Incontro con Akemi Takada a Lucca Comics & Games 2025

Road to Lucca 2026: Akemi Takada a Lucca Comics & Games 2025

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Il tocco magico di Akemi Takada

Se la Cultura Pop degli anni ’80 ha ancora oggi quel gusto dolce, stiloso e inconfondibilmente kawaii tipico dell’estetica nipponica, gran parte del merito va ad Akemi Takada, leggendaria character designer e illustratrice giapponese, una delle ospiti d’onore più attese di Lucca Comics & Games 2025. Firma autoriale che ha dato forma visiva ai sogni animati di un’intera generazione, la sensei ha incontrato la stampa in un’affollata conferenza, ripercorrendo una carriera sterminata tra aneddoti nostalgici, segreti di stile e riflessioni sul futuro dell’animazione.

L’incontro si è aperto analizzando il cambiamento del modo di lavorare e del fandom. La sensei ha spiegato di aver iniziato come character designer pura per l’animazione, mentre oggi si concentra maggiormente sul pezzo unico, realizzando illustrazioni, prodotti visual e curando grandi eventi a Taiwan e Hong Kong, molti dei quali legati al mito intramontabile di Creamy Mami (L’incantevole Creamy). Riguardo al pubblico, ha ricordato la sua prima volta a Lucca nel 2009: oggi ha trovato una fiera molto più estesa, ma ha riconosciuto lo stesso identico, profondo amore per manga e anime.
Sollecitata sul ruolo di lavorare su personaggi altrui migliorandoli, l’autrice non ha nascosto le difficoltà: “È un lavoro abbastanza complicato. Bisogna prima immaginare il personaggio nella propria testa, osservare attentamente l’opera originale e infine metterci del proprio”, citando i casi di Kimagure Orange Road e Patlabor. Per Creamy, trattandosi di un personaggio totalmente suo, ha invece goduto di una libertà di gran lunga maggiore.

A chi le chiedeva se avesse mai pensato di esplorare altri stili o nuove strade, la Takada ha risposto con fermezza: “Non ho mai pensato di cambiare volontariamente il mio stile di disegno. Vivendo ed evolvendo come persona, lo stile cambia da solo. Io mi limito ad adattarlo all’opera su cui devo lavorare”.

Il dibattito si è poi spostato sul tema caldissimo del futuro di questo lavoro in relazione all’AI. La disegnatrice ha ammesso che se ora l’artificio si distingue ancora, in futuro potrebbe non accadere più, diventando un serio problema. Ha precisato tuttavia di non aver ancora visto sue illustrazioni plagiate dall’Intelligenza Artificiale. Il motivo risiede anche nella sua tecnica: “Io non faccio Digital Art. Vado fiera del mio disegno analogico e tradizionale, e la mia missione è proprio quella di lasciare al pubblico qualcosa di materico. Le mie tavole si possono vedere in mostra a Japan Town”.

Scavando nella sua carriera sterminata, la sensei ha svelato un piccolo rimpianto: un’opera a cui le sarebbe piaciuto lavorare ma che è rimasta inedita. Si tratta di un film pilota a tema ninja basato su Iga no Kagemaru di Mitsuteru Yokoyama, autore di Super Robot 28, che purtroppo non è mai uscito. In quell’occasione ebbe modo di incontrare l’autore presentandosi in hakama, l’abito tradizionale, un ricordo di cui va fierissima: “Il mio collaboratore Masami Yuuki, grande fan di questo autore, ne è ancora estremamente invidioso!”

Riguardo alla conoscenza dei fumetti italiani ed europei, l’autrice ha confessato di non conoscerne, ma ha strappato un sorriso alla platea ricordando come da piccola, nella TV giapponese, seguisse con affetto il pupazzo di Topo Gigio.

Parlando delle ispirazioni d’infanzia, ha raccontato che da bambina leggeva e guardava moltissimi manga e anime in TV, ma non ci sono stati autori specifici da cui ha attinto, sebbene apprezzasse Cyborg 009 di Shotaro Ishinomori, dichiarando inoltre di saper disegnare anche Lady Oscar di Riyoko Ikeda. Sempre sul tema delle influenze artistiche, ha negato condizionamenti particolari da parte di colleghi contemporanei: tutto il suo background deriva da ciò che vedeva da piccola nel panorama giapponese, con un’unica eccezione per Makoto Takahashi, celebre illustratore di ragazze vestite con abiti particolari, che si divertiva a copiare da bambina.

