Dampyr n.316-317
Il ritorno di Maurizio Colombo

Recensione della storia doppia “La casa delle foglie di sangue” e “Senza pietà“

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Maurizio Colombo, che di Dampyr è co-creatore e ne ha scritto le prime storie, alternandosi a Mauro Boselli, torna alla serie regolare dopo l’ultima sua incursione datata 2013, nel n.164 Lamiah vive!

Questo suo nuovo dittico, sceneggiato a partire da un soggetto di Paolo M. G. Maino, promette – almeno stando all’editoriale del n.316 – di approfondire e riscoprire un periodo complesso, duro e violento della storia albanese, quello in cui la Sigurimi esercitava il controllo e la repressione sotto la dittatura di Enver Hoxha ma, a conti fatti, finisce per raccontare tutt’altro.

Della storia dei servizi segreti, così come del regime (salvo qualche accenno superficiale e l’incipit disegnato da Andrea Del Campo), non vi è traccia. Nessun approfondimento, nessuna stratificazione, nessuna di quelle escursioni storico-politiche che sono da sempre la cifra alta della serie: il plot storico, così come l’incursione di Vrana, rimane mero pretesto e resta completamente sullo sfondo.

Quello che si palesa ben presto è invece un puro action d’antan, caratterizzato da un intreccio e da dialoghi che, allineandosi a un canovaccio da film di serie B, risultano fortemente sopra le righe e, per giunta, fin troppo verbosi.

Verbosi, sì. Perché il paradosso è che, nonostante non vi sia alcuna reale contestualizzazione storica né alcun approfondimento psicologico, i dialoghi — soprattutto in La casa delle foglie di sangue — riescono a dilungarsi inutilmente in battute e scambi che finiscono per caratterizzare in maniera stereotipata non solo le vicende narrate, ma addirittura i protagonisti, e a rallentare al contempo il ritmo della vicenda.

In particolare la caratterizzazione di Tesla, Harlan e Kurjak è carica di un machismo estremamente distante da ciò che i personaggi sono diventati in questi anni. È come se Colombo fosse rimasto incastrato nella propria idea dampyriana dei primi anni Duemila e continuasse quindi a raccontare tre figure che, piaccia o non piaccia, non sono più gli sgherri delle avventure d’esordio. L’effetto è straniante e costante per tutta la vicenda e, di conseguenza, tutta l’azione messa in scena non è sufficiente a compensarla. Il risultato è che chi legge si ritrova a inseguire un action anche interessante ma interpretato da un trio che riconosce solo nei contorni, con dinamiche e dialoghi distanti e logiche interne alquanto forzate.

È inoltre superficiale – e per le stesse ragioni – la resa della società albanese, congelata anch’essa, nella rappresentazione di Colombo, ai primi anni del Duemila. Pagina 12 del n. 317 è in tal senso un piccolo capolavoro di anacronismo, una summa eccelsa di questa distanza dalla visione contemporanea del mondo e del personaggio. In una manciata di vignette, oltre all’imbarazzante battuta sessista di Kurjak, si discute della possibile presenza di centri di accoglienza per donne vittime di violenza e a liquidare la questione è proprio il personaggio più emancipato del gruppo, quello che dovrebbe essere il più socialmente attivo, nonché donna, con un laconico «Qui non ce ne sono, anche solo a parlarne finisci per prendere schiaffi». Solo che non è vero. Di enti, associazioni e centri d’aiuto l’Albania è dotata, e meno male. Le diverse realtà locali e internazionali ringraziano per l’approssimazione.

Eppure il tutto, volendo, ha anche una sua logica, perché l’avventura è, in fondo, una pura e semplice visione manichea dell’autore che realizza personaggi, cattivi e comprimari — nonché ambientazioni — tagliati con l’accetta in funzione di una narrazione action che non ammette compromessi e corre veloce, tra violenza e vendette, verso il gran finale.

La seconda parte è infatti ancora più violenta e trucida della prima, con i disegni di Fabrizio Longo che la esaltano abilmente. Senza pietà funziona quindi meglio e porta così alla resa dei conti e allo scontro. Ed è una carneficina.

Qui il talento di Colombo per i conflitti a fuoco, la violenza e le sparatorie prende il sopravvento e tutto il machismo accumulato fino a quel momento trova compimento e logica in scene capitali che, in fin dei conti, funzionano e fanno la loro bella figura.

Ed ecco che la storia si svela quasi come un esercizio di stile dell’autore, che fa dell’esasperazione e dell’azione il proprio fulcro e che, nonostante un bel po’ di ingenuità, risulta comunque avvincente nella messa in scena, proponendosi, per quanto raffazzonato, come un puro divertissement tutto-azione.

Resta però l’impressione di trovarsi davanti a un Dampyr antesignano e derivativo, che pone il machismo, il manicheismo, la vendetta e la violenza alla base della propria ragion d’essere.

Deprecabile quindi la gestione dei personaggi e la logica di questa storia nel percorso dampyriano, ma interessante l’action puro e violento messo in scena nella seconda parte. E, se a prima vista tutto questo potrebbe sembrare un ritorno alle origini, in realtà è più che altro una deriva scomposta e fracassona del personaggio, una trama di serie B che mostra una sfumatura di Dampyr mai realmente esplorata, nemmeno agli esordi.

Verrebbe quasi da leggerlo – per goderne appieno – come un ramo alternativo del personaggio: la versione che Harlan Draka sarebbe potuto diventare se, nel frattempo, non ci fosse stato il Dampyr di Boselli a prendere tutt’altra piega. Divertente, godibile persino, se ci si accontenta e si ignorano forzature di trama e banalità sparse nei dialoghi. Ma troppo distante, oggi, dal personaggio per poterne godere davvero.

Dampyr n.316 “La casa delle foglie di sangue”
di Paolo M. G. Maino, Maurizio Colombo, Andrea del Campo, Fabrizio Longo
80 pagine, 4,90€.

Dampyr n.317 “Senza pietà“
di Paolo M. G. Maino, Maurizio Colombo, Andrea del Campo, Fabrizio Longo
80 pagine, 4,90€.

LA PAGINA DI DAMPYR NELLA SEZIONE MONDO FUMETTO

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