per antonomasia. Se oggi le sue fortune cinematografiche sono pressoché disseccate, in altri ambiti gode ancora di discreta salute, e nella storia del fumetto italiano, specie seriale, il Western è stato semplicemente fondamentale e largamente maggioritario; e per molti versi lo è ancora oggi.
1. Ken Parker n.50 “Storie di soldati” di Giancarlo Berardi, Ivo Milazzo, Renato Polese, Giorgio Trevisan, Carlo Ambrosini
Nel determinarne la traiettoria sociale e soprattutto economica, la Guerra Civile ha probabilmente fondato gli Stati Uniti più di quanto non avesse fatto il conflitto per l’indipendenza dalla madrepatria britannica, e nei centosessant’anni nel frattempo trascorsi è divenuta del pari un elemento integrante dei miti costitutivi della Frontiera per eccellenza. Adattando quattro racconti di Ambrose Bierce, che di quel carnaio – tra i primi se non il primo del modo moderno di fare la guerra – fu protagonista sul campo e poi cronista, Berardi trascende l’evento specifico e opera la chiara scelta di campo di spogliare la guerra e l’epica militare di ogni imbellettamento, lasciando solo l’evidenza del pozzo nero di morte e abiezione di cui sono composte l’una e l’altra, a partire dal concetto marziale di onore.
Ciascuno con le proprie peculiarità stilistiche, i quattro artisti chiamati a visualizzare le storie ne forniscono delle interpretazioni psicologicamente e artisticamente puntuali, facendo sì che i loro disegni addensino nel lettore la disperazione, la brutalità e l’assurdità della morte, e la follia umana, che tutte si traducono nell’essenza della guerra: quella fossa biologica di cui sopra.
2. Blueberry “La miniera del tedesco perduto/Il fantasma dai proiettili d’oro” di Jean-Michel Charlier, Jean Giraud
3. Watami di Héctor G. Oesterheld, Jorge Moliterni
Poche decine di pagine, sufficienti però a consegnarci un capolavoro, seppure meno noto di altri del suo autore. Oesterheld e Moliterni riprenderanno il personaggio nel 1976, in quello che in verità sarà una sorta di reboot, ma i tempi erano molto cambiati: HGO farà in tempo a scriverne solo quattro episodi prima di diventare vittima della dittatura argentina come desaparecido, e Moliterni, che proseguirà per qualche tempo la serie, virerà ben presto su toni melodrammatici e venature horror la severa ed essenziale narrazione che aveva caratterizzato in origine il personaggio. Vi è però da dire che in questo secondo Watami il disegno di Moliterni arriva al suo apice, con maggiore pulizia del tratto e sintesi che gli permette maggior cura del dettaglio senza perdere in fluidità narrativa.
4. Lucky Luke “Ma’ Dalton” di René Goscinny, Morris
Ma’ Dalton è una cara vecchietta a cui tutti vogliono bene, al punto che per aiutarla senza metterla in imbarazzo i negozianti delle cittadine del vecchio West fanno finta di farsi rapinare da lei. Incidentalmente, Ma’ Dalton è (appunto) anche la mamma dei “terribili” Fratelli Dalton, nemici giurati di Lucky Luke; così, quando i fratellini evadono di prigione per ricongiungersi alla cara mammina, accadono cose. Il registro ironico e leggero di Goscinny si regge su una maestria affabulatoria unica, qui al suo meglio, e una altrettanto unica abilità in sede di regia e gestione a tutto tondo dei caratteri e caratteristiche dei personaggi. Da parte sua, Morris rende incredibilmente vivi e credibili sulla pagina quelli che sono in fondo buffi pupazzetti, a cui dona una tridimensionalità umana inaspettata. Ormai tra i più longevi personaggi dei fumetti, Lucky Luke è un classico ben oltre i confini del nostro medium: il Western declinato in esplosiva, rutilante commedia.