La conferenza ha poi affrontato l’attuale ondata di remake e reboot anni ’80, come il recente Urusei Yatsura (Lamù). Per la Takada i reboot fanno semplicemente parte del tempo: negli anni ’80 c’erano sentimenti diversi e oggigiorno si ricorre a queste nuove edizioni. Sul lavoro specifico di Lamù ha preferito non esprimersi, glissando anche sulle tecniche digitali: “Sono abituata all’analogico, lascio il digitale ai giovani. Guardate la mia mostra a Japan Town per capire cosa intendo”.

Invitata a scegliere il suo personaggio preferito, l’autrice ha fatto i nomi di Yu Morisawa, Noa Izumi e Madoka Ayukawa (protagoniste rispettivamente di Creamy Mami, Patlabor e Kimagure Orange Road). Proprio su quest’ultima ha aggiunto una divertente nota caratteriale: “È un personaggio così complicato! Se fossi stata in lei mi sarei dichiarata subito all’uomo che amavo, ma in quel modo la storia sarebbe finita immediatamente!”

Evocando i ritmi di lavoro in Giappone ai suoi esordi, il quadro emerso è stato quasi eroico: “Se non si dorme non si riesce a lavorare… In quegli anni capitava di lavorare contemporaneamente anche a due serie di punta. Il lavoro era durissimo, ma ero giovane, mangiavo e dormivo quando volevo e sono riuscita a fare tutto esclusivamente a matita”. Ritmi serrati per uno stile che un produttore dell’epoca riteneva persino inadatto: “Diceva che non riusciva a inquadrare l’aria eterea che davo ai miei personaggi e che non ero adatta a fare la character designer… beh, si è sbagliato di grosso”.

Sulle tendenze attuali, la sensei ha ammesso di non guardare la TV ultimamente e di non avere serie preferite in mente, escludendo anche che ci siano titoli odierni che mostrino una sua influenza: “Il mio stile è molto particolare e difficile da imitare”.

Alla domanda su quale sia stata la più grande soddisfazione della carriera e se si sarebbe mai immaginata una tale ondata di emozione in Italia, la risposta è stata immediata: “La soddisfazione più grande è stata sicuramente Creamy, perché è una mia opera totalmente originale. Agli italiani piacciono molto le cose kawaii, e Creamy in Italia è ancora famosissima”.

Un successo dovuto anche al forte legame con la moda. Akemi Takada ha spiegato come l’attenzione agli abiti nascesse da una vera e propria attività di ricerca sul costume del periodo: “Per Patlabor ho scelto volutamente abiti dal taglio maschile. Per Orange Road sfogliavo riviste di moda per dare ai personaggi uno stile balneare californiano – il taglio di capelli di Madoka si chiama proprio Californian Cut – mentre per Creamy ho semplicemente disegnato i vestiti, le gonne e le collanine che avrei voluto indossare io stessa da bambina”.

L’autrice ha poi commentato i forti tagli subiti da Orange Road nell’adattamento televisivo italiano: “Non sapevo di queste censure e mi dispiace molto. In Giappone la regolamentazione è diversa. Un tempo disegnavo Madoka con abiti succinti per soddisfare i fan; oggi non succederebbe più, preferisco dare sensualità al personaggio attraverso il disegno in sé, non tramite i vestiti”.

L’incontro si è avviato alla conclusione parlando del ritorno delle maghette (majokko), tra il nuovo progetto di Rayearth e le manovre dello Studio Pierrot: “Sono davvero contenta. La Pierrot lancerà Magical Sisters e ha sempre trattato Creamy con una cura immensa: era una serie che doveva assolutamente avere successo e vendere. Se ci sarà l’occasione, mi piacerebbe moltissimo tornare a lavorare su un progetto simile”.

Infine, come messaggio ideale al pubblico italiano, la sensei ha concluso visibilmente emozionata: “Non ci avevo pensato… Ma sono felice che dopo 45 anni il personaggio di Creamy sia ancora così amato da tutti voi. Continuerò a girare il mondo per incontrare i fan. Questa serie non è attuale, ma resta la fondamenta di tutte le majokko”.
Un’eredità artistica eccezionale, testimoniata dalle 30 splendide opere originali esposte a Japan Town.

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