“God Country”
di Cates & Shaw

Alzheimer e mitologia cosmica nel fantasy Image Comics targato saldaPress

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Valutazione 8 su 10

Un epico affresco che strizza l’occhio a Neil Gaiman e al suo American Gods per ampliare quel respiro esistenziale che dalle derive cosmologiche zoomma, con efficacia, nel dettaglio dell’uomo comune. Aspirazione epica e respiro senza tempo, volutamente sfumato nelle coordinate temporali — ma non in quelle geografiche, con il polveroso Texas che fa da scenario — che tra scontri, leggende, mondi eterni e guerrieri infiniti si palesa ben presto quale “semplice” storia di uomini e, soprattutto, di padri.

Perché per quanto Valofax, la spada che decide da sé da chi farsi impugnare, sia catalizzante e motore dell’intera azione, è il personaggio di Emmet Quinlan a catturare e guidare il racconto con la sua paura, la sua malattia, la sua foga e — ancora, sempre — il suo amore.

Tutto comincia con una tempesta di rara violenza, un vecchio vedovo eroso dall’Alzheimer, un figlio, una nuora, una nipote. Poi un demone venuto da chissà dove e quella lama bramata da una divinità eterna che, sollevando la casa e mezza contea, restituisce a Quinlan mente e corpo insieme al fardello di essere l’unico in grado di reggere l’urto dello scontro ultimo ed epico.

Tutto tanto grande, enorme, smisurato e sconfinato: eppure Donny Cates riporta ogni cosa all’uomo, al padre, alla malattia e alla necessità di essere famiglia e alla famiglia di vivere di eredità. Un’eredità fatta di ricordi, di lascito. Un lascito emotivo prima ancora che spirituale. Il racconto crea così un contatto intimo e profondo, emotivamente intenso, pur partendo da scontri epici e da una cosmologia indefinita che Geoff Shaw amplifica ed esalta con un tratto eccelso, smisurato, epico e mastodontico efficacemente coadiuvato dai colori di Jason Wordie.

Il risultato è un’opera intensa, quasi effimera nel suo dipanarsi indefinito, eppure concretissima nel messaggio e nell’intento, capace di vibrare e di farsi leggere con gusto.

VOTO
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Cominciai a correre. Finché i muscoli non mi bruciarono e le vene non pomparono acido da batteria. Poi continuai a correre.

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