I Signori dell’Anello
Sotto la moderna etichetta di Fantasy convive una pluralità di sottogeneri, una realtà caleidoscopica di suggestioni e commistioni che trovano l’unico possibile elemento comune nella descrizione di un mondo – o mondi – dove le regole del nostro reale, dei fenomeni che percepiamo con i nostri sensi e indaghiamo e misuriamo con gli strumenti della scienza non esistono, o coesistono con altri fenomeni non misurabili né scrutinabili dai mezzi scientifici: fenomeni che, da lettori, identifichiamo come esterni alla nostra realtà. Per meglio farne commercio, il mercato editoriale ha segmentato questa evoluzione moderna della letteratura fantastica rinominandola di volta in volta Heroic Fantasy, High Fantasy, Weird, Urban Fantasy; ibridandola con l’horror e dunque popolandola di fantasmi, vampiri licantropi; creando l’ossimorico connubio noto come Science Fantasy dove coabita insieme alla fantascienza (come nei racconti sul nostro pianeta alla fine dei tempi, opere come il ciclo di Zothique di Clark Ashton Smith, tra i massimi capolavori del fantastico novecentesco, o le storie della Dying Earth di Jack Vance). È un piatto ricchissimo, alla cui festa il fumetto non può mancare.
1. Canto di Natale di Patrice Buendia, Jean-Marc Stalner
Jean-Marc Stalner concretizza visualmente sulla pagina una Londra ottocentesca che ci pare di poter toccare con mano; il suo tratto naturale, morbido e realistico al contempo, modella con grazia volti e corpi che “riconosciamo” parte di quei tempi e di quei luoghi – perfettamente supportato dai colori di Caroline Romanet che ne imposta la tonalità emotiva -, dei personaggi e del lettore.
Del pari, l’adattamento dei testi di Patrice Buendia accompagna al meglio la scansione visiva di Stalner, rendendo in modo esemplare la rappresentazione grafica del capolavoro dickensiano, forse il più famoso racconto di fantasmi (e molto altro) della letteratura.
2. Il Mercenario n.3 “Le Prove” di Vicente Segrelles
La critica più ricorrente a Segrelles è che dipinga quadri più che fare fumetto. In realtà, con il suo Mercenario il grande artista catalano ha “semplicemente” dimostrato che si può fare fumetto dipingendo quadri a olio. Incidentalmente, la tecnica pittorica di Segrelles si rivela perfetta per materializzare visivamente gli scenari sospesi, incantati e stupefacenti e raccontare le storie brutali, epiche e magiche di questo suo capolavoro: ombre e luci che sfumano nella consistenza di colori freddi fissano le scene e le figure, umane o aliene come i draghi e altre bestie chimeriche, in scultorei fermo-immagini che solo l’abilità tecnica di Segrelles rende, se non propriamente dinamici, indubbiamente pieni di vita reale. Le Prove, terza avventura del personaggio, esplora uno dei temi più classici del mito come della narrativa fantastica: l’iniziazione dell’eroe attraverso una serie di cimenti che ne attestino le virtù marziali e la dignità, archetipo che affonda appunto le sue radici sin nella mitologia antica, e forse anche prima, nei racconti di caccia attorno ai focolari millenni e millenni avanti di ogni sistema di scrittura.
3. Lo Ziggurat di Eduardo Mazzitelli, Enrique Alcatena
Ancor più che perfetto per plasmare graficamente le dimensioni del sogno, del fantastico e dell’orrore, il disegno di Alcatena puntualmente è di volta in volta la materia stessa del sogno, della fantasia, dell’inquietudine profonda che coglie l’uomo alla presenza dell’arcano o dell’ignoto, del fatale o del demoniaco, dell’incubo o dell’incantato.
Disegni che sono arabeschi contrastati e violenti; bianchi e neri – soprattutto neri che fiottano come sangue del colore e della densità del catrame bollente – che donano alle figure una consistenza che appare di solida pietra e non di carta e inchiostro. E questo è vero e si esalta nei racconti di Eduardo Mazzitelli, storie che hanno il ritmo di un cuore che pulsa lento e poderoso e il respiro epico di miti ancestrali che ritornano dalla notte dei tempi.
