Jeff Lemire elabora una narrazione che rievoca Lasciami entrare e lo fonde con Il signore delle mosche per costruire uno spaccato umano e sociale che offre una visione del mondo, degli istinti e della vita tenendo insieme metafora ed empatia per un prodotto scorrevole e affascinante ma anche, al contempo, profondo e intenso.
Affascinante l’indefinita ambientazione, sia geografica che temporale, ed estremamente interessanti i personaggi che, pur rimanendo archetipi funzionali allo sciorinamento della filosofia lemiriana, si rivelano tutt’altro che intercambiabili — il solitario, il malinconico, il romantico — e sono strutturati con caratteristiche sufficienti a suscitare empatia e interesse: soprattutto, grazie a un’eccellente caratterizzazione grafica del disegnatore, risultano sempre credibili.
La semplicità dell’idea di fondo – un gruppo di bambini vampiri che cominciano a dubitare delle regole ricevute decenni prima dagli anziani per la loro stessa sicurezza, in un mondo devastato che ha smesso di crescere ed evolversi – viene così impreziosita dalle scelte cromatiche e artistiche di Dustin Nguyen, che esalta le splendide tavole con misurati tocchi di colore, ritagliati sulle situazioni e sulle specificità proprie di ciascun personaggio.
Il risultato è un’opera che scorre lineare, che approfondisce quanto necessario e che cattura con delicatezza il lettore mettendo in scena una metafora umana profonda e complicata. Una storia anche salvifica ma dura, a tratti cinica, che colpisce per l’efficacia di una costruzione misurata, che non tende al fracasso quanto (appunto con misura) alla costruzione di un’empatia, di una coscienza, di una maturazione intima.
Nguyen gioca con le inquadrature, sfruttando bene i vuoti e i pieni; i pochi colori, inoltre, esaltano i dettagli e le emozioni. Le dicotomie vengono amplificate dalle scelte di costruzione della tavola e il paesaggio, perfettamente delineato nel tratteggio accurato dell’artista, riesce ad essere efficace e concreto nella sua atmosfera post-apocalittica e desolata nonostante l’assenza di una caratterizzazione precisa, che ne fa un luogo esemplare, pur se non specifico.
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