Dylan Dog Color Fest n.58 “Lo spazio bianco”

L'esordio su Dylan Dog di Maurizio Rosenzweig

/
1 min read
Valutazione 7 su 10

Maurizio Rosenzweig fa il suo esordio su Dylan Dog e lo fa come autore completo, scegliendo per l’occasione una storia che prova a dare forma e respiro a un orrore molto personale: quello del dolore silenzioso, subdolo, della depressione, trasformandola in qualcosa di concreto e riconoscibile.

La storia si dipana rapida e generalmente scorrevole; eppure, in alcuni passaggi, cela una sua poetica delicata, intima e persino triste. Rosenzweig esplora le diverse forme del dolore, prova a raccontarle senza ridurle a semplice espediente narrativo e costruisce intorno a Sarah un personaggio credibile, definito non soltanto attraverso ciò che dice e ciò che fa, ma anche attraverso la sua fisicità, al modo in cui occupa lo spazio e a come si relaziona con la dinamica del racconto.

D’altronde Rosenzweig è molto bravo a gestire corpi, inquadrature e ambienti, nonché a dare consistenza ai personaggi. E qui riesce anche a costruire un interessante mondo alieno.

Il suo tratto però, abitualmente robusto e marcato, viene quasi addolcito e levigato dal colore che, almeno per chi ha particolarmente apprezzato le sue prove in bianco e nero su Dampyr e John Doe, non sempre sembra rappresentare un reale valore aggiunto.

Negli spazi bianchi evocati dal titolo però il disegno di Rosenzweig esplode ugualmente in tutto il suo fascino. Il contrasto tra il bianco e la sagoma dell’alieno simil-Kit Fisto funziona benissimo, tanto graficamente quanto nella costruzione dell’immaginario della storia.

Quindi: interessante la metafora alla base della vicenda, acuto il modo in cui viene affrontata la depressione, dialoghi spesso brillanti (anche quando rischiano di diventare un po’ troppo filosofeggianti), personaggi efficaci e ben delineati – in particolare quelli femminili – e simpatiche citazioni ed easter eggs disseminati qua e là. Eppure…

Eppure il meccanismo, pur scorrendo, anche molto bene, manca di affascinare e trascinare il lettore. Manca una reale tensione, manca un’atmosfera capace di sedimentare, manca soprattutto quella sensazione di pericolo, di disagio o di angoscia che avrebbe potuto dare maggiore forza a tutto il discorso sul dolore. Succede tutto rapidamente. Ci sono alcuni momenti più raccolti e più intimi nei quali il racconto sembra finalmente trovare la misura perfetta – l’alieno che cerca di salvare la propria famiglia e Sarah che, in maniera completamente diversa, deve provare a salvare la sua – ma finiscono per dissolversi e non riescono ad accumulare abbastanza forza da colpire a fondo il lettore.

È un peccato, perché le premesse erano interessanti: Rosenzweig delinea bene Sarah e utilizza in maniera efficace Dylan costruendo inoltre un albo graficamente impeccabile – e a tratti eccellente. Quello che manca è quella piccola spinta capace di trasformare una buona prova in qualcosa di realmente incisivo, quella tensione narrativa capace di portare fino in fondo il parallelismo emotivo della storia e cercare quella definitiva esplosione del pathos che invece, qui, fatica ad arrivare.

VOTO
0

Cominciai a correre. Finché i muscoli non mi bruciarono e le vene non pomparono acido da batteria. Poi continuai a correre.

Ultimi Articoli Blog

0 0,00