Lo Ziggurat è tutto ciò: è storia di demoni e dèi della più antica civiltà umana; di uomini e donne che dannano la propria anima; della maledizione ciclica, eternamente ricorrente, del desiderio dell’uomo. Racconto delle basi stesse degli archetipi del mito e, con il mito, di tutto il fantasticare dell’uomo.
4. Trilogia della Spada di ghiaccio di Massimo De Vita
Capolavoro del fumetto disneyano, mostra al tempo stesso un’aderenza pressoché completa agli stilemi più classici della High Fantasy come si è venuta strutturando da centotrent’anni circa a questa parte. A partire da un eroe dal cuore puro (Pippo, ovviamente), per continuare con maghi, popoli hobbiteschi, creature elfiche, troll, terre magiche, minacce oscure e un necessario e cattivo Principe delle Nebbie, gli elementi costitutivi ci sono tutti; e, pur nell’ottica sdrammatizzante e parodistica dell’universo Disney, sono trattati con rispettoso rigore stilistico e narrati con un fascino che non ha alcunché da invidiare ai corrispettivi “seri”. Il tratto di De Vita jr., così dinamico, oggi un classico senza tempo di rara efficacia narrativa, introduce il lettore nella dimensione altra della terra di Argaar, dei suoi popoli e delle sue creature, facendone – incredibilmente – un set credibile e familiare.
Gli Asceti dell’Extra-ordinario
Fantascienza è ciò che esula dall’ordinario, dal rigorosamente realistico; ma non dal razionale: se dovessi tentare una definizione di questa modalità del narrare mi giocherei così la mia carta. Fantascienza è dunque narrativa speculativa, alternativa a narrazione realistica, e come quest’ultima può venire modulata secondo ogni genere letterario. Tuttavia, da un secolo (in questo 2026 è caduto il centenario dell’invenzione del termine originario: scientifiction) è anche un genere commerciale, ed è stata uno dei motori più potenti dell’immaginario novecentesco – e del secolo attuale; non stupisce che il fumetto ne abbia visualizzato con voluttà le innumerevoli strade.
1. La Lotteria di Miles Hyman
Tra i più celebri della storia della letteratura, il racconto eponimo di Shirley Jackson è in genere rubricato alle voci “gotico” oppure “horror” (magari metafisico, sociologico?).
Tuttavia, la rappresentazione distopica, irta di letture simboliche e rimandi a ritualità e religiosità ancestrali precivili, di una minima società umana che si fa specchio dell’umanità, e dei suoi membri che singolarmente vengono investiti dei profili antropologici e psicologici caratterizzanti i vari tipi umani, è appunto figurazione di una spietata lettura distopica del nostro vivere comunitario raggruppandoci dentro il recinto rassicurante della conformità identitaria del rito e del sacro, nella confortevole immobilità degli orrori della Tradizione: questo è pane quotidiano della narrativa speculativa.
Hyman, che di Jackson è nipote, ci dà una mirabile traduzione visiva – filologicamente fedele – del breve racconto, unendo al montaggio sequenziale che ne rallenta il ritmo e al tempo medesimo lo amplia alla dimensione psicologica di un lungometraggio, un disegno che opera una sintesi tra rappresentazione naturalistica, prosaica perfino, degli ambienti e dei personaggi, e le sotterranee inquietudini del tono narrativo, sconfinando volentieri in atmosfere da fantasy rurale o realismo magico – coloriture, queste, che emergono dai colori pastosi e terrosi, psicologicamente remoti e quasi primordiali, utilizzati dall’autore.
