“Le cose semplici” di Zerocalcare

Internazionale 1681 del 4 settembre 2026

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Ci sono due autori oggi, in Italia, in grado di fondere, in perfetta armonia, il registro (più) umoristico con quello drammatico, “impegnato” e impegnativo, cogitabondo se necessario. In grado di costringere il lettore a riflettere – e a farlo fino in fondo – nel mentre che lo fanno sbellicare dalle risate: Leo Ortolani e Zerocalcare.

Nella cinquantina di tavole di questa intervista/saggio, di questa riflessione a tutto campo su alcuni aspetti, contingenti e anche ricorsivi della nostra società contemporanea, una società che ha sempre più mal raccolto e poi sovvertito e tradito la sua eredità post-bellica, Zero conferma la sua crescita artistica impetuosa, segnata da una padronanza sempre maggiore e più incisiva di quel mescolamento armonico di cui sopra; una facilità sempre più immediata di andare al cuore delle questioni che tratta, spogliando i fatti di ogni retorica e lasciando che i meccanismi reali – così storti – della nostra società si mostrino per quello che sono. Filtrati, certamente, attraverso la sensibilità e le opinioni dell’artista; e tuttavia eloquenti per sé e di per sé.

Michele Rech/Zerocalcare resta un protagonista divisivo della nostra scena politica perché si occupa (quasi) sempre di fatti divisivi, e non si perita di offrire alcun addolcimento al suo lavoro, alla narrazione delle vicende e degli argomenti che affronta. Divisivo e necessario per scuotere quella massa di pecoroni invigliacchiti (cit.) in cui si è venuta trasformando la nostra società contemporanea.

D’altronde, sotto il profilo strettamente creativo e artistico il suo lavoro lascia sempre più ammirati: a quella abilità, cui si accennava, nell’uso di registri stilistici apparentemente antitetici, e alla sempre più accentuata fluidità ed economia espressiva nella rappresentazione di ciò che narra, si unisce infatti una crescente capacità di tradurre l’analisi sociale in sintesi narrativa, e un uso immaginifico e puntuale dei parallelismi storici per colpire la sensibilità del lettore (un certo tipo di lettore, che mantenga una sensibilità non tradottasi in paura e rabbia sociale o, peggio, uno spirito definitivamente sedato), plasmandoli come metafore dolorose del presente.

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