Godshock è il primo arco narrativo (sei fascicoli più un numero zero) con il quale IDW Publishing ha ripreso a pubblicare fumetti sull’universo narrativo di Star Trek.
La miniserie è stata pubblicata tra il 2022 e il 2023; scritta da Collin Kelly e Jackson Lanzing, e disegnata da Ramon Rosanas insieme a vari collaboratori, ha avuto un buonissimo riscontro di critica ed è stata candidata agli Eisner Awards.
Ed è irricevibile sotto ogni aspetto.
Kelly e Lanzing si producono in una sceneggiatura infarcita di technobabble a un tale tasso di tedio che coloro che fossero adusi alle vicende del vicequestore Schiavone la porrebbero all’undicesimo grado della rottura di bartolomei. Ovviamente questo vorrebbe rappresentare un tratto quintessenzialmente Trek. Il problema è che un conto è avere in scena un Leonard Nimoy o un LeVar Burton nei panni di Spock e Geordi La Forge, che di puro carisma attoriale rendono drammaturgicamente brillante un elenco di sesquipedali fesserie; ben altra questione è leggere su una pagina di fumetto quelle stesse fesserie rese immote. Inerti.
Alle farraginosità in tal modo introdotte si aggiungono i “modernissimi” dialoghi declamatorii con i quali ogni personaggio che si rispetti dice al lettore: “Ehi, tu! Mi stai guardando? Eh, mi stai guardando!? Lo vedi che figo del demonio che sono!?” In carenza di attenzioni come tanti, troppi loro colleghi personaggi dei nostri tempi, i protagonisti di Godshock tentano disperatamente di giustificare la propria esistenza sulla pagina posando – o esulcerandosi interiormente – da grandi eroi Trek (e non solo Trek). Il problema è che tanto le pose come le esulcerazioni restano proclami retorici su carta, il racconto non infonde vitalità alcuna ai discorsi, alle riflessioni – e né alle azioni – dei personaggi ritratti. Personaggi i quali, di conseguenza, non acquistano alcuna profondità umana, alcuna vita reale.
In purissimo spirito fan service, gli autori nulla di meglio hanno trovato che rimpinzare la loro storia di un mosaico di figure colte qui e là da ogni serie Trek; e messe insieme, si saranno detti, con l’intento di far luccicare di gioia gli occhi dei trekkies.
A tal fine è riportato tra i mortali Benjamin Sisko, tre anni dopo la fine di Deep Space 9 e la sua “Assunzione” nel continuum dei Profeti. Per vedere l’effetto che fa gli si mette intorno l’inevitabile Worf, la dottoressa Crusher, il bel (e irriconoscibile) Tom Paris, Data. Poi, giusto per non farsi mancare nulla, si aggiungono Scotty dalla serie madre e una pro-pronipote di Hoshi Sato per non lasciar fuori neppure Enterprise, più i cameo di Jean-Luc e del buon vecchio Q, per soprammercato paludato come nella sua prima apparizione in Next Generation. L’aggiunta “creativa” si esaurisce in un giovane guardiamarina vulcaniano di cui si sottolineano ogni tre per due le somiglianze con Spock, perché essendo vulcaniano non si sfugge.
Una torta dai mille ingredienti squisiti, avranno pensato Kelly&Lanzing; in realtà un gran minestrone di sapori mal assortiti e stantii, in grado probabilmente di eccitare il nerd, notoriamente un necrofilo, ma che in chiunque abbia amato e ancora ami Star Trek può provocare solo disgusto: fino al 2000 ST è stata continua proiezione in avanti, non banalmente in senso cronologico, bensì concettuale, sociale, politico; salvo guardare in seguito al passato (non in senso semplicemente cronologico, di nuovo), o volgere addirittura la struttura drammaturgica in un teen drama declinato in romantasy come nel recente Starfleet Academy.
Inevitabile, perciò, che nell’economia dell’impasto di materiali di cui sopra, tra loro inconciliabili, non vi sia modo di dare autenticità e spessore umano ai personaggi, tentare di aggiungere o approfondire lati del loro carattere rispetto a quel che è stato già mostrato nelle loro storie sullo schermo.
Nessuna evoluzione né analisi laterale o ricerca sotto superfici rimaste poco esplorate è possibile gestendo materiali tanto eterogenei nello spazio ristretto concesso da questa miniserie, e tutta la possibilità di dare rilievo ai personaggi alla fine dei giochi si esaurisce nei dialoghi ed esulcerazioni cui accennavo prima, mal modellati sulle vecchie serie TV, traslati di peso, sic et simpliciter, in un medium completamente diverso: paradigmatico l’intervento in medias res del figlio di Worf (e così ficchiamo dentro anche Alexander e spianiamo la strada ai sequel), che in una vertigine di impervia creatività troviamo schierato nel campo opposto a quello paterno – carramba che sorpresa!
E a proposito di figli, gli autori non colgono neppure l’occasione di porre un qualche rimedio all’unica pecca negli sviluppi letterari e di character building di Deep Space 9, ovvero la progressiva marginalizzazione ed emarginazione sullo sfondo – man mano che la Guerra del Dominio assumeva centralità narrativa – di Jake Sisko, uno dei personaggi in precedenza più interessanti.
Anche qui, pertanto, il figlio di Ben Sisko continua a dibattersi nell’inconcludenza e irrilevanza che lo caratterizzarono nelle stagioni finali di DS9, o in disperati tentativi di avere attenzione.
Si dirà che si tratta di una miniserie introduttiva, e che gli sviluppi seri interverranno in seguito; probabilmente questa impostazione è ESATTAMENTE ciò che porterà il nerd a volere sempre più di questo “metadone” narrativo, ma a un appassionato di Star Trek (e di fantascienza) non possono che cadere a terra tutti gli elementi anatomici atti a farlo.
Il comparto grafico è sicuramente migliore della controparte narrativa, ma arriva al massimo a sfiorare la sufficienza. Scarsamente espressivi, rigidi, i disegni accentuano gli effetti delle pose declamatorie dei personaggi, i quali spesso e volentieri sono anche scarsamente riconoscibili. In particolare sappiamo chi sia Tom Paris solo perché il personaggio è esplicitamente presentato come tale.
Rosanas&co. si riscattano nella sostanziale pulizia del tratto che rende tavole e vignette ben leggibili, e soprattutto in alcune scene a tutta pagina che restituiscono con grande efficacia e intensità il senso di stupore dinnanzi alle immensità dello spazio, all’alterità straniante di forme di vita particolarmente aliene, al senso di lontananza temporale di manufatti in apparenza così antichi da essere senza età.
L’ultima volta che avevo letto un fumetto Trek era accaduto in occasione della pubblicazione in Italia della trasposizione della sceneggiatura originale di “The City on the Edge of Forever” di Harlan Ellison. È chiaro che il confronto con Ellison sia impari per quasi chiunque: qui non è però questione di voler porre l’asticella troppo in alto, quanto solo di evitare di scendere TANTO in basso.
In questo 2026 cade il sessantennale di Star Trek (più o meno, ma diciamo che è effettivamente così), e non bastassero le serie televisive degli ultimi venticinque anni che quasi tutte hanno variamente macellato l’eredità narrativa, filosofica, culturale della ST novecentesca (terrei fuori Lower Decks), ora ci si mettono anche i fumetti.