2. Siamo in 11! di Moto Hagio
Prodotto esemplare dell’evoluzione di stili e contenuti dello Shōjo manga avvenuta tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70, Siamo in 11! – sotto tale apparenza – è in realtà un fumetto di fantascienza maturo, complesso e debitore, per i temi e le modalità di trattarli, degli sviluppi della più recente (al suo tempo) science fiction; senza per questo rinunciare all’estetica propria dello Shōjo, alla sua accessibilità e ai suoi toni da melodramma o ai siparietti comici. La prima parte mostra gli undici (cadetti spaziali) del titolo che vivono la più classica space-opera, con tutte le situazioni drammatiche connesse, narrate con sofisticata attenzione ai dettagli psicologici e alle differenze “antropologiche” dettate dalle diversità di specie che caratterizzano molti di loro. Nella seconda parte l’autrice approfondisce il racconto e allarga lo sguardo alla geopolitica (anzi: cosmopolitica), mostrando un evidente influsso delle relazioni internazionali dell’epoca, mantenendo un equilibrio tra malinconico disincanto e desiderio di speranza.
3. Cittadini dello Spazio di Roberto Bonadimani
Largamente estraneo ai circuiti più istituzionali del fumetto nostrano, Roberto Bonadimani è da oltre cinquant’anni il visionario Bardo della fantascienza a fumetti, con occasionali sconfinamenti nel fantasy.
Cittadini dello spazio raccoglie alcuni dei suoi primi lavori, realizzati intorno alla metà degli anni ’70. Sono frammenti di pura immaginazione e fantasia lisergica che pescano a piene mani nei recessi di idee e concetti creati da decenni e decenni di saghe, romanzi e racconti, narrati dalle centinaia di sognatori noti come scrittori di fantascienza; consapevoli delirii visivi che plasmano in sintesi personalissima le suggestioni architettoniche e grafiche del fantastico cinematografico e artistico sin lì sperimentate.
Il tratto ancora grezzo, talvolta incerto degli esordi, lascito della formazione da autodidatta, si affina man mano e perviene già nell’ultima prova, Eram nel sogno, a un’eleganza formale invidiabile, che l’autore in futuro continuerà a perfezionare. Si aprono così al lettore gli scenari autenticamente alieni degli spazi cosmici, di pianeti alieni ben oltre il semplice esotismo, di creature tanto simili e completamente estranee all’uomo, di ambienti e animali del tutto (in)naturali, e di tecnologie che oggi ci appaiono retrofuturistiche, ma conservano intatto il loro fascino di oggetti del nostro lucido sognare l’altro-da-noi.
4. Nausicaä della Valle del vento di Hayao Miyazaki
Sono pochissime le opere che sappiano coniugare la speranza e la disperazione senza che la prima suoni retorica o edulcorata, né la seconda cinica o nichilista. Nausicaä della Valle del vento è una delle storie che meglio vi riesce, se non forse la più convincente filosoficamente e la più rigorosa sotto il profilo stilistico. Il futuro post-apocalittico tratteggiato da Miyazaki, per una volta lontano dalla pellicola e all’opera sulla carta, mostra un’umanità sull’orlo del definitivo baratro ambientale e sociale e che ancora non rinuncia alla sua corsa verso quel baratro, ma che tuttavia ha al suo interno degli anticorpi che lasciano spazio alla visione di un futuro ancora possibile. Il disegno leggero, aereo, quasi impalpabile eppure netto e nitido, sottolinea il lirismo del racconto, scevro di dolcezze o afflati romantici e caratterizzato da un rigore etico austero. “Fiaba ecologica”, è talvolta definita; “angosciato grido d’amore per il nostro futuro” è una definizione più corretta.
