Dampyr n. 318 “Il pozzo dell’oblio”

Claudio Falco e Andrea Del Campo tra Catania e folklore siciliano

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Valutazione 5 su 10

Claudio Falco, insieme ad Andrea Del Campo (autore anche del soggetto), riporta Harlan Draka su coordinate classiche per la testata — quell’esplorazione del folklore locale che prende forza e corpo dalla tradizione popolare per esplodere poi nell’horror urbano con vivido realismo. Da sempre, del resto, Dampyr è stato capace di fondere con intelligenza e passione l’universo del personaggio con gli archetipi folkloristici più intimi e particolari della storia umana.

Falco riprende dunque il classico meccanismo dampyriano e lo fa portando Harlan a Catania, perfettamente resa dalle matite di Del Campo: una città che fa da ottimo sfondo alla ricerca del babau che ogni infanzia ha conosciuto e che in Sicilia prende il nome di Marabecca.

Da sfondo, appunto, perché in fin dei conti la città e l’ambientazione non prendono mai il sopravvento in una storia che concede un buon incipit e un canovaccio interessante ma che, purtroppo, si dipana troppo frettolosamente e manca di dare realmente spazio e forza a tutta una serie di emozioni pure disseminate, sia pure timidamente, lungo l’evolversi del racconto.

La paura, la perdita, la solitudine di chi resta, il doppio ruolo di vita e di morte legato all’acqua, la diffidenza popolare: tutto è presente, ma in maniera davvero latente, perché la storia scorre troppo veloce e dà per scontati troppi passaggi. La dottoressa scettica che dopo due pagine si apre al confronto con l’impossibile, due indizi sommari in fila che portano dritti alla soluzione del caso, un finale altamente simbolico e criptico che si lascia decifrare a fatica sono un evolversi troppo contrito per un canovaccio che lasciava intendere ben più complesse stratificazioni.

Anche il tratto di Del Campo, eccellente come detto nella resa della location catanese, è talvolta troppo pulito e virato alla ricerca del bello per sporcarsi di buio e di orrore come richiederebbero alcuni passaggi. Eppure nelle espressioni e nei corpi funziona bene, riuscendo a trasmettere quell’inquietudine e quel dolore che troppo spesso invece la narrazione non riesce a raccontare.

Troppa carne al fuoco, insomma, troppe tematiche, troppa profondità richiesta e troppo poco spazio per scioglierle.

Ne viene fuori un racconto potenzialmente interessante ma estremamente compresso che, alla fine, dice davvero poco e smuove ancora meno. Un peccato soprattutto perché Harlan è gestito bene e perché il racconto, potenzialmente interessante, resta sacrificato dalla foliazione a disposizione.

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