Cantami o Diva…
Quale che sia il genere prediletto dal lettore e prescelto dall’autore, le storie narrano fatti che accadono a degli individui, ne seguono le vicissitudini della vita e le relazioni con altri individui, ne scandagliano i pensieri e indagano i moti dell’animo. Talvolta il racconto dell’individuo prende il sopravvento su tutto ciò e diviene l’oggetto e il fine di quanto si va narrando, prendendo in tal modo corpo il vero e proprio genere biografico (e autobiografico). Cantami o Diva… Sin dai tempi più antichi, ben prima che la canzone della Diva fosse trascrivibile da un qualsivoglia alfabeto, Achille nella sua furia, Odisseo nella sua multiforme scaltrezza erano la materia prima del racconto. E diciamolo: più di ogni altra cosa, gli umani amano farsi gli affari altrui, e narcisisticamente far fare i propri agli altri. Di qui nasce anche l’odierno avido lettore di biografie e autobiografie di fatue modelle, buzzurri tatuazzati o figure politiche diversamente esibizioniste e uniformemente incolori. Tuttavia, il racconto (auto)biografico ci ha del pari consegnato autentici saggi di maestria letteraria, affabulatoria e dell’analisi dello spirito umano nelle sue grandezze come nelle piccinerie: dalla vera e propria “radiografia” dell’uomo e dello scrittore Jules Verne ad opera di Herbert Lottman alla reticente eppure completa confessione offerta da Isaac Asimov nella sua autobiografia postuma, passando per la dettagliatissima, ingegneristica e tuttavia umana e compassionevole ricostruzione operata dal giornalista Frank Deford della travagliata esistenza di William T. Tilden, il vero The Greatest del tennis. Il fumetto ha di che intrattenere e affascinare anche i guardoni degli affari altrui (nella declinazione più nobile ed empatica della cosa).
1. Ché di Hector G. Oesterheld, Alberto Breccia/Enrique Breccia
Formalmente un instant book, realizzato in pratica all’indomani della morte del Ché, è un’opera totale non solo del fumetto ma dell’arte stessa del narrare. Anni dopo, l’averlo scritto costò la vita a Oesterheld, e ugualmente la rischiarono i due Breccia. Al di là delle vicissitudini degli autori e dell’opera stessa – le cui tavole originali furono distrutte come la quasi totalità delle copie – che rendono leggendaria non meno che dolorosa questa biografia del rivoluzionario argentino, Ché è una leggenda per il suo valore civile e la sua bellezza artistica che trova pochi paragoni. Nel racconto di un Oesterheld pienamente maturo, i fatti e i sentimenti della vita del Ché assumono un respiro epico e una dimensione lirica e struggente senza mai cedere alla minima banalità retorica, e tenendo armonicamente insieme l’uomo e il militante, la pietà del medico con il furore del combattente; offrendo al lettore l’uomo nella sua interezza, le sue contraddizioni, le debolezze e le nobiltà.
Il libro segnò l’esordio artistico di Enrique Breccia, che appena ventenne diede prova di una padronanza dei mezzi tecnici ed espressivi del medium a dir poco fuori dall’ordinario, ma, prudentemente, nel realizzare le scene del tempo presente, ovvero della guerrilla in Bolivia, si attenne a uno stile più classico e “prevedibile” di quanto il padre Alberto fece nelle straordinarie sequenze in flashback che Oesterheld dedicò alla vita passata di Ernesto Guevara. A uno degli innumerevoli capolavori dell’arte mai due volte uguale a sé stessa del Viejo si intreccia il primo della carriera non meno eccezionale del figlio.
2. I Protagonisti del West di Rino Albertarelli
Alla metà degli anni ’70, Rino Albertarelli, non più giovane maestro del fumetto e da anni lontano dal nostro medium, vi fa ritorno dietro insistenza di Sergio Bonelli. Consegnerà alla storia il suo opus magnum e uno dei maggiori capolavori del fumetto italiano. I Protagonisti del West rimarrà incompleta per la morte anzitempo dell’autore, che però avrà modo di completare nove album, ciascuno dedicato a un personaggio entrato nella leggenda della Frontiera americana, e di lavorare su un decimo che sarà portato poi a termine da Sergio Toppi. Si dice che in letteratura e nell’arte narrativa in genere la leggenda deve sempre prevalere sulla realtà; Albertarelli fece qualcosa di diverso, e di più: prese le leggende di Geronimo, Billy the Kid, George Armstrong Custer e dei suoi altri Protagonisti e le demistificò, le smantellò pezzo su pezzo, mostrando la realtà umana e storica dietro le maschere costruite dal lavoro agiografico di decenni.
Un’operazione banale se egli si fosse fermato a questo; ma la sua narrazione così implacabile, eternata dalla bellezza senza tempo del suo segno classico, minuziosamente espressivo e di limpida chiarezza analitica, una volta decostruiti i miti negli uomini, ha ricostruito, su quegli uomini, dei miti infine fondati su vite e fatti per quanto noto reali, e non più sulle esagerazioni dei costruttori di leggende fasulle. Rese a Toro Seduto e agli altri un’umanità il più autentica possibile, consegnandoli a una vera dimensione storica, a una nuova leggenda.
3. Haarmann di Peer Meter, Isabel Kreitz
In tempi (più o meno) recenti, il genere biografico ha visto una gran fioritura del sottogenere dedicato alle vite dei criminali più efferati, con particolare predilezione per i serial killer. Il Senso della Gente per la Morbosità, per parafrasare Peter Høeg, è probabilmente alla radice di questa alluvione letteraria. È vero d’altronde che, come ben sanno gli psicologi, la conoscenza della patologia è lo strumento migliore di comprensione della fisiologia: conoscere il mostro umano ci apre alla comprensione di noi stessi. Meter e Kreitz scelgono di non nascondere alcunché dell’abisso di orrore della storia del Vampiro di Hannover (il soprannome forse più carezzevole guadagnatosi da Fritz Haarmann, uno dei più animaleschi assassini seriali del XX secolo), ma di farlo attraverso la lente dell’oggettività più asettica possibile.
A parlare per Haarmann sono il racconto nudo, brutale delle sue azioni nel resoconto piatto e spassionato di Meter, e nel disegno di Kreitz al tempo stesso grottesco e naturalistico, che in un bianco e nero gelido ed emotivamente indifferente dà forma e corpo a una cronaca impassibile degli ultimi mesi della vita criminale di Haarmann. Un’opera che costruisce una segreta e sfuggente profondità sulla sua (apparente?) assenza di profondità.
4. Il diario della mia scomparsa di Hideo Azuma
La vita del fumettista. In questo caso, la vita del mangaka; che – come sappiamo dai volumi di Una biografia manga, il racconto a fumetti della vita di Osamu Tezuka – può essere una vita da schiavi paradossalmente quanto più si è baciati dal successo e si finisce così in balìa di editori negrieri.
Tezuka in qualche modo riuscì a reggere senza andare in completo burnout ai ritmi e alle scadenze folli, ai carichi di lavoro bestiali con cui editori rapaci lo spremettero fino all’ultimo; Azuma no. In questa memoria autobiografica, che nelle intenzioni doveva avere una prosecuzione, il grande mangaka ha raccontato appunto la cronaca di come egli non abbia retto alle pressioni di un successo che si è tradotto in richieste di lavoro e di vita divenute via via esistenzialmente insormontabili e psicologicamente insostenibili.
È bizzarro e dissonante vedere il tratto morbido e umoristico del creatore di Pollon al servizio di un racconto nel quale egli non si fa alcuno sconto raccontando dei mesi vissuti da barbone senza fissa dimora o della lotta, senza mai un definitivo successo, contro l’alcol. L’autoironia con cui Azuma si rivela anche nelle situazioni più crude e degradanti non ne addolcisce il tono e la realtà, smarcando tuttavia la cronaca biografica da quella letteratura del dolore che appesantisce e ricopre di retorica morbosa troppa narrativa contemporanea. Senza sconti ma senza compiacimenti, né masochistici né maliziosi, Azuma si “limita” a un raccontare episodico che guida con coerenza il lettore nel cuore di un’anima umana e nelle sue difficoltà, che allarga la visione dal suo particulare al sentire di una nazione, e infine parla alla nostra umanità, ci parla della nostra fragilità e dell’unicità della nostra vita.
5. La saga di Paperon de’ Paperoni (D.U.C.K.) di Don Rosa
Dopo quattro biografie di personaggi immaginari, è venuto il tempo di un’opera dedicata a un individuo reale. Nel mondo del fumetto gli esseri umani non possono che essere frutto dell’immaginazione dei loro autori e disegnatori: più vero del vero non può essere che uno Scrooge McDuck. Nessuno più di “Zio Paperone” incarna la realtà del fumetto, il suo essere fedele ritratto dei sogni di ciascuno di noi – e dunque della natura più autentica e radicale degli uomini.
La biografia che Don Rosa consacrò al “figlio” più importante di Carl Barks ha detrattori in numero forse superiore agli amatori. Monumento al nerdismo, La saga di Paperon de’ Paperoni avrebbe tutto per essere annoverata tra quelle opere parassitarie che in sempre maggior numero stanno soffocando la creatività della cultura popolare e cancellandone il grande patrimonio; se non fosse per l’atto di puro e gratuito amore che essa rappresenta.
Il ragionieristico lavoro con cui il Maestro del Kentucky ha passato al pettine fitto ogni singola vignetta del Maestro dell’Oregon per ricavarne le coordinate di una biografia totalizzante del papero più ricco del mondo ha molto della psicologia ossessiva del verdoniano Furio Zoccano, ma ancor di più dell’amore con cui un lettore di fumetti ritorna alle tavole che più sente sue, che più ha, letteralmente, vissuto dentro la sua pelle. L’ansia di completezza si traduce in Don Rosa in un disegno stipato, maniacalmente iperdettagliato, che dà quasi un senso di indigestione. Nelle prime storie del ciclo il tratto è ancora molto rigido, accentuando quel senso di blocco fino a saturazione, per poi raggiungere un equilibrio tra ricchezza del dettaglio e un maggiore dinamismo. Opera imperfetta, discutibile. Come ogni frutto di un grande amore.
That’s all, folks
Zio Paperone e la Stella del Polo di Carl Barks
Non credo si possa dire alcunché di nuovo od originale in merito a un racconto che davvero ha fatto la storia del fumetto e ne può ben rappresentare una summa all’interno di quella summa che è l’opera barksiana; mi accontenterò dunque di descrivere ciò che questo racconto mi evoca dentro.
Back to the Klondike (nel titolo originale) è il racconto di un’anima umana, quella di Scrooge McDuck, e dell’anima un po’ di tutti noi – possibilmente dell’anima che vorremmo. Paperone sta invecchiando, ma rifiuta di farlo: il suo spirito non si arrende e non si arrenderà, e non si fermerà davanti alla necessità vitale di rinnovare, nel pieno e primario senso del termine, i suoi giorni passati: di ritrovare ciò che lo ha reso ciò che è; di prendere consapevolezza del suo percorso di vita.
Il senso profondo di Zio Paperone e la Stella del Polo è tutto qui, in questo tutto che è così semplice ma è anche l’ardua, a volte inespugnabile complessità del nostro confrontarci con noi stessi e del nostro comprenderci, laddove e fin dove riusciamo a farlo. E il tassello ultimo e finale di questo percorso è, come è giusto che sia, il confronto con quel mistero insondabile che è il nostro cuore. Non possiamo sapere davvero chi siamo se non sappiamo come sappiamo amare, quando cioè mettiamo in gioco tutto ciò che siamo. Il vecchio Scrooge lo scoprirà ritrovando l’impossibile amore di cinquant’anni prima, Glittering Goldie (in italiano Doretta Doremì), e compiendo per lei il più puro degli atti d’amore. Perché la grandezza di questo personaggio non sta nel suo deposito stipato d’oro, ma nell’altrettanto insondabile mistero di un buffo papero nel quale un genio ha saputo riassumere le molte facce di cui ciascuno di noi si compone: mostrandone sempre i difetti, ma fornendo attraverso di lui ai bambini di sei come a quelli di sessant’anni l’esempio per essere migliori dei propri difetti, e di farlo sempre quando è davvero necessario.
Quanno se scherza bisogna esse’ seri!
(Alberto Sordi nella sua interpretazione de Il Marchese del Grillo, 1981)
Dove trovare i volumi citati e cosa ne abbiamo scritto su uBC.
Renzo & Lucia — I Promessi Sposi a fumettiMarcello ToninelliScheda ComicsBox ↗
Andy CappReg SmytheScheda ComicsBox ↗Approfondimento su uBC
BedeliaLeo OrtolaniEdizione Bao ↗Approfondimento su uBC
Cronache del dopobombaBonviEdizione Cosmo ↗
Topolino contro il Gatto NipFloyd Gottfredson, Earl DuvallEdizione Panini ↗
Il Padiglione dell'ala OvestSun Jiayu, Guo GuoEdizione Renoir ↗
Light & BoldCarlos Trillo, Jordi BernetEdizione Cosmo ↗
Amori tangentiMiguelanxo PradoFuori catalogo — solo mercato dell'usato
Ivan PiireCarlos Trillo, Jordi BernetEdizione Cosmo ↗
Sherlock HolmesGiancarlo Berardi, Giorgio TrevisanEdizione Lo Scarabeo ↗
Nick Raider — Una giornata neraGino D'Antonio, Bruno BrindisiScheda Bonelli ↗Scheda sul sito storico
EvaristoCarlos Sampayo, Francisco Solano LopezEdizione Cosmo ↗
Due inchieste dell'ispettore AnatroniBenoît SokalFuori catalogo — solo mercato dell'usato
Richard Stark's ParkerDarwyn CookeEdizioni Cosmo ↗
CayennaGuillermo Saccomanno, Domingo MandrafinaScheda ComicsBox ↗Recensione su uBC
Un certo DaneriCarlos Trillo, Alberto BrecciaScheda ComicsBox ↗
Nathan Never — Gli occhi di uno sconosciutoMichele Medda, Stefano CasiniScheda Bonelli ↗Scheda sul sito storico
I miti di CthulhuNorberto Buscaglia, Alberto BrecciaEdizione Mondadori ↗
Il numero 73304-23-4153-6-96-8Thomas OttDove acquistarlo ↗
Squeak the MouseMassimo MattioliEdizione Coconino ↗
Martin Mystère — La camera del tempoAlfredo Castelli, Claudio VillaScheda Bonelli ↗Seconda parte ↗Scheda sul sito storico
Ken Parker — Storie di soldatiBerardi, Milazzo, Polese, Trevisan, AmbrosiniScheda ComicsBox ↗Approfondimento su uBC
Blueberry — La miniera del tedesco perdutoJean-Michel Charlier, Jean GiraudScheda ComicsBox ↗
WatamiHéctor G. Oesterheld, Jorge MoliterniEdizione Cosmo ↗Recensione su uBC
Lucky Luke — Ma' DaltonRené Goscinny, MorrisScheda ComicsBox ↗
Canto di NatalePatrice Buendia, Jean-Marc StalnerFuori catalogo — solo mercato dell'usato
Il Mercenario — Le proveVicente SegrellesEdizione Cosmo ↗
Lo ZigguratEduardo Mazzitelli, Enrique AlcatenaRecensione su uBC
Trilogia della Spada di ghiaccioMassimo De VitaEdizione Panini ↗Approfondimento su uBC
La LotteriaMiles HymanEdizione Adelphi ↗
Siamo in 11!Moto HagioFuori catalogo — solo mercato dell'usato
Cittadini dello SpazioRoberto BonadimaniEdizione Dadà ↗
Nausicaä della Valle del ventoHayao MiyazakiEdizioni Panini ↗Scheda sul sito storico
ChéOesterheld, Alberto Breccia, Enrique BrecciaEdizione Rizzoli ↗
I Protagonisti del WestRino AlbertarelliScheda ComicsBox ↗
HaarmannPeer Meter, Isabel KreitzFuori catalogo — solo mercato dell'usato
Il diario della mia scomparsaHideo AzumaEdizione J-POP ↗
La saga di Paperon de' Paperoni (D.U.C.K.)Don RosaEdizione Panini ↗
Zio Paperone e la Stella del PoloCarl BarksScheda Inducks ↗Approfondimento su uBC